Neuropsicologia: storia di una scienza

Neuropsicologia: storia di una scienza

La neuropsicologia è una disciplina scientifica che studia i deficit cognitivi ed emotivo-motivazionali causati da lesioni o disfunzioni del sistema nervoso centrale con lo scopo di esplorare la struttura funzionale della mente e i suoi correlati neurali (neuropsicologia sperimentale) e di fare diagnosi (neuropsicologia clinica).

Il termine “neuropsicologia” cominciò ad essere utilizzato a partire dalla metà del 1800, momento in cui iniziò ad affermarsi come disciplina distinta dalla psicologia e dalla neurologia. In Italia la nascita nella neuropsicologia come disciplina scientifica viene simbolicamente fatta risalire alla fondazione della rivista “Cortex” a Milano nel 1964 ad opera di De Renzi e Vignolo (Vallar, 2011).

Da allora la neuropsicologia ha avuto uno sviluppo crescente e oggi integra le conoscenze non solo di neurologia e psicologia, ma anche di altre discipline come neuroradiologia, medicina nucleare ed elettrofisiologia.

 

La relazione mente-cervello

Al medico tedesco Franz Joseph Gall va il merito di essere stato il primo nella storia a sviluppare una teoria sulla relazione mente-cervello. Il localizzazionismo ipotizzava che:

  1.  il cervello è l’organo della mente;
  2.  la mente è costituita da un numero definito di facoltà;
  3.  le facoltà sono innate e localizzate in specifiche regioni (organi) della corteccia cerebrale;
  4.  le dimensioni di ogni regione sono indice dello sviluppo della facoltà lì localizzata;
  5. la corrispondenza tra lo sviluppo maggiore o minore di una particolare facoltà e il volume aumentato o diminuito della regione cerebrale a essa associata determina la comparsa di una protuberanza o di una depressione della parte di osso cranico sovrastante;
  6.  palpando le diverse regioni del cranio è possibile determinare lo sviluppo delle facoltà mentali dei singoli individui.

Questa teoria, che risale agli inizi dell’800, cadde nel discredito già a partire dalla metà dello stesso secolo poichè non trovò conferma scientifica. Gall ipotizzò l’esistenza di innumerevoli facoltà mentali e delle relative localizzazioni che non trovarono mai un riscontro sperimentale, eccetto per il linguaggio la cui localizzazione determinò l’inizio della neuropsicologia moderna.

Nonostante le sue teorie siano state smentite, l’idea di un’organizzazione della mente in componenti distinte e localizzate in diverse parti del cervello è oggi il paradigma prevalente nelle neuroscienze cognitive.

 

La nascita della neuropsicologia

La nascita della neuropsicologia viene fatta risalire al 1861, quando il medico francese Paul Broca descrisse il caso di un paziente che presentava un’emiparesi destra e un’incapacità di esprimersi a parole a fronte di una capacità di comprensione linguistica e intelligenza preservate.

Il paziente di Broca divenne noto come monsieur Tan-tan poichè riusciva a produrre solo le sillabe “tan, tan”.

L’esame anatomo-patologico condotto post-mortem di monsierur Tan-tan rivelò una lesione della parte ventrale della terza circonvoluzione frontale, quella che oggi viene chiamata area di Broca. La correlazione anatomo-clinica permise a Broca di accertare la localizzazione del linguaggio nei lobi frontali dell’emisfero sinistro.

 

Cervello del paziente di Broca conservato al Musée Dupuytren di Parigi

 

La correlazione anatomo-clinica è metodo che mettere in relazione la sede e l’estensione di una lesione cerebrale con i deficit delle funzioni cognitive mostrati da un paziente. Permette, quindi, di inferire che:

  1. la lesione a una particolare area cerebrale causa un particolare deficit
  2. la funzione mentale compromessa è localizzata in quell’area

Questo metodo fu introdotto da Bouillaud e Broca quando nella seconda metà dell’800 ripresero le teorie di Gall sulla localizzazione del linguaggio nei lobi frontali studiando pazienti con lesioni cerebrali.

Nel periodo “classico” della neuropsicologia, compreso tra il 1861 e il 1920, furono descritti i principali deficit delle funzioni cognitive superiori e le loro basi cerebrali e fu concepito un nuovo modello della struttura delle funzioni mentali superiori: lo schema centri-connessioni.

I centri contengono determinate rappresentazioni e sono localizzati in regioni corticali specifiche; le connessioni (i fasci di sostanza bianca) collegano i diversi centri consentendo il trasferimento di informazioni. Questa concettualizzazione portò alla costruzione di diagrammi basati sull’osservazione di pazienti per descrivere il funzionamento di funzioni mentali superiori; uno degli esempi più famosi è il modello del linguaggio di Wernicke che aveva osservato pazienti che si comportavano in maniera opposta rispetto al paziente riportato da Broca. I pazienti con afasia di Wernicke, infatti, presentano una compromissione della comprensione uditivo-verbale, ma non della produzione del linguaggio; i pazienti con afasia di Broca presentano deficit di produzione, ma non di comprensione.

 

La neuropsicologia moderna

Nei decenni successivi, l’approccio dei costruttori di diagrammi fu sottoposto a diverse critiche:

  1. alla fine dell’800 molti neurologi preferivano un approccio più unitario e meno localizzazionista delle funzioni cognitive
  2. le osservazioni empiriche erano limitate a pochi pazienti, studiati singolarmente, non c’erano gruppi di controllo e non si utilizzavano test standardizzati.
  3. Il metodo utilizzato dal periodo classico, infatti, offriva solo delle osservazioni cliniche e non si avvaleva di un metodo scientifico di ricerca.
A partire dagli anni ’50 del secolo scorso i neuropsicologi hanno, quindi, cominciato a fare ricerca su gruppi di pazienti non selezionati in base a un particolare deficit, ma in base alla sede della lesione, a utilizzare test standardizzati che fornivano misurazioni quantitative della prestazione dei pazienti e a implementare procedure statistiche per confrontare le prestazioni dei pazienti con cerebrolesione a quelle di soggetti neurologicamente indenni.
 
Attualmente la ricerca in neuropsicologia indaga i deficit determinati da lesioni cerebrali sia in pazienti singoli che in gruppi di pazienti che presentano uno stesso deficit cognitivo in maniera omogenea.
 
Inoltre, le nuove metodiche di neuroimmagine strutturale (TAC e risonanza magnetica) e funzionale (es., PET e risonanza magnetica funzionale) sono in grado di evidenziare la sede e l’estensione della lesione causa del deficit in vivo e forniscono una misura dell’attività cerebrale. Questo ha permesso di dare nuova vita agli studi di correlazione anatomo-clinica propri degli inizi della neuropsicologia.
Bibliografia
Vallar, G. (2011). Introduzione alla neuropsicologia. In G., Vallar & C., Papagno (Cur.), Manuale di neuropsicologia (pp. 9-19). Il Mulino.
Le emozioni

Le emozioni

La parola emozione deriva dal verbo latino “emovere“, che significa rimuovere, trasportare fuori, scuotere. L’emozione è dunque qualcosa che ci fa scuotere dal nostro stato abituale, che ci fa muovere.

Essa è definibile come una risposta affettiva intensa e breve, che si produce come reazione a un avvenimento o a una situazione. È associata a specifici cambiamenti corporei ed è correlata a ciò che è importante per noi (obiettivi, preoccupazioni).

Sono esperienze coscienti che implicano un’attività cerebrale e hanno una valenza positiva o negativa.

 

Quali sono le emozioni?

Negli anni ’60, Paul Ekman studiò attraverso il metodo Facial Action Coding System (FACS) i movimenti dei muscoli del viso, identificando 6 emozioni comuni in tutte le culture: allegria, tristezza, gioia, disgusto, ira, paura e sorpresa.

In realtà, nel tempo è stato possibile comprendere come ,le sfumature emotive siano molte di più e molto meno definite tra di loro.

Le emozioni possono essere primarie, cioè quelle che dipendono in modo più diretto dai nostri istinti e si manifestano facilmente a livello espressivo, o complesse, che necessitano di maggiore elaborazione a livello mentale e implicano uno scambio di informazioni tra la corteccia e il sistema limbico.

L’utilità delle emozioni

Le emozioni sono il risultato della nostra storia evolutiva: inizialmente servivano a massimizzare l’esistenza della specie e aumentare il benessere dell’individuo.

Se le osserviamo in questo senso, quindi, possiamo sottolineare tre processi per cui esse sono essenziali:

  • Adattamento: generano risposte appropriate davanti alle sfide ambientali

  • Motivazione: entrano in gioco nei processi decisionali

  • Comunicazione: l’espressione delle emozioni ci permette di prevedere il comportamento altrui e hanno un valore enorme nei rapporti interpersonali e nell’adattamento all’ambiente sociale

 

Se osserviamo le emozioni con uno sguardo meno evolutivo e più utile a comprenderle al giorno d’oggi, ci accorgiamo subito di come esse siamo fondamentalmente la base della nostra quotidianità, in quanto danno senso all’esperienza. Le emozioni ci orientano nel rapporto con gli altri e nel rapporto con il mondo.

 

Le emozioni nel  cervello

Sappiamo che le emozioni sono molto di più di impulsi cerebrali.

Tuttavia esistono dei correlati neurali che le rendono possibili: l’attività del nostro cervello costituisce la base neurale delle emozioni, anche se per comprendere i motivi per cui le proviamo non è sufficiente osservare l’attivazione cerebrale, ma è necessario indagare più a fondo la storia e i progetti della persona.

Le emozioni si “producono” nel nostro cervello grazie al lavoro dei neurotrasmettitori nella trasmissione delle informazioni tra i neuroni: questo è anche il modo in cui agiscono gli psicofarmaci, aumentando o inibendo la presenza di determinate molecole a livello cerebrale.

I più noti neurotrasmettitori sono:

  • Dopamina: emozioni positive, sistema della ricompensa, sensazione di piacere
  • Serotonina: benessere, placa ansia e controlla gli impulsi
  • Noradrenalina: eccitazione, potenzia livello dell’umore e le risposte fisiche e mentali
  • Acetilcolina: memoria e apprendimento
  • GABA: inibizione, modula l’aggressività

Le aree cerebrali delle emozioni

 

Ad oggi si sa che le principali arre cerebrali implicate nell’elaborazione emotiva sono:

  • Amigdala: ruolo chiave nell’elaborazione dei segnali sociali dell’emozione (in particolare la paura), nel condizionamento emotivo e nel consolidamento delle memorie emotive
  • Corteccia prefrontale: nella parte orbitofrontale, sembra che questa part del cervello costituisca la base per il comportamento socialmente orientato a uno scopo, permettendoci di districarci nelle situazioni sociali.
  • Corteccia cingolata anteriore: implicata dell’integrazione delle informazioni viscerali, attentive ed emozionali coinvolte nella regolazione emotiva e in altre forme di controllo top-down.
  • Ipotalamo: sembrerebbe parte di un network più ampio coinvolto nel processamento della ricompensa, nella motivazione sessuale e nella rabbia

 

 

Ci emozioniamo tutti nello stesso modo?

Abbiamo detto che le emozioni hanno una fondamentale componente corporea.

Secondo l’ottica fenomenologica, “l’emozionarsi è il significato incarnato della situazione in corso” (Liccione, 2011 p. 74). In questo senso possiamo dire che il contesto emotivo dà senso e significato all’esperienza che viviamo in un determinato momento, aprendo nuove possibilità di azione nel mondo.

Non per tutti però, l’emozionarsi è vissuto nello stesso modo. Esiste infatti un continuum dell’emozionarsi, a cui estremi si trovano le modalità inward e outward. Che cosa significa?

Per coloro che si emozionano prevalentemente secondo una modalità inward, il senso di stabilità personale è mantenuto prevalentemente attraverso la sintonizzazione sui segnali corporei. La relazione con gli altri e il senso della situazione in corso saranno quindi regolate sulla messa a fuoco dei propri stati interni.

Per le persone che invece hanno una modalità di emozionarsi più tendente al versante outward, l’altro (inteso come persona, contesto, valori) costituisce il riferimento per il mantenimento del proprio senso di stabilità personale. Le emozioni prendono forma dal coinvolgimento con l’altro nelle varie situazioni.

Secondo una ricerca condotta nel 2005, i due estremi del continuum sarebbero correlate ad attivazioni neurali differenti: in presenza di stimoli che elicitano paura, i soggetti che si emozionano in modo viscerale mostrano una maggiore attivazione di amigdala, ippocampo e corteccia prefrontale mesiale, mentre in coloro che si situano sul versante outward le arre maggiormente attive erano la corteccia del giro fusiforme, la corteccia occipitale e la corteccia prefrontale dorsolaterale.

 

Bibliografia

Arciero, G., & Bandolfi, G. (2012). Sé, identità e stili di personalità. Bollati Boringhieri.

Dalgleish, T. (2004). The emotional brain. Nature Reviews Neuroscience5(7), 583-589.

Liccione, D. (2011). Psicoterapia cognitiva neuropsicologica. Bollati Boringhieri.

National Geographic (2019). Le emozioni. RBA Italia, Milano

La lettura “medicina dell’anima”

La lettura “medicina dell’anima”

Sopra la porta della prima biblioteca del mondo, a Tebe, la tradizione vuole che vi fosse questa iscrizione “La medicina per l’anima”. Che leggere faccia bene non è una novità.  Diversi studi rilevano l’importanza della lettura per il corpo e la mente. 

 

Vediamo qui di seguito i benefici più importanti:

Migliora la concentrazione leggere per 15-20 minuti è un buon allenamento per la nostra attenzione. Con la lettura, il resto del mondo rimane fuori e ci si ritrova immersi in ogni dettaglio;

Migliora il linguaggio a qualunque età più si legge e più si imparano nuovi vocaboli con una ricaduta positiva sulla capacità nell’espressione orale;

Migliora la scrittura  più si legge e più si diventa fluidi nella produzione scritta anche grazie all’influenza degli stili espressivi di altri scrittori;

Migliora il pensiero  la capacità critica e analitica del pensiero vengono stimolate durante la ricerca dei dettagli come ad esempio all’interno di un libro giallo;

Aumenta la conoscenza  qualunque lettura è un tassello che si aggiunge al proprio bagaglio culturale, ampliandolo;

Migliora la memoria  mentre si legge un libro si devono tenere a mente numerosi elementi. I personaggi e i dettagli della trame creano un unico intreccio. Ricordare tutti questi aspetti permette di generare nuove sinapsi rafforzando al contempo quelle già esistenti;

Stimola la mente leggere rappresenta un fattore protettivo contro le demenze; il cervello come i muscoli del corpo ha bisogno di rimanere in movimento!

Allevia lo stress un libro può aiutare a vivere più sereni. Uno studio condotto dall’Università del Sussex rileva il potenziale anti-stress della lettura: leggere 6 minuti al giorno riduce la tensione muscolare e la frequenza cardiaca!

Sappiamo che leggere faccia bene per molte ragioni, una tra queste è legata all’aumento di connessioni che la lettura genera. 

Ma fino a che punto leggere un romanzo modifica le connessioni cerebrali? 

Nel 2013 è stato condotto uno studio presso la Emory University in cui è stato chiesto ai partecipanti di leggere per 9 sere trenta pagine di un romanzo. Ogni mattina, a mente riposata, gli stessi soggetti venivano sottoposti a risonanza magnetica funzionale. 

Cosa hanno rilevato gli studiosi? Hanno riscontrato un aumento di connettività in due aree:

  • A livello del solco centrale del cervello (un’area che separa la corteccia motoria da quella sensitiva). 

L’attivazione di quest’area si spiega come se la lettura fosse uno specchio in cui guardarsi. I movimenti realizzati dai personaggi dei libri attivavano nel cervello dei lettori le stesse aree che si sarebbero attivate se avessero svolto in prima persona quei movimenti. Quest’area del cervello è infatti importante nel rilevare le sensazioni corporee e negli aspetti connessi all’empatia. 

  • A livello del lobo temporale sinistro (un’area associata al linguaggio). 

La maggior connettività cerebrale riscontrata viene spiegata come un effetto della lettura della sera precedente. Tale effetto è stato definito dai ricercatori “effetto ombra”. L’impronta della lettura permane nel cervello fino a cinque giorni dopo che la lettura è finita, ma se il libro che abbiamo letto ci è piaciuto particolarmente può rimanere più a lungo. 

Leggere mantiene il cervello giovane.

Questo è quanto è emerso da una ricerca pubblicata su Neurology in cui la lettura sembra essere in grado di modificare il cervello mantenendolo giovane. 

I ricercatori hanno analizzato post mortem il cervello di 294 ottantenni e dalle analisi è emerso che il declino cognitivo era inferiore nel cervello delle persone che leggevano o che erano dedite ad attività di stimolazione del ragionamento. 

Ma non solo, la lettura è un fattore protettivo nei confronti della demenza. Sappiamo che l’avanzare dell’età espone a particolari fattori di rischio che si associano alla demenza: diabete, ipertensione, obesità, fumo di sigarette, depressione, inattività cognitiva e basso livello di istruzione.

Uno studio longitudinale condotto su 983 soggetti suddivisi tra analfabeti e istruiti (coloro che avevano almeno 4 anni di scolarità) ha rilevato che gli analfabeti hanno una probabilità tre volte superiore di ammalarsi di demenza e tra di loro le donne sono maggiormente esposte allo sviluppo della patologia. 

Sembra proprio che una stimolazione cognitiva continua, esercitata con lo studio, sia fondamentale per mantenere una mente attiva. 

La lettura rientra quindi a pieno titolo tra i fattori di protezione che contrastano l’insorge della demenza!

Meglio la lettura su carta o su schermo?

E’ in corso, ormai da diverso tempo una diatriba tra la lettura digitale e quella su carta stampata. In effetti scegliere quale supporto utilizzare, per un passatempo così importante, non è secondario.

La letteratura, su questo argomento, considera il supporto cartaceo migliore di quello digitale per diversi motivi. Vediamone alcuni nel dettaglio.

  • Innanzitutto sembrerebbe che la lettura su carta faciliti la comprensione e la memorizzazione del testo. Tendiamo a ricordare di più e meglio quello che leggiamo su un libro. 
  • Il supporto cartaceo è in grado di favorire una maggiore concentrazione mentre la lettura su dispositivi spesso è più veloce e frammentaria. Il passaggio da un link all’altro non permette una completa assimilazione del contenuto letto. 
  • Inoltre le persone tendono a mettere in atto un bias cognitivo considerando il contenuto su dispositivi meno importante rispetto a quello su carta. Questo sarebbe causato dalla tendenza ad associare ai device elettronici notizie di poco conto come quelle che spesso si scambiano sui social. 
  • Infine i supporti cartacei consentono il contatto con la carta, permettendo di sfogliare le pagine e di percepire le parole come oggetti fisici. Queste azioni sembrerebbero agevolare l’orientamento all’interno del testo consentendo di ricordare i concetti di interesse. 
L’isteria ai giorni nostri

L’isteria ai giorni nostri

Nella seconda metà dell’800, l’isteria era considerato il disturbo nevrotico più comune tra le donne (Micale, 1993) ma oggi non possiamo dire la stessa cosa. Le forme drammatiche, convulsive e polisintomatiche osservate da Charcot e da Fredu oggi sono considerate delle vere e proprie rarità.

La paralisi psicogena, uno dei sintomi più emblematici dell’isteria ottocentesca, diventò gradualmente sempre più rara. Tra il 1969 e il 1976 all’Istituto Psichiatrico di Toronto furono diagnosticati solo 31 casi di “nuerosi isterica” e di questi solo 9 mostravano paralisi.

L’isteria oggi si declina per lo più in forme patologiche come la depressione, malattie psicosomatiche o alterazioni del carattere (Galimberti, 1990). Si è assistito a una progressiva scomparsa del sintomo isterico tradizionale, ma non della ragione intrinseca per cui questo si manifestava.

L’isteria, dunque, è da intendersi oggi come un linguaggio particolare piuttosto che una patologia in grado di veicolare messaggi senza passare dal canale verbale.

La scomparsa dell’isteria così come intesa da Freud viene attribuita al mutamento dei fattori psicologici, sociali e culturali di un’epoca storica passata. Pensiamo solo a come sono cambiate negli anni le condizioni delle donne all’interno della società e l’approccio alla sessualità.

Il termine isteria oggi è sopravvissuto nel linguaggio comune come insulto sessista utilizzato nei confronti di chi si mostra irascibile o in preda alle emozioni.

“Alla mia età non posso fare niente per cambiare”…ma è proprio vero?

“Alla mia età non posso fare niente per cambiare”…ma è proprio vero?

“Alla mia età non posso fare niente per cambiare”…ma è proprio vero?

L’Italia è uno dei paesi europei in cui l’indice di anzianità è più alto, attestandosi a 165,3%, con il 22% della popolazione che ha superato i 65 anni. Sebbene al giorno d’oggi la visione dell’invecchiamento di sta modificando, e le persone sono sempre più in salute anche in tarda età, è innegabile che nel corso dell’invecchiamento si diventi più vulnerabili. Tale vulnerabilità è dovuta a importanti modificazioni biolgiche, sociali e psicologiche che aumentano la probabilità per la persona anziana di sviluppare condizioni polipatologiche, in particolare a carattere cronico-degenerativo, e alla manifestazione di quadri psicopatologici, quali depressione, disturbi d’ansia, sintomi somatici.

Per esempio negli ultrasessantacinquenni l’incidenza della depressione è molto alta, e si attesta al 20% tra coloro che risiedono a domicilio, per salire al 30% tra gli anziani ricoverati in ospedale e addirittura al 45% tra gli ospiti delle RSA. Se i giovani hanno davanti a sé un futuro da costruire e, chi più chi meno, un’ampia gamma di possibilità da vivere, l’anziano si trova spesso a fare i conti con una diminuzione, biologica, del tempo a propria disposizione nella vita e, soprattutto, con un restringimento delle possibilità d’azione nel mondo.

 

Quali temi critici nell’anziano?

Per esempio, è frequente che le persone anziane vivano delle esperienze di perdita di vario tipo: di persone care (lutti), del proprio ruolo sociale (pensionamento) della funzionalità fisica e della propria indipendenza (difficoltà motorie, perdita della patente di guida). Altri temi tipici possono essere quelli legati al presentarsi di condizioni patologiche e al caregiving, più frequenti nel corso del procedere dell’arco di vita.

Spesso le manifestazioni psicopatologiche della terza età si differenziano da quelle che esordiscono più precocemente nell’arco di vita. Negli stati depressivi, per esempio, sono maggiormente presenti sintomi quali agitazione, disturbi gastrointestinali, affaticamento, alterazioni cognitive, preoccupazioni relative alla disabilità, alla malattia e alla morte. Altra complicazione che interviene nel processo diagnostico è riferita all’imponente componente somatica, che spesso si sovrappone alla sintomatologia riferita a patologie in comorbidità. Specifica attenzione poi andrebbe posta al presentarsi di problematiche cognitive, in particolare riferite alle abilità mnesiche e attentive, che spesso possono essere legate alla presenza di stati ansiosi o depressivi piuttosto che all’insorgenza di disturbi neurodegenerativi a carattere dementigeno.

Quando viene proposto un percorso psicologico a una persona anziana, accade spesso, però, di sentire la frase:Ma alla mia età, cosa vuole che possa cambiare!”, come se si desse per scontato che l’invecchiamento porti con sé una sorta di immutabilità. In realtà, a prescindere dall’approccio psicoterapeutico adottato, molteplici sono le evidenze dell’efficacia del sostegno psicologico in età avanzata. Tale efficacia sembra essere intrinsecamente legata alla costruzione di uno spazio di cura individualizzato sui bisogni della persona e sulle peculiarità culturali presenti negli individui anziani. Tutto ciò può consentire alla persona di aprire nuovi spazi di esperienza, allargando di fatto le proprie possibilità d’azione nel mondo. Per esempio, diventa essenziale valorizzare le storie personali, i rapporti con i nipoti e la frequentazione di realtà che possano rendere le tematiche da critiche a utili.

Come promuovere una cura psicologica nell’anziano?

Per far fronte all’effettiva aumentata vulnerabilità dell’invecchiamento, di primaria importanza appare l’implementazione di interventi preventivi, come campagne di formazione/informazione territoriali, volti alla promozione della salute e del benessere degli anziani, soprattutto presso strutture che raccolgono soggetti ad alto rischio, quali ospedali e case di riposo. 

Rimane tuttavia una cultura dominante in cui sono presenti parecchi falsi miti sull’invecchiamento. Eccone qualcuno:

  1. Invecchiare vuol dire perdere abilità
  2. È normale che una persona anziana sia depressa
  3. La psicoterapia è inefficace durante la terza età

Per poter permettere alle persone anziane di accedere alla cura non solo medica, ma anche psicologica, è di primaria importanza promuovere una nuova visione dell’invecchiamento, in cui la terza età sia vista come un momento di cambiamento, sì, ma che porta con sé un’evoluzione in cui la salute, sia fisica che psichica, non solo è possibile ma anche e soprattutto molto frequente.

Bibliografia

Anderson, D., & Wattis, J. (2014). Psychotherapeutic approaches to the elderly: Part One. Geriatric Medicine44, 31-33.

Atiq, R. (2006). Common Themes and issues in Geriatric Psychotherapy. Psychiatry (Edgmont)3(6), 53.

Ballerio, M., Damiani, S., Grazioli, L., Panigati, R., Vanini, B., Veglia, T. A., … & Politi, P. (2013). Psicofarmacoterapia nel paziente anziano istituzionalizzato: un’indagine epidemiologica. Bollettino della Società Medico Chirurgica di Pavia,126(1), 167-174.

Lane, C. (2007). Geriatric mental health and the concept of in home psychotherapy. Presented at: NACSW Convention 2007 March 2007 Dallas, TX

Vampini, C, Bellantuono, C., (2002). La terapia dell’ansia e della depressione nell’anziano. NÓOς 1, 7-46.

Che cos’è la coscienza?

Che cos’è la coscienza?

Che cos’è la coscienza?

 

La coscienza è stata definita come la “consapevolezza di sè, degli altri e dell’ambiente che ci circonda, quindi essere presenti per sè e per gli altri e rispondere agli stimoli” (Cohadon & Salvi, 2003).

La coscienza comprende due componenti:

  • un contenuto, rilevato dalle funzioni cognitive e affettive
  • lo stato di veglia (arousal)

Il contenuto della coscienza è quello che i neurologi chiamano consapevolezza e dipende dallo stato di veglia: non ci può essere un contenuto senza arousal, tuttavia un normale stato di veglia non garantisce la presenza di un normale contenuto. Lo stato di coscienza ha caratteristiche dinamiche e può avere un’ampia gamma di livelli non classificati in modo univoco. Solo per citarne alcuni, gli stati alterati di coscienza comprendono lo stato di coma, di sonno, di sonnambulismo o lo stato alterato indotto da sostanze.

 

Basi neurali della coscienza

Abbiamo visto come per coscienza si intenda sia uno stato fisiologico (lo stato di veglia) sia la consapevolezza soggettiva che abbiamo del mondo e di noi stessi. Lo studio dello stato di veglia rientra pienamente nel filone convenzionale della ricerca neurobiologica che è stata in grado di identificare, quindi, i substrati neuroanatomici e i processi fisiologici alla base. La coscienza intesa come consapevolezza e autoconsapevolezza solleva questioni filosofiche complesse e controverse e, dunque, è molto più difficile da studiare con le tecniche delle neuroscienze cognitive.

Le ricerche in questo ambito si sono concentrate sullo studio della percezione visiva consapevole nei soggetti normali e sullo studio di pazienti con diverse condizioni patologiche. La consapevolezza di stimoli sensoriali visivi prevede una modesta modulazione dell’attività da parte delle cortecce sensoriali e delle cortecce parietali e frontali che sostengono l’attenzione e tante altre funzioni cognitive. La ricerca su pazienti con patologie legate alla consapevolezza, per quanto importanti dal punto di vista clinico, non hanno portato ad alcun consenso sulla natura della coscienza.

Gli sforzi tesi a identificare le basi neurali della coscienza non hanno ancora prodotto risultati certi tanto che alcuni scienziati sono stati attratti dall’idea che la coscienza umana possa dipendere da un meccanismo le cui basi vanno al di là del pensiero convenzionale!

 

La coscienza nel corso dello sviluppo

Quando possiamo dire che i bambini hanno consapevolezza di sè?

Per studiare lo sviluppo della coscienza nei bambini è stato messo a punto dai ricercatori un paradigma sperimentale noto come “test della macchia rossa”; senza che se ne accorgano si colora di rosso il naso o la fronte del bambino e si osserva la sua reazione una volta messo davanti a uno specchio.
Intorno ai 18 mesi, mai prima dei 15, i bambini cominciano a riconoscersi allo specchio: si toccano il viso nel punto in cui c’è la macchia e mostrano stupore per la sua presenza.

Con lo sviluppo del linguaggio arriveranno altre conquiste nell’ambito dell’autoconsapevolezza. I bambini cominciano ad utilizzare i pronomi personali e possessivi come “io”, “tu” o “mio” e a provare emozioni morali come l’orgoglio o la vergogna.

Verso i 2 anni sono in grado di riconoscersi in fotografia!

 

Disturbi dello stato di coscienza

I disturbi dello stato di coscienza possono essere raggruppati in 3 categorie:

  • i disturbi qualitativi della coscienza, come il delirium
  • i disturbi quantitativi della coscienza, come il coma;
  • i disturbi della coscienza soggettiva che comprendono gli stati di depersonalizzazione.

 

Il delirium

Il delirium, o stato confusionale, è una sindrome clinica generalmente transitoria e reversibile contraddistinta dall’alterazione della consapevolezza, dell’attenzione e dal disorientamento temporale e spaziale. Possono essere presenti anche alterazioni percettive come interpretazioni errate della situazione, illusioni e allucinazioni.

Questo tipo di alterazione si sviluppa di solito in un periodo di tempo molto breve e tende a fluttuare nel corso della giornata, con peggioramento nelle ore serali. È la conseguenza di una condizione medica sottostante, dell’intossicazione o dell’astinenza da sostanze, dall’uso di un farmaco, dall’esposizione a una tossina o dalla combinazione di questi fattori.

Il delirium colpisce maggiormente gli individui più anziani e ospedalizzati e raggiunge una prevalenza del 14% tra le persone con più di 85 anni. La prevalenza è tra il 10 e il 30% nei soggetti anziani che si rivolgono al pronto soccorso. L’ospedalizzazione aumenta l’incidenza del #delirium che si aggira intorno al 70 % negli anziani in terapia intensiva (DSM 5).

La maggior parte delle persone con delirium mostrano un recupero completo, ovviamente il riconoscimento precoce e un trattamento mirato riducono la sua durata. Se, però, la causa sottostante non viene trattata il delirium può, in alcuni casi, progredire fino al coma.

Il coma

Il coma probabilmente è il disturbo più noto, si tratta di una condizione clinica complessa causata da un’alterazione del funzionamento cerebrale che compromette lo stato di coscienza: i pazienti non rispondono agli stimoli e non sono consapevoli di sè o degli altri. Anche nei casi più gravi, però, i neuroni sono vivi e il segnale elettrico che emettono può essere rilevato dall’elettroencefalogramma. Il coma è una condizione dinamica che può peggiorare ma anche migliorare. Una possibile evoluzione del coma è lo stato vegetativo che si caratterizza sempre per l’assenza della consapevolezza di sè e degli altri, ma è rilevabile uno stato di veglia. I pazienti in questo stato possono aprire e muovere gli occhi, deglutire e respirare autonomamente e mantenere l’alternanza sonno-veglia. Possono essere in grado di compiere alcuni automatismi motori come sbadigliare, ma non sono in grado di seguire con lo sguardo stimoli visivi o eseguire anche i più semplici ordini verbali.

I disturbi dissociativi

Infine, tra i disturbi della coscienza soggettiva troviamo i disturbi dissociativi.
Si caratterizzano per una disconnessione e/o una discontinuità della normale integrazione di coscienza, memoria, identità, emotività, percezione, rappresentazione corporea, controllo motorio e comportamento.
I sintomi, che potenzialmente possono colpire qualunque area del funzionamento psicologico, sono vissuti come:

  • intrusioni non volute nella coscienza e nel comportamento, unite a perdite della continuità dell’esperienza soggettiva;
  • incapacità di accedere a informazioni o di controllare funzioni mentali che in genere sono facilmente accessibili o controllabili.

Il DSM 5 inserisce tra i disturbi dissociativi:

  • il disturbo dissociativo dell’identità
  • l’amnesia dissociativa
  • il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione

Questi disturbi si riscontrano frequentemente nel periodo successivo a un forte trauma. Sintomi dissociativi come depersonalizzazione (esperienze di irrealtà e distacco, di essere un osservatore esterno rispetto ai propri pensieri o azioni) e derealizzazione (esperienza di irrealtà rispetto all’ambiente circostante) non identificano necessariamente un grave disturbo mentale. Possono essere dei fenomeni transitori e comuni nella popolazione generale. Si tratta di reazioni normali in persone normali di fronte a avvenimenti anomali, come per esempio un incidente stradale.

 

 

Privacy Policy