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La ricerca Europea ESEMeD (European Study of the Epidemiology of Men- tal Disorders) coordinata in Italia dall’Istituto Superiore della Sanità, ha coinvolto 4.712 persone e indagato la prevalenza dei principali disturbi mentali tra il 2001 e il 2003. Questo studio e altre evidenze ci dicono ad esempio che ogni donna è a rischio di depressione. Non vi sono tipologie di donne più a rischio. La depressione femminile è trasversale ai vari gruppi sociali con diversi livelli economici e culturali.

Le ricerche e le evidenze parlano di fattori di rischio prevalenti nella donna quali lo stress e il sovraccarico (individuato nella condizione di donna coniugata con figli piccoli), l’isolamento sociale, la bassa autostima (derivata dalla scarsità di riconoscimenti a livello sociale), il carico di lavoro (conseguente al farsi carico dei bisogni dell’altro) e la violenza. Nonostante ciò pesano i pregiudizi dell’ambiente medico e psichiatrico le cui teorie vedono un riferimento costante alle vicende della vita riproduttiva femminile.

Questi pregiudizi, ovvero l’attribuzione alle donne di una eziologia prevalentemente di stampo biologico/ormonale, comportano la mancanza di una reale prevenzione a misura di donna. In ogni settore della medicina, compresa la psichiatria, emerge la tendenza a sopravvalutare i fattori biologici e costituzionali e a sottovalutare i fattori ambientali. Negli uomini invece accade il contrario; esemplificativo di questo lo si ritrova nella medicina cardiovascolare quando parla di rischio “stress lavorativo” negli uomini e di rischio “menopausa” nelle donne. Tale fenomeno si chiama segregazione di genere delle eziologie in cui si riscontra una derivazione prevalentemente socio-economico-ambientale per gli uomini ed una di tipo biologico ormonale per le donne.

Nello specifico della depressione è importante quindi non parlarne più come di un male oscuro, intendendo per esso, una patologia di cui non si conoscono genesi e fattori di rischio. Decodificare la depressione all’interno del mondo abitato dalla donna e quindi riconoscerla come effetto del sovraccarico, dello stress, del burn-out (soprattutto nel post-partum), di violenze e minacce (soprattutto nella famiglia), stimola le donne a pensare che la depressione non sia un destino immutabile, ma che dalla depressione si possa uscire con strumenti azionabili nella vita quotidiana.

Per approfondire l’argomento vi consigliamo la lettura di “Nuove frontiere per la storia di genere”.

Leggi il documento originale dell’Università degli Studi di Salerno