L’orientamento nello spazio e nel tempo è una caratteristica presente fin dalle prime fasi dello sviluppo della vita sulla terra, quando gli organismi erano ancora cellule semplici. Il bisogno di muoversi svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo del sistema nervoso, e inizialmente era rappresentato dalla necessità di cercare cibo e di sfuggire ai nemici. Il movimento ebbe l’effetto di collegare il cervello con l’ambiente, permettendo ad alcuni organismi di trasformare gli oggetti o di fare previsioni mentali che rafforzavano il loro comportamento.

 

Il senso del tempo nasce dall’orientarsi nello spazio

 

La capacità di orientarsi nello spazio costituisce il catalizzatore di alcune delle funzioni superiori del cervello umano: incontrare stimoli, metterli in relazione tra loro, imparare dalla propria esperienza, ricordarsene.

Man mano che la corteccia cerebrale si è evoluta, il concetto di spazio di viene sempre più astratto, superando la concezione di contenitore di stimoli, ed è a questo punto che l’abilità di individuare e ordinare sequenze sensoriale si integra con le percezioni associative, creando il senso del tempo.

Tempo e spazio, quindi, sono inestricabilmente connessi sia nel nostro cervello sia nella nostra esperienza quotidiana.

 

Il GPS neuronale: il cervello che elabora spazio e tempo

 

Lo spazio e il tempo sono due concetti legati in modo molto stretto tra di loro, tanto che secondo Alber Einstein essi sono indissolubili, un’unità relativa al movimento dell’osservatore.

L‘ippocampo e la corteccia entorinale sembrano essere le strutture chiave del GPS neurale, contenendo cellule in grado di rappresentare la posizione su una sorta di mappa cognitiva e cellule che rappresenta le distanze, la velocità, il tempo di un percorso. Il nostro GPS, quindi, organizza il flusso dell’esperienza , creando una rappresentazione spazio-temporale integrata.

Per poter rappresentare i diversi aspetti della realtà in maniera coerente il cervello deve integrare e associare gli eventi nell’ordine in cui accadono, unendo e generalizzando le esperienze, e questo accade grazie ai vari ritmi del cervello, che ci rendono anche in grado di effettuare previsioni.

 

L’orientamento nel tempo e nello spazio

 

Nel campo della neuropsicologia clinica, Il disorientamento è l’incapacità di collocarsi correttamente nel tempo e/o nello spazio e si manifesta come l’impossibilità di ricordare la data, il giorno della settimana, l’anno in cui si è, oppure come il perdersi su strade che si conoscono bene, o addirittura non riuscire a capire dove si è in casa propria. Questi sintomi sono frequenti quando una persona è affetta da demenza e portano con sé un’ingente dose di ansia e preoccupazione per l’anziano.

Secondo alcuni studi la capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio non è associata solo alla memoria, ma anche al buon funzionamento di altre abilità cognitive come le capacità visuo-spaziali, il linguaggio e l’attenzione.

Il disorientamento, quindi, sembra essere il risultato del malfunzionamento di varie strutture cerebrali e delle funzioni cognitive ad esse associate.

 

 

Il tempo e lo sviluppo dell’identità

 

Secondo l’approccio fenomenologico, la nostra esperienza ha un carattere temporale e la capacità operare una configurazione narrativa, attraverso il linguaggio e il raccontare costituisce la base dell’identità.

Ma come si forma l’identità nei bambini?

Quando acquisiscono la capacità di trasporre la loro esperienza in un racconto?

Tra i tre e i quattro anni, i bimbi, con l’aiuto dei genitori che forniscono il senso a ogni esperienza, iniziano a strutturare i vari eventi della propria vita in piccole storie. Verso i 5 anni i bambini riescono a inventare un gioco con un personaggio, ad articolare le azioni in una storia che via via si sgancia dal contesto.

Nell’età scolare, il bambino ha acquisito l’abilità di comporre le varie dimensioni temporali in un’unica unità narrativa, e ciò comporta l’acquisizione del senso di permanenza di sé nel tempo, che gli indica di essere sempre lo stesso durante le varie esperienze che vive. Questo sviluppo è accompagnato dalla maturazione delle aree cerebrali che sono alla base sia del ricordo del passato, sia dell’immaginazione del futuro.

 

Mental Time Line: 

 

Il tempo è un concetto astratto di cui è estremamente difficile farsi una rappresentazione mentale. Secondo alcuni studi, la nostra mente rappresenta il tempo utilizzando uno schema spaziale, sotto forma di una Mental Time Line, ossia una vera e propria linea del tempo, in cui il passato è verso sinistra e il futuro a destra.

Esiste però una differenza tra la lontananza psicologica degli eventi della nostra vita: gli eventi futuri sono vissuti psicologicamente come più vicini al presente rispetto agli eventi passati, data una equivalente distanza oggettiva dal presente. Mettendo a confronto diverse fasce d’età, è però emerso come questa relazione sia opposta negli adolescenti: essi tendono a percepire gli eventi futuri più lontani nel tempo rispetto agli eventi passati.

Questo fenomeno potrebbe essere una conseguenza dell’identità ancora in formazione dei ragazzi, i cui progetti e obiettivi futuri sono ancora poco definiti. Inoltre, anche le emozioni che connotano gli eventi ne modificano la percezione di vicinanza rispetto al presente: eventi felici vengono rappresentati più lontani rispetto a eventi tristi o ansiosi.

 

Il tempo emotivo

 

Le emozioni alterano la percezione del tempo, fino al punto che il tempo sembra volare quando ci si sta divertendo e sembra allungarsi quando ci si annoia. Alcune ricerche hanno utilizzato materiale emozionale standardizzato, con l’obiettivo di comprendere meglio i meccanismi neurocognitivi che sottendono gli effetti delle emozioni sulla percezione del tempo.

La gioia e la felicità sembrano essere in grado di influenzare la percezione del tempo negli individui provocando cambiamenti nel livello di attivazione fisiologica, comportamentale ed emotiva. Alcune tra le più importanti ricerche in questo campo dimostrano che variazioni nel livello di dopamina nell’organismo sono in grado di influenzare la percezione del tempo nei soggetti sperimentali che si erano sottoposti alla somministrazione di particolari farmaci. La somministrazione di sostanze psicostimolanti che agiscono sul sistema dopaminergico è in grado di provocare una sovrastima della durata temporale delle esperienze vissute dall’individuo producendo un aumento del livello di arousal raggiunto. Questi studi confermano la possibilità che l’esperienza emotiva di emozioni positive come la gioia e la felicità possano influenzare in maniera significativa la percezione dell’esperienza temporale, sovrastimando o sottostimando la durata temporale di un evento.

 

 

 

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