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Breve guida all’esplorazione del cervello e delle funzioni cognitive. Capitolo 2 – L’attenzione

L’attenzione è definibile come un insieme di fenomeni cognitivi che ci permettono di selezionare e filtrare le informazioni proveniente dall’ambiente in modo automatico (bottom-up) o volontario (top-down).

Ecco alcune componenti attentive:

  • Attenzione selettiva: selezionare un preciso stimolo a discapito di altri
  • Attenzione sostenuta o concentrazione: mantenere l’attenzione su un compito per un periodo prolungato di tempo
  • Inibizione: ignorare uno stimolo irrilevante
  • Attenzione divisa: distribuire le proprie capacità attentive tra due compiti da svolgersi contemporaneamente
  • Attenzione alternata: seguire due compiti diversi, spostando l’attenzione da uno all’altro

Fenomeni attentivi

Nella storia della psicologia sono stati molti gli esperimenti condotti per comprendere come funzionano le abilità cognitive. Anche se ancora al giorno d’oggi rimangono molti punti oscuri, tali ricerche ci hanno consentito di capire come lavora il nostro cervello, mettendo alla luce anche alcuni fenomeni curiosi.

Il fenomeno dell’attenzione nascosta, scoperto da Hermann von Helmotz nel 1894, aiuta a comprendere come il punto del campo visivo su cui si fissa lo sguardo non è necessariamente lo stesso in cui si focalizza l’attenzione.

È quindi possibile decidere volontariamente di concentrare l’attenzione su una sensazione proveniente dal sistema nervoso periferico e allo stesso tempo escludere l’attenzione da tutte le altre parti. Per esempio, quando guidiamo abbiamo lo sguardo fisso sulla strada davanti a noi, ma la nostra attenzione è attiva anche al marciapiede, per evitare eventuali investimenti di pedoni che attraversano all’improvviso.

Un altro fenomeno curioso per aiutarci a capire come funziona l’attenzione è l’effetto definito “cocktail party”; questa volta protagonista è l’attenzione uditiva, che non necessariamente è indirizzata verso i suoni più forti.

La percezione selettiva uditiva premette la percezione di un debole segnale in un ambiente rumoroso (per esempio una festa, dove ci sono vari rumori forti come la musica, il rumore delle posate, ecc., ma noi riusciamo a concentrare la nostra attenzione sulla persona che ci stai parlando). Questo effetto è stato scoperto attraverso esperimento condotti con il metodo dell’ascolto dicotico. Tale tecnica consiste nel far indossare ai soggetti delle cuffie, trasmettendo a ognuno degli orecchi un messaggio differente. É stato così osservato come la focalizzazione dell’attenzione su un solo orecchio migliora la codifica di quell’input. Il messaggio trasmesso nell’orecchio ignorato viene notato solo se contiene informazioni rilevanti per il soggetto.

Quali sono le basi neurali dell’attenzione?

Come per quasi tutte le funzioni cognitive, si ritiene che non ci sia una singola area cerebrale specifica per l’attenzione, ma che tale abilità sia mediata dall’attivazione di vari network. In particolare, a seconda del sistema sensoriale cui lo stimolo appartiene (visivo, uditivo, tattile), si attivano le relative aree. La corteccia frontale opera un controllo esecutivo e il lobo parietale interviene per quanto riguarda il controllo spaziale e la localizzazione.

Multitasking e risorse attentive

Molto spesso si sente dire alle persone di essere “multitasking“, ossia di essere molto abili nello svolgere più compiti nello stesso momento. Tale termine indica, in particolare, la capacità di elaborare in parallelo il maggior numero di informazioni possibili, portando a termine il compito velocemente e precisamente.

Ormai, nella nostra quotidianità, è sempre più difficoltoso concentrarsi su un’attività senza subire distrazioni da telefonate, messaggi, mail, notifiche e via dicendo.

Ma tutte queste interferenze, ci rendono più abili, potenziando le nostre risorse attentive, oppure conducono a uno spreco di risorse?

Per rispondere a questa domanda, è in primo luogo necessario osservare che l’attenzione è una risorsa cognitiva limitata: nel momento in cui dirigiamo l’attenzione a un compito secondario, quello principale che stavamo compiendo ne risente. Inoltre, è chiaro che alternare il focus attentivo tra un’attività e l’altra rallenta notevolmente i tempi di reazione e di elaborazione delle informazioni. Inoltre, anche la memoria a lungo termine è influenzata in negativo dallo switching attentivo, rendendo i ricordi più specializzati, meno flessibili e quindi recuperabili con maggiori difficoltà.

A nostro avviso, la soluzione migliore consiste, piuttosto che nel condurre più attività contemporaneamente, nel gerarchizzare le priorità. Porsi un obiettivo per volta e cecare di portarlo a termine, evitando le distrazioni quali interruzioni del lavoro, consentirebbe una migliore concentrazione su quel compito, probabilmente conducendo a un migliore risultato finale