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La serie di articoli dal titolo “Breve guida all’esplorazione del cervello e delle funzioni cognitive nasce dalla preparazione di un corso di “Ginnastica per la Mente” tenutosi nei primi mesi del 2019 presso l’Università della Terza Età e del Tempo Libero di Arluno, in provincia di Milano. Il corso aveva come oggetto il funzionamento cerebrale e l’allenamento cognitivo, e si divideva in una parte teorica e una pratica nella quale i partecipanti potevano esercitare quanto appreso e svolgere una serie di esercizi volti a mantenere attive le funzioni cognitive.

La richiesta dei partecipanti al corso di ricevere del materiale riguardanti gli argomenti trattati si è trasformata in una serie di scritti sulle varie funzioni cognitive, le loro caratteristiche e alcune curiosità a esse collegate.

Capitolo 1 – La Memoria

La memoria è forse l’abilità cognitiva che più incuriosisce e più preoccupa nello stesso tempo, soprattutto superata la mezza età, quando diventa frequente sentirsi dire che essa non è più la stessa e che quello riportato è un cambiamento normale, vista l’età. Essa è così importante per l’essere umano non solo perché è la base di tutti i compiti che richiedono apprendimento, ma anche perché è essenziale per la costruzione della propria identità personale. Da un lato, infatti, la memoria conserva la connotazione emotiva della nostra esperienza, e dall’altra i ricordi episodici sono fondamentali per la progettazione di sé nel futuro (è ampia la letteratura riguardo i mental time travel, tra cui Suddendorf et al., 2011).

 

La memoria è, infatti, quell’abilità cognitiva che ci permette di acquisire, conservare e recuperare le informazioni (Gazzaniga et al., 2005).

In realtà ci sono tanti tipi di memoria, e comunemente si fa riferimento alla memoria a lungo termine, cioè quella che trattiene l’informazione per una durata di tempo significativo. Essa può essere dichiarativa (o esplicita) o non dichiarativa (implicita). La memoria a lungo termine dichiarativa si suddivide a sua volta in memoria episodica (che contiene tutte le esperienze personali specifiche) e memoria semantica (conoscenze generali relative al mondo, significati delle parole). La memoria a lungo termine non dichiarativa, invece, riguarda tutte quelle conoscenze che si possono rilevare nelle attività quotidiane, ma di cui non siamo esplicitamente consapevoli (come per esempio le abilità procedurali).

Come si formano i ricordi?

La formazione dei ricordi a lungo termine a inizio nell’ippocampo (Dentici et al.,2004). Essi poi si consolidano attraverso le connessioni con le aree cerebrali specifiche per le aree sensoriali coinvolte (immagini visive, suoni, gusti, sensazioni tattili, ecc.).

Ogni ripetizione e associazione attiva i neuroni, rafforzando le connessioni cerebrali e consolidando così l’apprendimento.

Le reti associative di neuroni costituiscono l’organizzazione delle nostre esperienze (memoria episodica e autobiografica) e delle nostre conoscenze (memoria semantica). L’apporto dell’amigdala è invece essenziale per la memori emozionale (Gazzaniga et al.,2004).

In questo senso, la memoria potrebbe essere definita come la capacità di conservare le tracce delle connessioni sinaptiche (Trisciuzzi et al., 2005)

L’oblio: perché si dimentica?

La “curva dell’oblio” è uno schema costruito da Ebbinghaus (1885) per descrivere la ritenzione delle informazioni e in particolare il concetto per cui immediatamente dopo l’esposizione a date informazioni avviene un oblio molto veloce, mentre man mano con il tempo le informazioni si stabilizzano. Sono molteplici i motivi per cui le tracce mnestiche possono decadere, tra cui il decadimento spontaneo (disuso), il decadimento qualitativo (distorsioni e deformazioni dovute al contesto), le interferenze di altre attività.

Vediamo più nello specifico come l’oblio può agire differentemente a seconda dei momenti di formazione del ricordo, con un effetto cumulativo tra le varie fasi (Dentici et al.,2004):

Acquisizione: è la fase su cui è maggiormente possibile agire per migliorare l’apprendimento. In questo momento, i motivi per cui si dimentica possono comprendere:

  • Disattenzione
  • Scarsa organizzazione (ambiguità o complessità info)
  • Scarso numero di ripetizioni
  • Mancanza di elaborazione profonda
  • Mancanza di strategie e di controllo
  • Fattori emotivi

Ritenzione:

  • Disuso: le connessioni sinaptiche si sono indebolite
  • Interferenza: proattiva o retroattiva, un apprendimento ne ostacola un altro
  • Suggestione: interventi esterni che suggeriscono falsi ricordi, che si mescolano a quelli veri
  • Ansia e motivazione

Recupero:

  • Natura del compito
  • Tipo e numero di indizi (cue)
  • Strategie
  • Fattori emotivi

Quali metodi per migliorare la memoria?

Quando la nostra memoria inizia a indebolirsi a causa dei processi di invecchiamento, oppure abbiamo tante cose da ricordare e la sovraccarichiamo, è possibile servirsi di alcuni strumenti per aiutarsi nel ricordare le informazioni (Dentici et al.,2004).

Ausili esterni attivi: essi consistono in tutti quegli strumento da consultare nel momento in cui dobbiamo recuperare delle informazioni: calendari, agende, liste, timer, elenchi, ecc.

Mnemotecniche: sono delle strategie di acquisizione estremamente efficaci, per organizzare le informazioni in entrata. Esse comprendono:

  1. Metodi verbali: rime, acronimi, acrostici
  2. Metodi visivi: associazione visiva, metodo delle storie, metodo dei loci
  3. Metodi misti: parola chiave

Metodi cognitivi: rappresentano dei tipi di organizzazione personale dell’informazione in entrata, che solitamente utilizziamo ma in maniera inconsapevole:

  • serializzazione
  • associazione visiva
  • categorizzazione semantica e fonologica
  • organizzazione logica

Qual è la strategia migliore?

Secondo Dentici e collaboratori (2014) anche se non può essere definita a priori una strategia migliore di altre, in quanto la scelta della strategia dipende dalle caratteristiche individuali, dal tipo di materiale e dalla situazione, possiamo identificare alcune regole che ci aiutino a mantenere le informazioni:

1. Organizzare il più possibile in categorie

2. Attenzione durante l’apprendimento

3. Creare reti associative

4. Creare immagini mentali

5. Attribuire maggior significato possibile al materiale

La memoria di volti-nomi

Tra le varie informazioni del mondo che un individuo è chiamato ad apprendere, i volti (e i nomi a essi corrispondenti) rappresentano quella più importante. Seppure non sembra esistere un’area specifica per i volti, alcune regioni del lobo temporale si attivano alla vista di facce: giro temporale inferiore e giro temporale superiore, giro fusiforme (soprattutto nell’emisfero dx).

E allora perché sembra che l’associazione volto-nome sia una di quelle che più facilmente sfugge alla nostra memoria?

Secondo alcuni studi (Naveh-Benjamin et al., 2004), le persone anziane mostrano un deficit nel ricordo di informazioni associate tra loro (proprio come volto e nome). Inoltre, nonostante gli anziani abbiano una buona capacità di riconoscimento dei nomi, mostrano maggiori difficoltà nel riconoscimento dei volto e quindi nell’associazione dei due tipi di informazioni.

I nomi sono difficili da ricordare perché spesso non sono immediatamente associabili alla persona a cui appartengono e non sono facilmente immaginabili mentalmente. Inoltre, spesso non vengono ripetuti tanto quanto le altre informazioni.

Il riconoscimento dei volti è associato a 3 gruppi di fattori (Dentici et al., 2004):

  • Distintività: quanto una persona è particolare all’interno diana popolazione
  • Familiarità: dimestichezza con un determinato volto (numero e frequenza delle presentazioni)
  • Contesto: ambiente in cui di solito si incontra una persona

Strategia di associazione volto-cognome:

  • Prestare molta attenzione e ripetere mentalmente molte volte
  • Memorizzare le prime lettere
  • Associare il nuovo cognome a uno già memorizzato
  • Utilizzare una parole che faccia rima
  • Cercare nella faccia delle caratteristiche da collegare al cognome
  • Dare un significato al cognome
  • Fare riferimento al contesto

Bibliogarfia

Dentici, O. A., Amoretti, G., & Cavallini, E. (2004). La memoria degli anziani. Una guida per mantenerla in efficienza. Edizioni Erickson.

Naveh-Benjamin, M., Guez, J., Kilb, A., & Reedy, S. (2004). The associative memory deficit of older adults: Further support using face-name associations. Psychology and aging19(3), 541.

Suddendorf, T., Addis, D. R., & Corballis, M. C. (2011). Mental time travel and shaping of the human mind. M. Bar, 344-354.

Trisciuzzi, L., Zappaterra, T., & Sandrucci, B. (2005). II. Il recupero della memoria. In Il recupero del sé attraverso l’autobiografia (pp. 1000-1012). Firenze University Press.