Lo sport. Quali insidie nasconde?

Lo sport. Quali insidie nasconde?

Lo sport. Quali insidie nasconde?

 

Lo sport racconta molti aspetti della nostra personalità. C’è chi preferisce sport di squadra, chi individuali, chi ama praticarlo all’aria aperta, chi in spazi chiusi.  

 

Ma quali sono le motivazioni che ci spingono a praticare attività fisica? 

 

Sicuramente in tenera età lo sport viene visto come strumento di benessere perché limita l’aumento di peso, previene malattie cardiovascolari e migliora la postura. Crescendo può capitare che da strumento di benessere diventi un mezzo per apparire al meglio agli occhi degli altri. Accade questo perché la società in cui viviamo è ossessionata dal culto del corpo e della bellezza ed una conseguenza è la ricerca della perfezione fisica. 

Oltre a praticare sport, perché spinti da motivazioni legate all’apparenza, all’aspetto fisico, troviamo anche un’altra forma di sportivi, “gli sport addicted”, che non sono spinti da fini estetici ma vivono lo sport come una vera droga. Nei paesi occidentali il numero di questi individui è in costante aumento. Purtroppo si parla ancora molto poco dei rischi conseguenti a questa dipendenza. Le conseguenze sono rintracciabili a livello fisico, psichico e sociale ma le persone interessate e i loro cari non riescono a cogliere certi comportamenti come disfunzionali in quanto la credenza comune è che l’attività fisica sia una pratica positiva.

Proviamo a vedere qui di seguito le ricadute nei diversi contesti di vita:

  • a livello sociale  queste persone dedicano più tempo possibile all’attività fisica trascurando le reazioni interpersonali; 
  • a livello lavorativo queste persone necessitano di maggiore tempo da dedicare agli allenamenti pertanto, quando possono, sacrificano anche il lavoro.

Per comprendere pienamente il fenomeno dobbiamo comunque analizzarlo a livello di motivazioni, attitudini ed emozioni presenti in ciascun sportivo. Vediamo infatti che vi sono 3 categorie:

  • Sani nevrotici  sono persone che utilizzano lo spot come “psicofarmaco”
  • Sportivi compulsivi l’attività fisica è un modo per loro per sostenere una precisa routine che conferisce un senso di controllo
  • Dipendenti dallo sport sono persone in cui lo sport domina la loro vita. Per loro ha la funzione di regolatore dell’umore.

Quest’ultima condizione è quella che può essere accostata ad una vera “dipendenza sportiva”.Spesso questi individui presentano in comorbidità altri disturbi mentali come il Disturbo Bipolare o disturbi di personalità. 

Bibliografia

G.Ferrari, V. Penati (2013). Psicologia e Sport. Dal benessere alla compulsione. Ed. Ferrari Sinibaldi. Milano

 

Fibromialgia: una malattia invisibile

Fibromialgia: una malattia invisibile

La fibromialgia (FM) è un disturbo caratterizzato da dolore muscolo-scheltrico diffuso e fatica cronici .

Questa condizione clinica colpisce circa il 2-3% della popolazione, nella maggior parte donne; la prevalenza aumenta con l’età ed è la terza condizione di dolore muscoloscheletrico più frequente.

I sintomi che spesso accompagnano il disturbo sono: fatica, disturbi cognitivi, sintomi somatici e psichiatrici multipli. L’eziologia e la patofisiologia della fibromialgia sono incerte: sembra essere una patologia legata alla regolazione cerebrale del dolore e le evidenze più recenti la classificano come sindrome della sensibilizzazione centrale.

Negli anni i criteri diagnostici per la fibromialgia hanno subito differenti cambiamenti e la maggiore difficoltà è ancora oggi costituita dall’assenza di un correlato organico definito e di esami strumentali utili. Nel 2019, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un gruppo di lavoro dell’International Association for the Study of Pain (IASP) ha sviluppato un sistema di classificazione, incluso nell’ICD-11, dove è stata la FM è inserita come dolore primario cronico, per distinguerlo dal dolore secondario a una malattia sottostante.

 

Le cause della fibromialgia

Le cause e i processi patologici che conducono allo sviluppo della fibromialgia sono tutt’oggi scononsciuti, ma è ormai chiaro che l’eziologia è multifattoriale. Molti fattori quindi possono contribuire allo sviluppo di questa patologia, come:

  • predisposizione genetica
  • fattori emotivi (eventi di vita stressanti, tratti di personalità)
  • sensibilizzazione al dolore centrale (ridotta soglia del dolore)
  • disordini all’asse ipotalamo-ipofisi-surrene
  • anomalie del tono vegetativo
  • interazione dei disturbi del sonno come trigger del dolore
  • meccanismi infiammatori

 

Essendo una condizione clinica senza corrispettivo organico, purtroppo la fibromialgia rimane non diagnosticata nel 75% delle persone che ne soffrono. L’incertezza medica che contorna la fibromialgia, infatti, si traduce spesso in anni di sintomi, numerose visite, specialisti e approfondimenti prima di arrivare alla diagnosi, con conseguente carico psicologico negativo.

Sembra, invece, che ricevere una diagnosi sia molto d’aiuto per affrontare il disagio dovuto alla polisintomatologia, e intervenga nel ridurre dubbi e paure, che si pongono come i principali fattori psicologici amplificando il disturbo stesso. L’etichetta diagnostica, infatti, legittima i sintomi soggettivi, rassicurando. la persona e mettendola in condizione di far fronte alle proprie problematiche.

 

Dolore cronico e sensibilizzazione centrale

Il dolore è uno dei sintomi principali della fibromialgia ed è quindi verosimile che alla base di questa malattia vi sia un’anomala elaborazione del dolore a livello cerebrale.

Facendo un passo indietro, è necessario definire il dolore: esso infatti non è una mera manifestazione sensoriale, ma va considerato come unesperienza sensoriale ed emozionale spiacevole che può variare profondamente tra le persone; anche nello stesso individuo può assumere connotazioni differenti a seconda del contesto e del significato del dolore e dello stato psicologico della persona.

 

Nella fibromialgia, sembra effettivamente esserci un problema con l’elaborazione del dolore nel cervello. I pazienti spesso diventano ipersensibili alla percezione del dolore (iperalgesia). La costante ipervigilanza del dolore è anche associata a numerosi problemi psicologici. Le anomalie osservate nella fibromialgia includono:

  • livelli elevati dei neurotrasmettitori eccitatori come il glutammato e la sostanza P
  • diminuzione dei livelli di serotonina e norepinefrina nelle vie discendenti anti-nocicettive nel midollo spinale
  • miglioramento prolungato delle sensazioni di dolore
  • disregolazione della dopamina
  • alterazione dell’attività degli oppioidi endogeni cerebrali.

 

I sintomi

I sintomi cardine della fibromialgia sono:

  • dolore cronico diffuso: il dolore nella fibromialgia è diffuso bilateralmente in tutto il corpo, coinvolge spesso i muscoli ma anche le giunture
  • fatica cronica: associata al risveglio, a sonno leggero e alla difficoltà a intraprendere attività anche minime, ma può essere peggiorata anche dall’inattività prolungata

Altri disturbi comunemente presenti nelle persone fibromialgiche possono essere:

  • disturbi cognitivi: spesso viene riferita la “fibro fog“, ossia una condizione di difficoltà attentiva e nello svolgere compiti che richiedono velocità di pensiero
  • difficoltà psicologiche: al momento della diagnosi dal 30 al 50% delle persone presenta ansia o depressione
  • mal di testa
  • parestesie a entrambe le braccia o le gambe
  • sindrome dell’intestino irritabile, reflusso gastroesofageo e altri disturbi gastrointestinali
  • altri sintomi: secchezza degli occhi, dispnea, disfagia e palpitazioni.

Il trattamento

Il trattamento dovrebbe essere multimodale e costruito su quattro pilastri (educazione del paziente, fitness, farmacoterapia e psicoterapia); l’approccio dovrebbe essere individualizzato, basato sui sintomi e graduale, stabilendo obiettivi condivisi con il paziente.

  • Psico-educazione: il paziente con fibromialgia va prima di tutto rassicurato sul fatto che la sua patologia è reale. Inoltre è fondamentale  soffermarsi sui correlati psicologici e sulla necessità del loro trattamento e sull’igiene del sonno
  • Fitness: è raccomandato esercizio aerobico almeno tre volte a settimana per 30 minuti, ion quanto migliora dolore e sonno
  • Trattamento farmacologico: i farmaci utilizzati nel trattamento della fibromialgia sono prevalentemente antidepressivi e anticonvulsivi
  • Trattamento per sintomi persistenti: in alcune persone la sintomatologia non migliora nonostante i trattamenti descritti sopra; in questi casi, è utile considerare la somministrazione di terapie farmacologiche multiple, la fisioterapia e la psicoterapia

Non si hanno chiare evidenze di efficacia per la somministrazione di farmaci antidolorifici e anti-infiammatori e di terapie complementari e alternative come agopuntura, yoga, tai chi, cure termali, elettrostimolazione, ecc. Molte persone, però, in assenza di risultati positivi legati ai trattamenti tradizionali ricorrono comunque a questo tipo di approcci.

I correlati psicologici

Al momento della diagnosi, dal 30% al 50% dei pazienti presenta anche difficoltà di tipo psicologico come ansia e depressione, e sono frequenti i disturbi del sonno.

Alcune ricerche hanno provato a identificare tratti di personalità specifici o condizioni psichiatriche associate alla fibromialgia, ma i risultati sono ancora poco chiari, anche se sembra esserci maggiore manifestazione di alessitimia e di disturbi di personalità ossessivo-compulsivi, evitanti, istrionici e borderline.

Assumono quindi importanza fondamentale l’incoraggiamento alla psicoterapia e la promozione di una buona igiene del sonno.

In effetti vi sono numerosi interventi che hanno mostrato risultati favorevoli come gli approcci cognitivo comportamentali, le terapie psicoeducative e mente-corpo.

Il beneficio che le persone fibromialgiche possono trarre dalla psicoterapia non è solo legato all’affrontare le problematiche emotive direttamente o indirettamente legate alla loro malattia, ma anche per gestire il dolore fisico, sintomo frequente e dirompente che caratterizza la fibromialgia. In effetti, sembrerebbe che il risultato migliore della psicoterapia sia la diminuzione del dolore.

 

Bibliografia

Bhargava, J., & Hurley, J. A. (2019). Fibromyalgia. StatPearls [Internet].

Bushnell, M. C., Čeko, M., & Low, L. A. (2013). Cognitive and emotional control of pain and its disruption in chronic pain. Nature Reviews Neuroscience14(7), 502-511.

Gomez-de-Regil, L., & Estrella-Castillo, D. F. (2020). Psychotherapy for Physical Pain in Patients with Fibromyalgia: A Systematic Review. Pain Research and Management2020.

Häuser, W., Sarzi-Puttini, P., & Fitzcharles, M. A. (2019). Fibromyalgia syndrome: under-, over-and misdiagnosis. Clin Exp Rheumatol37(Suppl 116), 90-7.

Maffei, M. E. (2020). Fibromyalgia: Recent advances in diagnosis, classification, pharmacotherapy and alternative remedies. International Journal of Molecular Sciences21(21), 7877.

Sarzi-Puttini, P., Giorgi, V., Marotto, D., & Atzeni, F. (2020). Fibromyalgia: an update on clinical characteristics, aetiopathogenesis and treatment. Nature Reviews Rheumatology16(11), 645-660.

L’endimetriosi e le sue conseguenze psicologiche

L’endimetriosi e le sue conseguenze psicologiche

L’endometriosi è una patologia cronica e debilitante che colpisce circa il 10% delle donne e si manifesta con l’accumulo di cellule endometriali al di fuori dall’utero. L’eziopatogenesi dell’endometriosi è complessa e, seppur non è ancora del tutto chiara, sembra coinvolgere fattori genetici, infiammatori e nervosi (legati alla sensitivizzazione periferica).

Un grave problema, inoltre, riguarda il ritardo delle donne nell’arrivare a una diagnosi corretta, in quanto purtroppo molto spesso il dolore femminile viene sottovalutato anche in ambito medico.

Ad oggi, non esiste un trattamento risolutivo per questa patologia, ma è possibile intervenire chirurgicamente e sullo stile di vita per migliorare la condizione clinica delle pazienti.

Vediamo più nello specifico di cosa si tratta

 

Che cos’è l’endometriosi

I sintomi principali associati all’endometriosi sono l’infertilità/subfertilità, la fatica cronica e il dolore, che può assumere differenti forme:

  • dolore pelvico cronico
  • dismenorrea: dolori associati al ciclo mestruale
  • dispaurenia: dolore all’inizio dell’atto sessuale o di qualsiasi attività sessuale che implica la penetrazione
  • disuria: difficoltà o dolore nell’emissione di urina
  • dischezia: difficoltà o dolore nella defecazione

 

Questi sintomi, che si manifestano più intensamente nel periodo mestruale, premestruale e durante l’ovulazione, hanno un importante impatto negativo sulla qualità di vita delle persone che ne sono affette.

Per chi soffre di endometriosi, inoltre, c ‘è un alto rischio di recidiva (dal 20 al 50% dei casi) entro i 5 anni dal trattamento.

 

Trattamenti possibili

Esistono numerose strategie terapeutiche per trattare l’endometriosi, come chirurgia, terapie ormonali e farmaci antinfiammatori non steroidei. Tuttavia, l’efficacia dei trattamenti medici convenzionali è limitata o intermittente nella maggior parte dei pazienti a causa degli effetti collaterali associati.

I trattamenti vanno modulati a seconda che il disturbo principale sia il dolore o la subfertilità. Entrambi i sintomi possono essere trattati attraverso i farmaci o il trattamento chirurgico. L’obiettivo principale del trattamento chirurgico o ormonale è la rimozione dei depositi endometriali, con conseguente riduzione del dolore e aumento delle possibilità riproduttive.

Secondo una review Cochrane del 2014, la soppressione del ciclo mestruale e il trattamento laparoscopico possono avere effetti benefici sul dolore. Non ci sono invece cure mediche consigliate per migliorare fertilità naturale nelle donne con endometriosi.

 

La riabilitazione del pavimento pelvico

Per le persone che soffrono di endometriosi, l’ostetrica può essere un’alleata importante per combattere il dolore pelvico cronico, uno dei sintomi più invalidanti di questa patologia.
Se il dolore non viene trattato, infatti, andrà ad aggravarsi e a peggiorare la salute fisica, psicologica e relazionale della persona. In particolare, possono esserci conseguenze negative nell’ambito della sessualità.
L’ostetrica interviene nella lotta contro il dolore pelvico attraverso la cosiddetta “ginnastica del pavimento pelvico”. Questo termine in realtà è riduttivo, in quanto si tratta di una vera e propria riabilitazione, che avviene dopo una valutazione funzionale e dopo l’impostazione di un intervento terapeutico che si avvale di molti strumenti.
Per saperne di più, consigliamo il blog di Associazione Progetto Endometriosi  (link in sotografia).

 

Conseguenze psicologiche 

 

La letteratura recente ha mostrato che l’endometriosi influisce negativamente sul benessere psicologico di chi ne è affetto e sulla qualità di vita. In particolare, è possibile osservarne le conseguenze sia sull’attività lavorativa sia sulla vita privata. I frequenti dolori associati al ciclo mestruale, infatti, portano spesso la persona ad assentarsi dal lavoro, con conseguenze negative sulla produttività, sui rapporti con superiori e colleghi e sulla soddisfazione lavorativa.

A livello relazionale, si osservano maggiori difficoltà sia nella donna sia nel partner a livello sessuale, a causa del dolore pelvico. Per questo tipo di problemi, sembra che gli interventi multimodali, che integrano la presa in carico psico-sessuologica e biomedica e che si rivolgono sia all’individuo sia alla coppia siano i più efficaci.

I risultati di una recente narrative review hanno suggerito che la principale fonte di stress è identificata nel dolore. Chi ne soffre in modo più intensi, infatti, ha una maggior tendenza a reprimere le proprie emozioni, a catastrofizzare e avere uno stile di coping passivo.

Sebbene ci siano delle manifestazioni psicopatologiche più comuni, è chiaro che una patologia come l’endometriosi assume senso se la comprendiamo alla luce della storia personale della persona, e soprattutto dei suoi progetti di vita.

Per esempio, poiché tale patologia è legata al rischio di infertilità, una grande differenza è data dal progetto o meno della donna di diventare madre. In linea di principio, anche se la paziente non ha mai considerato questa opzione, probabilmente trovarsi di fronte a questa opzione farà avvertire una chiusura di possibilità di azione, con conseguente vissuto di tipo depressivo.

Secondo la Fondazione Italiana Endometriosi, inoltre, uno dei sintomi comuni per le donne con endometriosi è la sensazione di “mente offuscata”, cioè confusione, scarsa memoria e difficoltà di messa a fuoco.

Bibliografia

Aerts, L., Grangier, L., Streuli, I., Dällenbach, P., Marci, R., Wenger, J. M., & Pluchino, N. (2018). Psychosocial impact of endometriosis: From co-morbidity to intervention. Best Practice & Research Clinical Obstetrics & Gynaecology50, 2-10.

Brown, J., & Farquhar, C. (2014). Endometriosis: an overview of Cochrane Reviews. Cochrane Database of Systematic Reviews, (3).

Carbone, M. G., Campo, G., Papaleo, E., Marazziti, D., & Maremmani, I. (2021). The Importance of a Multi-Disciplinary Approach to the Endometriotic Patients: The Relationship between Endometriosis and Psychic Vulnerability. Journal of Clinical Medicine10(8), 1616.

De Graaff, A. A., D’hooghe, T. M., Dunselman, G. A. J., Dirksen, C. D., Hummelshoj, L., WERF EndoCost Consortium, … & Wullschleger, M. (2013). The significant effect of endometriosis on physical, mental and social wellbeing: results from an international cross-sectional survey. Human reproduction28(10), 2677-2685.

Del Forno, S., Arena, A., Pellizzone, V., Lenzi, J., Raimondo, D., Cocchi, L., … & Seracchioli, R. Assessment of pelvic floor muscles with 3D/4D transperineal ultrasound in women with deep infiltrating endometriosis and superficial dyspareunia treated with pelvic floor muscle physiotherapy: a randomized controlled trial. Ultrasound in Obstetrics & Gynecology.

Laganà, A. S., La Rosa, V. L., Rapisarda, A. M. C., Valenti, G., Sapia, F., Chiofalo, B., … & Vitale, S. G. (2017). Anxiety and depression in patients with endometriosis: impact and management challenges. International journal of women’s health9, 323.

Maddern, J., Grundy, L., Castro, J., & Brierley, S. M. (2020). Pain in endometriosis. Frontiers in Cellular Neuroscience14.

Zarbo, C., Brugnera, A., Frigerio, L., Malandrino, C., Rabboni, M., Bondi, E., & Compare, A. (2018). Behavioral, cognitive, and emotional coping strategies of women with endometriosis: a critical narrative review. Archives of women’s mental health21(1), 1-13.

 

Sitografia

Fondazione Italiana Endometriosi

A.P.E. Associazione Progetto Endometriosi

 

Prendersi cura del familiare con SLA: il caregiver

Prendersi cura del familiare con SLA: il caregiver

Da qualche settimana si è sentito parlare tanto (più del solito!) di caregiver, cioè della persona che si prende cura di un familiare malato o disabile a causa del fatto che un noto politico, parlando dei diritti ai vaccini, ha scambiato questo termine con cargiver (!!!).

Vediamo più nello specifico chi è il caregiver, con particolare attenzione a chi si prende cura della persona affetta da SLA.

 

Chi è il caregiver

Tecnicamente, il caregiver è chi si prende cura di un’altra persona, sia a livello professionale sia familiare.

Quando si parla di caregiver familiare, si intende una persona che si prende cura di un familiare malato, disabile o minore.

In Italia, secondo alcune stime Istat, il 10,8% del lavoro non retribuito svolto dalle persone con più di 15 anni riguarda il prendersi cura di bambini e/o adulti conviventi. Per la maggior parte, lo svolgimento di questo tipo di incombenza spetta alle donne, con grandi dislivelli nelle possibilità di indipendenza e di avanzamento di carriera fuori dalle mura domestiche.

Spesso su questo blog ci siamo occupate di chi si prende cura della persona con demenza, ma questo articolo vuole focalizzarsi su un cargiving differente, ed è stato ispirato dal 6° Talk con Stefania Piscopo (in foto), che si è svolto giovedì 22 aprile sulla nostra pagina Facebook.

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA)

La sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa a prognosi infausta, le cui cause sono attualmente sconosciute. Il sintomo principale è la perdita dei motoneuroni spinali, bulbari e corticali, che causa gravi limitazioni nel funzionamento quotidiano, fino ad arrivare alla completa paralisi.

Attualmente, in Italia, si stima che ci siano più di 6000 persone affette da SLA, sebbene l’incidenza sia in aumento negli ultimi anni grazie al miglioramento del processo diagnostico.

Dal 30 al 50% dei pazienti, oltre ai sintomi motori sviluppa disturbi cognitivi, che in una piccola percentuale possono essere meglio spiegati dall’insorgenza della Demenza Fronto-Temporale.

Con il progredire della malattia, quindi la persona ha sempre più bisogno di cure, che nella maggior parte dei casi sono fornite appunto da un caregiver informale.

 

Il caregiver della persona con SLA

Per la sua caratteristica principale di limitazione della mobilità della persona, prendersi cura di un paziente con SLA si configura come un compito impegnativo.

Il caregiver, infatti, si trova ad affrontare numero si compiti assistenziali per i quali spesso non è preparato, come supportare il proprio caro progressivamente in tutte le attività quotidiane come lavarsi, mangiare, spostarsi.

Inoltre, spesso, è necessario fare i conti con numerose preoccupazioni per il futuro della persona cara, l’aumento delle responsabilità assistenziali e  dei propri sensi di colpa quando si ha la sensazione di non fare abbastanza.

 

Il caregiver burden

Come accade per il caregiver della persona con demenza, anche il familiare che assiste il malato di SLA può soffrire di caregiver burden.

Questa condizione indica il carico fisico ed emotivo legato alla cura di un proprio caro malato, ed è spesso associato all’assistenza delle persone con patologie croniche e degenerative. Il burden viene quindi sperimentato come un peggioramento del proprio stato di salute emotiva, fisica e come un restringimento delle proprie possibilità esistenziali, sia per l’impossibilità di una vita sociale appagante, sia per la rinuncia, spesso, ad attività lavorative, che conduce a un peggioramento dello status economico della famiglia.

In particolare, alcuni fattori relativi allo stato del paziente sembrerebbero legati alla maggiore probabilità di sperimentare caregiver burden:

  • Presenza di disturbi comportamentali: apatia e disinibizione sono disturbi frequenti nel pazienti con SLA, soprattutto nella percentuale che sviluppa Demenza Fronto-Temporale (FTD).
  • Livello di funzionamento fisico: al peggioramento delle abilità fisiche e dell’indipendenza cresce parallelamente il grado di carico psico-fisico sperimentato dal caregiver.
  • Sentimenti depressivi: i caregiver che sperimentano sintomi depressivi hanno. maggiori probabilità di incorrere in un più grave caregiver burden.

Il legame tra benessere del malato e quello del caregiver

 

La letteratura più recente mostra come il benessere psico-fisico del caregiver sia strettamente legato a un miglioramento dello stato del suo assistito. Spesso, questo non è una conseguenza diretta, ma un effetto cascata: un caregiver più sano a livello psico-fisico, infatti, avrà maggiori energie per prendersi cura del proprio caro, sperimentando probabilmente un maggiore senso di autoefficacia nello svolgimento delle attività quotidiane. A sua volta, questo stato di cose influisce positivamente sia sull’emotività, sia sullo stato fisico del malato.

Appare, quindi, sempre più chiaramente la necessità di prendersi cura di chi si prende cura.

 

 

Mi manca la tua voce: da infermiera a caregiver contro la SLA

Come accennavamo sopra, questo articolo è stato ispirato dalla chiacchierata con Stefania Piscopo, infermiera e autrice del libro “Mi manca la tua voce: da infermiera a caregiver contro la SLA“. Il libro, edito da La Memoria del Mondo di Magenta, parla della storia di Stefania nella sua trasformazione da figlia e infermiera a caregiver.

Con la sua doppia prospettiva, sia da operatrice sanitaria sia da caregiver familiare, Stefania nell’intervista durante il Talk ci ha portate a comprendere la grande differenza tra questi ruoli, e le difficoltà non solo legate all’assistenza pratica della persona malata, ma anche a tutto il mondo retrostante, fatto di fatiche emotive, sofferenze, pratiche amministrative, burocrazia e cambiamenti ambientali.

Stefania ci ha anche parlato del valore che ha avuto per lei il raccontarsi, e le nuove prospettive di vita che il libro le ha aperto.

Insomma, una lettura emozionante, che consigliamo vivamente, anche perché il ricavato del libro serve per sostenere l’Hospice di Abbiategrasso.

 

Bibliografia

de Wit, J., Bakker, L. A., van Groenestijn, A. C., van den Berg, L. H., Schröder, C. D., Visser-Meily, J. M., & Beelen, A. (2018). Caregiver burden in amyotrophic lateral sclerosis: a systematic review. Palliative medicine32(1), 231-245.

Longinetti, E., & Fang, F. (2019). Epidemiology of amyotrophic lateral sclerosis: an update of recent literature. Current opinion in neurology32(5), 771.

La scrittura terapeutica

La scrittura terapeutica

La scrittura ha una valenza terapeutica nel momento in cui ci si sofferma a descrivere vissuti particolari della propria vita; quando dunque si parla di emozioni e di sentimenti profondi. 

La letteratura scientifica negli ultimi 20 anni si è interessata alla dimostrazione degli effetti benefici della scrittura sulla salute fisica e psichica. Nel 2005 venne condotto uno studio sulla scrittura espressiva su un campione di studenti universitari. Ad un gruppo di loro fu assegnato il compito di scrivere per 15 minuti al giorno per 4 giorni consecutivi quelle che reputavano le esperienze più traumatiche della loro vita. Al gruppo di controllo venne invece chiesto di parlare di argomenti superficiali. 

I partecipanti che raccontarono di pensieri e sentimenti più profondi riportarono benefici significativi nell’immediato e anche a distanza di 4 mesi, rispetto a coloro che trattarono tematiche  generiche. Gli autori conclusero che scrivere di precedenti esperienze traumatiche comportasse due benefici:

  • un miglioramento immediato del benessere percepito
  • una diminuzione dei problemi di salute a distanza di tempo

La scrittura può essere quindi se la consideriamo come un modo di aver cura di noi, nel momento in cui poniamo attenzione ai nostri disagi e siamo in ascolto di noi stessi. Un esempio a riguardo è la medicina narrativa in grado di portare importanti benefici sia al paziente sia a chi se ne prende cura. 

 

La medicina narrativa

In medicina esiste una metodologia di intervento clinico assistenziale basata sulle competenze comunicative: la medicina narrativa (NBM). Il presupposto è quello di creare uno strumento in grado di comprendere e integrare le diverse narrazioni di quanti si prendono cura del malato.  Lo scopo è quello di offrire un percorso di cura il più personalizzato possibile. Questo approccio si integra con la medicina basata sull’evidenza (EBM) con il fine di rendere le decisioni clinico assistenziali più appropriate ed efficaci. 

Ma quali sono le caratteristiche della NBM?

  •  Il malato non viene visto come un semplice corpo da curare; viene dato ampio spazio alla sua storia personale che come tale è unica e irripetibile;
  •  Il personale sanitario, attorno alla persona, crea dunque una narrazione legata alla personale esperienza di malattia del paziente. Cosi facendo prende forma una narrazione condivisa non solo tra medici, infermieri ma anche tra malato e le persone a lui care;
  •  Attraverso la medicina narrativa il personale sanitario è quindi in grado non solo di curare la malattia ma anche di lavorare sulle emozioni, paure e speranze vissute dal paziente, che attraversa il suo personale percorso di sofferenza.

 

Bibliografia

Baikie, K. A., & Wilhelm, K. (2005). Emotional and physical health benefits of expressive writing. Advances in psychiatric treatment, 11(5), 338-346

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