Il termine aggressività deriva dal latino “adgredior” che letteralmente significa “avvicinarsi” ma che può essere anche inteso come “assalire”, “accusare”. Pertanto quando parliamo di aggressività ci rifacciamo ad un termine che riveste una pluralità di significati e include fenomeni molto diversi l’uno dall’altro. 

In psichiatria e in psicologia tale termine definisce una gamma molto vasta di comportamenti, che va dalle tendenze distruttive di sé e degli altri all’autoaffermazione in un contesto competitivo o in una situazione di frustrazione.Pertanto da un punto di vista quantitativo e qualitativo è possibile distinguere diversi aspetti dell’aggressività: dall’ostilità gestuale e verbale fino agli atteggiamenti distruttivi e agli atti di violenza. Osservando più da vicino vediamo come l’aggressività si possa manifestare sotto forma di autolesionismo oppure possa essere rivolta all’esterno, verso le altre persone o verso gli oggetti (lanciare a terra o rompere oggetti, dare calci alle porte o ai mobili, sbattere le porte etc..). 

Vi sono altre tipologie di aggressività?

Oltre all’aggressività fisica vi è quella di tipo motorio legata quindi ad una gestualità minacciosa o ad atteggiamenti esigenti ed impazienti e un’aggressività di tipo verbale che si esprime attraverso urla, linguaggio scurrile e bestemmie. 

Cognizione ed emozione

Da un punto di vista neuroscientifico l’aggressività può essere definita come una perdita del controllo inibitorio sul proprio comportamento e un’alterata regolazione delle emozioni può portare ad un comportamento aggressivo. 

Sebbene numerose indagini sperimentali abbiano rilevato il ruolo della corteccia orbitofrontale nel modulare o inibire gli stimoli contestualmente inappropriati o risposte di tipo automatico, in modo da regolare i rapporti sociali, rimane ancora oggetto di dibattito la localizzazione delle lesioni prefrontali che determinano un aumento di aggressività. Gli studi sull’aggressività si sono focalizzati in particolare sui processi che regolano la rabbia, le emozioni negative e l’impulsività. Alcuni studi neurofunzionali hanno mostrato un’attivazione in presenza di volti minacciosi dell’amigdala che altro non è che un complesso di nuclei a forma di mandorla situati nei lobi temporali e altamente connessi con diverse aree cerebrali. L’amidgala sembra avere un ruolo importante anche nell’attribuzione del valore emotivo ad uno stimolo e una sua lesione altera le reazioni aggressive in quanto il soggetto non è più capace di discriminare i segnali di minaccia da quelli che non lo sono. La corteccia orbitaria analizza successivamente le informazioni ed attribuisce un senso ad apprendimenti ed esperienze, integrandoli in una trama concettuale e, a sua volta, modula l’amigdala. In tal modo la corteccia frontale orbiterale regola le risposte aggressive.  

L’aggressività nei bambini: Il disturbo oppositivo provocatorio nei bambini. Quando chiedere aiuto?

Nelle persone gli impulsi aggressivi possono manifestarsi a livello verbale, fisico e sociale. L’aggressività può essere espressa direttamente e in modo evidente, o indirettamente e in modo mascherato. Le espressioni più evidenti si possono osservare, per esempio, nei bambini piccoli quando questi, per ottenere qualcosa, manifestano scatti di collera, ira etc. Ma quando un genitore deve iniziare a preoccuparsi? Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (#DSM 5) la caratteristica essenziale del disturbo oppositivo provocatorio nel bambino è un pattern frequente di umore collerico-irritabile e di comportamento polemico o provocatorio che dura da almeno 6 mesi. 

Osservando più da vicino questi sintomi per umore collerico si intende:

  • Un bambino che va spesso in collera;
  • Un bambino permaloso o facilmente contrariato;
  • Un bambino che spesso risulta adirato e risentito.

Relativamente al comportamento polemico bisogna notare se il bambino:

  • Litiga spesso con gli adulti;
  • Sfida o si rifiuta di rispettare le richieste provenienti da figure che rappresentano l’autorità;
  • Irrita frequentemente gli altri;
  • Accusa spesso gli altri per i propri errori o per il proprio cattivo comportamento.

E’ importante rivolgersi ad uno specialista e chiedere aiuto in quanto bambini che presentano un umore marcatamente collerico corrono il rischio di sviluppare in concomitanza disturbi emotivi (disturbi d’ansia e disturbo depressivo maggiore). I bambini invece che presentano una sintomatologia legata alla provocatorietà, polemica e vendicatività saranno invece più a rischio di sviluppare un disturbo della condotta. 

Adolescenti aggressivi. Quali i fattori di rischio?

L’adolescenza sappiamo essere un periodo difficile in quanto la nascita di nuovi bisogni fisiologici e psicologici altera gli equilibri familiari. 

I conflitti con i genitori sono all’ordine del giorno. I figli faticano a riconoscere, elaborare e a controllare le proprie emozioni e di conseguenza a rispettare le figure genitoriali. In questo periodo il ragazzo deve affrontare anche il primo naturale processo di separazione dall’altro ovvero dal genitore e i limiti, che inevitabilmente vengono fissati, possono generare reazioni aggressive. Generalmente ascoltare i ragazzi, avere poche regole ma chiare, può aiutare i figli a gestire la rabbia. Quali sono quindi i fattori di rischio che rendono violento l’adolescente nei confronti dei genitori? Qui di seguito ne vediamo alcuni:

  • Una comunicazione familiare disfunzionale;
  • Un’educazione basata su sensi di colpa, denigrazione, derisione, coercizione esasperata e punizioni fisiche;
  • Una frequente esposizione a liti familiari (soprattutto se violente);
  • Un basso status socio economico della famiglia;
  • Una scarsa regolazione delle emozioni;
  • Una spiccata impulsività e scarica motoria della rabbia;
  • Il crescere con genitori la cui autorità non viene riconosciuta.

Lo sviluppo dell’aggressività affonda quindi le radici in dinamiche familiari disfunzionali. Ecco quindi che interventi precoci possono fare la differenza. Importante pertanto incoraggiare i figli ma anche i genitori a chiedere aiuto a professionisti della salute mentale quali psicologi -psicoterapeuti per rinforzare le azioni preventive e impedire l’esacerbazione della conflittualità intrafamiliare. 

Aggressività nelle demenze. Come affrontarla?

Nelle demenze oltre ai disturbi di natura cognitiva vi sono quelli comportamentali. Essi rendono ancora più complessa e difficile la gestione dei malati da parte dei loro caregiver. 

I malati di demenza si comportano spesso in modo aggressivo. Possono essere aggressivi verso di sé e verso gli altri sia verbalmente che fisicamente. Una delle cause potrebbe dipendere da una difficoltà nella persona affetta da demenza di comprendere l’ambiente e decifrare gli stimoli in esso contenuti. Inoltre anche uno stato di noia o di frustrazione potrebbero essere fattori scatenanti.

Ma cosa possiamo fare nel caso di un comportamento aggressivo?

  • Cerchiamo innanzitutto di mantenere la calma e ricordiamoci che l’aggressività è dovuta alla malattia più che all’indivituo;
  • Proviamo a distrarre la persona impegnandola in attività gratificanti;
  • Evitiamo di usare la forza per obbligare la persona a compiere un’azione;
  • Inseriamo delle routine in modo che il malato possa riconoscere come familiari alcune abitudini.

E il caregiver può fare qualcosa per tutelare in primis sé stesso?

  • Sarebbe utile avere sempre pronta una via di fuga in modo da badare alla propria incolumità;
  • Informare il medico dei comportamenti aggressivi;
  • Sfogarsi con persone di fiducia;
  • Chiedere aiuto ad uno psicologo per affrontare questo periodo di difficoltà.

Ricordiamo inoltre che nelle persone affette da demenza non tutti i disturbi sono contemporaneamente presenti in uno stesso malato e in ogni malato i sintomi assumono espressioni diverse, sia per quanto riguarda la forma che per la gravità/intensità del comportamento.

Dalla vita reale a quella virtuale: l’aggressività nei social

Il web al giorno d’oggi non è più una realtà virtuale poiché le conseguenze che genera sono riscontrabili a tutti gli effetti nella vita reale. Un esempio di questo è l’influenza operata dai social sulle relazioni umane. La comunicazione all’interno delle piattaforme social si è modificata divenendo spersonalizzata e dematerializzata. Molte persone utilizzano la rete per sfogarsi, per attaccare o denigrare l’altro. A causa di questo eccesso di aggressività i social diventano spesso un luogo di disgregazione, venendo meno all’intento di mettere in relazione le persone. 

Ma come mai siamo così aggressivi sul web?

  • Lo siamo perché ci sentiamo di agire in anonimato. Lo schermo di uno smartphone o di un pc fa da filtro, dandoci la sensazione di essere in un luogo oscuro, protetto;
  • Lo siamo perché non abbiamo nessuno davanti a noi presente in carne ed ossa e questo ci porta a credere che quanto più la nostra comunicazione sarà denigrante tanto più saremo visualizzati;
  • Siamo aggressivi perché spesso fraintendiamo i messaggi che leggiamo. Non potendo attribuire ad un pensiero pubblicato un’intonazione, tendiamo ad interpretare su base personale, guidati quindi dallo stato d’animo del momento;
  • Siamo aggressivi perché siamo animali sociali e tendiamo a fare gruppo anche sul web e gli appartenenti a un gruppo tendono a regredire manifestando comportamenti infantili. I frequenti linciaggi presenti in rete sono l’espressione di dinamiche gruppali distorte in cui i partecipanti tendono a farsi trascinare dal gruppo verso posizioni estreme, senza freni inibitori, scrivendo qualunque cosa (talvolta anche non pensata) con lo scopo di vedere gli effetti del proprio messaggio aggressivo. 

Possiamo cambiare rotta? 

Sicuramente può essere utile un cambio di prospettiva: smettere di sentirci solo utenti e ritornare ad essere persone anche in rete. Questo probabilmente ci permetterà di sentirci più responsabili e più consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni. 

 

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