Set 4, 2019
Abbiamo parlato tante volte di come sta cambiando la concezione dell’invecchiamento e della terza età.
Anche nell’immaginario comune, ormai l’ultrasessantacinquenne è un individuo attivo, che svolge innumerevoli attività durante la quotidianità. Tra queste, possiamo annoverare le vacanze e i viaggi.
L’approfondimento di oggi, quindi, riguarda il turismo nella terza età: come si coniuga la voglia di viaggiare con i cambiamenti insisti nell’avanzare degli anni?
Il cambiamento degli over 65
Innanzitutto è utile osservare le caratteristiche dei nuovi anziani.
Questi, rispetto al passato, appaiono più sani, maggiormente istruiti e con una maggiore indipendenza rispetto ai loro coetanei del passato. In questa situazione socio-economica, il turismo si sta configurando come un’aspetto fondamentale per incrementare il benessere psicologico e la qualità di vita, soprattutto dopo il pensionamento.
Il periodo del pensionamento costituisce per l’individuo una transizione importante, con un forte impatto sulla qualità di vita e anche sulle attività di svago che si intraprendono.
Perchè si viaggia (o non si viaggia) durante la terza età?
Alcuni studi hanno rilevato che le motivazioni che spingono i viaggiatori senior a intraprendere una vacanza possono essere: il rilassamento, la voglia di incontrare nuove persone e di socializzare o di stare insieme alla famiglia, la nostalgia o la voglia di fare esperienze che li completino, aumentando le proprie conoscenze (Huang & Tsai, 2003; Sellick, 2004).
Insomma, a quanto sembra durante la terza età si viaggia più o meno per gli stessi motivi che emergono da adulti!
Nonostante le motivazioni legate alla crescita personale e al miglioramento, è frequente che molti anziani percepiscano delle barriere al turismo. Esse possono essere categorizzate in 5 dimensioni:
- Risorse esterne: mancanza di informazioni, difficoltà finanziarie, ecc.
- Fattori temporali (mancanza di tempo, il turismo interrompe la routine quotidiana, importante per gli anziani)
- Approvazione di famiglia e amici, che se manca potrebbe portare la persona a sentirsi in colpa nel partire
- Fattori sociali: mogli o mariti che non amano viaggiare, scarsa compagnia per intraprendere un viaggio che non si vuole fare da soli
- Benessere fisico (problemi di salute, poche energie, disabilità)
Perchè un over 65 dovrebbe viaggiare?
L’intera lettratura scientifica ci mostra come intraprendere attività piacevoli, che mantengono mentalmente e fisicamente attivi e che permettono di instaurare legami sociali sia una delle migliori attività di prevenzione rispetto alle patologie neurodegenerative, in quanto permette di ottimizzare la propria riserva cognitiva.
Senza ombra di dubbio, il viaggio rientra in questo tipo di attività, e questo è già un buon motivo!
Inoltre, poiché gli anziani si mettono in viaggio solo in conseguenza a forti motivazioni psicologiche, sembrerebbe che tale attività contribuisca a migliorare notevolmente il livello di qualità della vita della persona.
Ago 26, 2019
Durante le appena trascorse vacanze estive, molto spesso ho notato i post di conoscenti e amiche in viaggio da sole. Ho osservato come, fortunatamente, anche le donne negli ultimi anni stanno iniziando a viaggiare da sole.
I pregiudizi, però, sono sempre in agguato e si è portati a pensare che se una donna intraprende un’esperienza di viaggio da sola lo faccia perché non ha altre possibilità, prima fra tutti la compagnia di un partner o di un’amica. Come vedremo, in realtà le motivazioni per viaggiare da sola vanno molto oltre alla solitudine di per sé.
Il viaggio in solitaria ha sempre avuto un’accezione spirituale e religiosa, ma dagli anni ’60 in poi, con la diffusione della cultura hippie, ha iniziato a modificarsi anche la visione del viaggio e si è diffusa la cultura del viaggio “zaino in spalla” (o backpackers) per indicare viaggiatori soli o in piccoli gruppi, con un budget basso e la voglia di esplorare luoghi inusuali con un atteggiamento di scoperta anche verso se stessi. Ai giorni nostri, infine, è diventata comune la terminologia di “solo traveler” (cioè viaggiatore solitario) per chi vuole, in solitaria, scoprire la sensazione della scoperta.
Motivazioni per cui una donna viaggia da sola
Se in generale ogni turista è mosso verso la ricerca di esperienza che fornisce la sensazione di fuga, libertà e piacevolezza, sembra che la relazione tra viaggio ed esperienza sia il punto chiave per comprendere la motivazione di una donna a viaggiare da sola. In generale, tali motivazioni sono chiaramente individuali, ma è possibile rintracciarne alcune comuni:
- volontà di uscire dalla propria zona di comfort per sviluppare un senso di autonomia e indipendenza
- sfida e crescita personale
- meaningful travel: viaggio come (ri)scoperta della propria identità, dei propri valori e per acquisire nuove competenze
- interazione con altri turisti e con autoctoni dei posti visitati
Limitazioni al viaggio in solitaria
Sebbene, come già accennato, è sempre più frequente vedere ragazze e donne in viaggio da sole, la società odierna impone ancora dei limiti alla libertà femminile di intraprendere questa avventura.
Analizzando più a fondo la letteratura relativa ai viaggi, si scopre che già da secoli le donne viaggiano da sole, e che chi aveva la fortuna di poterlo fare ha lasciato molte testimonianze, soprattutto nell’epoca vittoriana, ma anche a partire da periodi molto precedenti!
Tuttavia, soprattutto nel passato, il ruolo femminile era relegato alla gestione della casa e della famiglia ed era quindi considerato inappropriato per una “signora” che potesse viaggiare da sola per puro piacere.
Anche al giorno d’oggi, le donne esperiscono maggiori costrizioni nell’intraprendere un viaggio da sole. In primo luogo, è molto più frequente per una ragazza avvertire un esagerato timore di essere aggredita sia durante gli spostamenti, sia durante i pernottamenti.
In generale, le limitazioni esperite da una donna al viaggiare da sola possono appartenere a quattro categorie: socio-culturale (influenza delle aspettative sociali, del ruolo femminile, della percezione altrui del proprio viaggiare e delle attenzioni non volute durante il viaggio), personale (limitazioni relative alla propria percezione di sé, alle proprie credenze ed emozioni), pratica (problematiche quali mancanza di tempo e denaro, conoscenze a destinazione, stress e fatica nel girare da sole) e spaziali (restrizione delle destinazioni adatte a una donna da sola)
Bibliografia
Wilson, E., & Little, D. E. (2005). A “relative escape”? The impact of constraints on women who travel solo. Tourism Review International, 9(2), 155-175.
Pereira, A., & Silva, C. (2018). Women solo travellers: motivations and experiences. Millenium, (6), 99-106.
Lug 30, 2019
Un gruppo può essere definito come un insieme di persone che interagiscono tra loro con una certa regolarità. Le interazioni tra i componenti del gruppo si fondano su una serie di aspettative circa il comportamento dei membri, forme di comportamento che non si richiedono a chi non appartiene al gruppo in questione.
La struttura dei gruppi è caratterizzata dalle dimensioni (piccolo, medio, grande), dalle motivazioni (volontario, involontario), dalle relazioni (primario, cioè persone che interagiscono direttamente e sono legate da vincoli di natura emotiva, o secondario, caratterizzato da interazioni indirette e determinate da scopi pratici), dallo scopo condiviso e dalla nascita (formale, informale).
Nell’ambito della psicologia sociale, ci sono stati autori che hanno descritto le interazioni intragruppi, cioè le dinamiche interne a un determinato gruppo sociale, e autori che hanno descritto le dinamiche intergruppi, cioè tra gruppi diversi.
Rispettivamente, possono essere citati Lewin con la teoria di campo e la teoria dei canali per il mutamento sociale, e Tajfel, con la teoria dell’identità sociale.
Kurt Lewin: i rapporti tra i membri del gruppo
Kurt Lewin negli anni ’40 ha elaborato la Teoria del Campo e la Teoria dei Canali. Tali teorie subiscono profonde influenze da due campi della psicologia: la Gestalt e la psicoanalisi. La psicologia della Gestalt influenza soprattutto il metodo di studio lewiniano, in quanto egli porta lo studio sperimentale fuori dal laboratorio, adottando una metodologia e un atteggiamento fenomenologico. La psicoanalisi, invece, assume molta importanza per il concetto di dinamicità, presente in tutte le teorizzazioni di Lewin.
Per comprendere il funzionamento del gruppo secondo la prospettiva lewiniana è necessario partire dalla seguente formula: C=f(P, A), che indica che il comportamento di un individuo è spiegabile sulla base sia delle sue caratteristiche personali, sia dell’ambiente psicologico in cui si trova.
L’ambiente, o campo, psicologico, differente da quello fisico, è definibile secondo una dimensione temporale e una dimensione della possibilità. Possono fare parte del campo elementi che non appartengono al presente, irreali o reali che siano. Il campo costituisce lo spazio di vita della persona, e ne fanno parte scopi, influenze, convinzioni, ossia tutti gli eventi che possono agire su di essa. In questa prospettiva, Lewin ha definito operativamente il gruppo sociale come una totalità dinamica basata sull’interdipendenza dei suoi membri, piuttosto che sulla loro similarità. L’interazione tiene insieme i partecipanti, che diventano una distinta unità con una propria identità sociale.
Il mutamento sociale: quanto è forte la decisione del gruppo?
Il gruppo e il suo ambiente formano un campo sociale, che assume un ruolo di mediazione tra l’individuo e il sistema sociale più ampio. All’interno di questa prospettiva, l’autore elabora la Teoria dei Canali per spiegare il mutamento sociale e come il gruppo influenza tale tipo di cambiamento.
Nel “gruppo-campo” lewiniano ogni persona è fonte di azioni che modificano le altre persone e il gruppo, e ogni cambiamento si configura come un mutamento delle costellazioni di forze all’interno di canali (economici o sociali), controllati da guardiani, che possiedono potere decisionale.
Le decisioni dei guardiani dipendono sia dalla sua ideologia, dai suoi valori e dalle sue credenze e sia da come percepisce e valuta la situazione.
Con il famoso esperimento sul cibo, condotto negli anni ’40, è possibile vedere in pratica la teoria dei canali. Le massaie sono, infatti, i guardiani che controllano i canali attraverso cui il cibo entra nelle famiglie, e un cambiamento nelle abitudini alimentari è possibile solo attraverso una modificazione degli atteggiamenti e delle credenze delle stesse. Questo esperimento, condotto attraverso la metodologia della ricerca-azione, conduce, inoltre, all’evidenza della maggior forza della decisione di gruppo rispetto alla semplice richiesta dell’attuazione di un cambiamento. La decisione di gruppo, infatti, influisce maggiormente sull’ideologia e sulla percezione della situazione da parte del guardiano, elementi che interagiscono nell’attuazione di un cambiamento.
Tajfel e i rapporti tra gruppi diversi
Per quanto riguarda le dinamiche intergruppi, cioè tra un gruppo e l’altro è possibile invece ricordare l’esperimento dei gruppi minimi, condotto da Tajfel.
L’autore partì, nell’elaborazione della sua teoria, dagli effetti di contrasto e di assimilazione, osservabili nel processo di categorizzazione percettiva. Questi fenomeni sono riscontrabili anche nella realtà sociale.
Gli esperimenti con il paradigma dei gruppi minimi (ossia gruppi formati in laboratorio, in maniera casuale, composti da soggetti che non si conoscono tra di loro), mostrano come la mera categorizzazione di un ingroup e di un outgroup sia sufficiente a generare una discriminazione tra un gruppo e l’altro.
Uno dei più celebri studi condotti da Tajfel con questo paradigma è quello dell’esperimento di Klee e Kandinskji, in cui i partecipanti, sconosciuti tra di loro e che non si incontravano mai durante l’esperimento, erano stati inseriti in uno dei gruppi a partire da una preferenza per uno dei due pittori.
È stato osservato come i soggetti, quando veniva assegnato loro il compito di distribuire premi agli altri partecipanti, tendevano a suddividere i punti differenziando il più possibile il proprio gruppo dall’altro, nonostante altre strategie fossero più convenienti. A partire da questo esperimento e da queste considerazioni, nasce la Teoria dell’identità sociale (Tajfel e Turner, 1972), che afferma che gli individui necessitano una differenziazione positiva del proprio gruppo, in quanto questa assume rilevanza per la definizione dell’immagine di sé dei membri stessi del gruppo. In pratica, raggiungere o mantenere una differenziazione positiva del proprio gruppo conduce a una valorizzazione della propria identità sociale, e quindi a un innalzamento dell’autostima.
Lug 16, 2019
Ansia e depressione sono spesso nominate come le patologie psicologiche del nuovo millennio, causate da una società che impone degli standard di vita veloci, sempre alla rincorsa di traguardi e obiettivi da raggiungere e da mostrare agli altri sui social network.
Già da bambini siamo abituati a svolgere molteplici attività extra-scolastiche, durante le quali competere con i compagni per essere i migliori.
Durante gli studi, è una continua rincorsa al voto migliore, alla tesi più prestigiosa, alla collaborazione che ci potrà portare in alto.
Arriviamo infine al mondo del lavoro, dove spesso ci troviamo infine a confronto con mondo pieno di incertezze, tra contratti precari, monte ore altissimi e stipendi che non permettono una reale indipendenza.
Tutto questo accade mentre su Facebook e Instagram siamo a confronto con le vite meravigliose e i viaggi in posti da cartolina dei nostri ex compagni di scuola.
Assecondando questo tipo di ragionamento, si dovrebbe arrivare a concludere che la “colpa” dell’esordio di disturbi quali ansia e depressione cade interamente sulla società in cui viviamo. Osservando con maggiore attenzione, però, ci si accorge che seguendo questo fil rouge dovremmo poter trovare i segni e sintomi di queste patologie nella quasi totalità delle persone, mentre invece esse colpiscono solo una parte della popolazione.
L’ansia è un disturbo del 21° secolo?
Ripercorrendo la storia della medicina è possibile trovare tracce dell’ansia già a partire dall’antica Grecia, quando era concepita come melanconia e si pensava derivasse da un eccesso di bile nera presente nell’organismo. Tale patologia, sostenuta da Ippocrate e accettata da Aristotele, era curiosamente curata con il vino, rimedio naturale ai sintomi fisiologici manifestati.
Nel Medioevo, l’ansia diventa malattia mentale e dello spirito, alla quale la religione può porre rimedio attraverso la redenzione deipeccati del paziente.
Durant l’Illuminismo, molti rimedi come decotti, salassi, impiego di oppio e pietre preziose, continueranno a ricoprire un ruolo primario nel trattamento dei sintomi ansiosi tra la popolazione.
È solo dall’800 in poi l’ansia che sarà progressivamente concepita come una malattia mentale da curare con i farmaci e tramite psicoterapia, da intendersi etimologicamente come “terapia dell’anima”.
Ansia e Paura
Per comprendere come funziona l’ansia, è molto utile metterla a confronto con un’altra emozione: la paura.
La paura è definibile come una reazione emotiva funzionale per affrontare un pericolo immediato, l’ansia è quell’emozione che ci permette di affrontare una preoccupazione sulla verificabilità di un evento futuro. La paura è fondamentale nella risposta di “attacco o fuga”, che ci permette di mobilitare tutte le nostre risorse per affrontare la minaccia o, in alternativa, fuggire da essa. Per questo motivo, nelle giuste circostanze una reazione di paura può salvarci la vita. L’ansia, invece, ci aiuta a individuare minacce future e a premunirci contro di esse, progettando ipotetici scenari nei quali potremmo essere coinvolti e, in quel caso, dovremmo affrontare la situazione temuta. In tal senso è possibile parlare di “ansia fisiologica”, cioè quando questa emozione assume un ruolo adattivo.
A tal proposito, secondo la legge di Yerkes e Dodson, un grado di ansia medio ci permette di essere più performanti rispetto a quando siamo tranquilli. Pensiamo per esempio a quando affrontiamo un esame universitario o un colloquio di lavoro. Un medio livello di arousal, quindi una più intensa attivazione fisiologica, è funzionale alla buona riuscita di una performance. Se invece tale attivazione aumenta troppo, come nell’affrontare compiti troppo impegnativi, può determinare difficoltà che oltre al piano emotivo coinvolgono anche quello cognitivo (problematiche nella attenzione divisa, nella memoria di lavoro, e nel decision making).
Spesso, però, l’ansia travalica i suoi aspetti adattivi, cioè utili, e le reazioni ansiose sono generalizzate a una serie di situazioni ‘neutre’.
Perchè l’ansia diventa un problema?
Secondo l’approccio ermeneutico-fenomnologico, i disturbi d’ansia sono streettamente legati all’enterocezione, cioè all’abilità di percepire le condizioni fisiologiche del proprio corpo e rappresentare il proprio stato corporeo durante le attività contestuali. L’area cerebrale legata a questa capacità e l’insula.
Gli individui più propensi a sviluppare disturbi d’ansia sono coloro che sono iper-focalizzati sui cambiamenti viscerali. Le esperienze e il mondo saranno vissuti in modo congruente allo specifico stato viscerale in atto. Il disturbo d’ansia si sviluppa nel momento in cui lo stato viscerale esce dal range di familiarità ed è avvertito come sganciato dal contesto situazionale in atto (Liccione, 2012; 2016; Arciero e Bondolfi, 2012).
Le forme d’ansia
Ecco alcuni esempi di forme d’ansia molto comuni, che probabilmente voi o qualche vostro caro ha sperimentato.
Attacco di panico
Gli attacchi di panico sono stati di ansia acutissima, che insorgono per lo più inaspettatamente e che portano a provare sensazione di morte imminente, perdita del controllo o paura di impazzire. Durante gli attacchi sono presenti numerosi sintomi fisici che allarmano il soggetto, come fatica a respirare con senso di oppressione toracica, dolore al petto, tachicardia e vertigini.
L’attacco di panico è la sperimentazione di uno stato d’ansia molto acuta, che avviene nella quasi totalità dei casi in modo inaspettato e improvviso, e che condice il soggetto a esperire una intensa paura di morire, di perdere il controllo o di impazzire. Oltre a costituire il sintomo principale di un disturbo (Disturbo di Panico) a se stante, quando avvengono in modo ricorrente, l’attacco di panico può essere sintomo di altri tipi di patologie psichiche. Spesso, si presenta in forma paucisintomatica, cioè con una costellazione quantitativamente e qualitativamente minore di sintomi.
Secondo il Manuale Statistico e Diagnostico dei disturbi Mentali (DSM-5, APA, 2013), i sintomi fisici dell’attacco di panico sono i seguenti:
- Palpitazioni, tachicardia
- Sudorazione
- Tremori
- Dispnea, sensazione di soffocamento
- Dolore/fastidio al petto
- Sensazione di asfissia
- Nausea
- Vertigini, instabilità, testa leggera, svenimento
- Brividi, vampate di calore
- Parestesie
- Derealizzazione/depersonalizzazione
- Paura di perdere il controllo, di impazzire
- Paura di morire
Ansia generalizzata
Si caratterizza come ansia o preoccupazione eccessive relative a una quantità di eventi o di attività quotidiane (scuola/lavoro), che si fa fatica a controllare e sono associate a:
- irrequietezza, sentirsi i nervi a fior di pelle
- facile affaticamento
- difficoltà a concentrarsi, vuoti di memoria
- irritabilità
- tensione muscolare
- alterazioni del sonno
Fobia sociale
La fobia sociale è caratterizzata da paura o ansia marcate legate a situazioni sociali in cui l’individuo è sottoposto al giudizio degli altri. Vi è inoltre il timore di manifestare sintomi di ansia che saranno valutati negativamente dagli altri. Le situazioni temute vengono evitate o sopportate a fatica. La paura può essere relativa all’essere giudicati negativamente per le proprie risposte fisiologiche oppure per la propria performance cognitiva o comportamentale.
Cosa fare quando si soffre di disturbi d’ansia?
Secondo il Rapporto Istat 2017, gli italiani che soffrono di disturbi d’ansia in una delle loro forme sono più di due milioni,
È quindi fondamentale conoscere come questi possono essere trattati. In primo luogo, il consiglio più generale che possiamo dare è di rivolgersi a uno specialista (psichiatra, psicologo, psicoterapeuta) e di non accontentarsi del consiglio di amici, farmacisti, medici di medicina generale.
Il trattamento più immediato che può essere consigliato per un disturbo d’ansia è il ricorso a psicofarmaci. Se essi sono potenzialmente utili in fase acuta, è difficile che con la sola somministrazione di farmaci si possa comprendere le motivazioni che vi hanno portato all’esordio dei sintomi, per i quali risulta essere più indicato intraprendere un percorso di sostegno psicologico o psicoterapia.
Giu 19, 2019
Articolo a cura del dottor Angelo Scordo
Percepire una certa ansia nelle situazioni sociali o quando si è al centro dell’attenzione è comune, soprattutto quando si deve parlare in pubblico, sostenere un esame o un colloquio di lavoro, chiedere un primo appuntamento alla persona che ci piace. Un certo livello di ansia è quindi normale, perché tutti abbiamo bisogno di essere valutati positivamente e stimati. Tuttavia, per chi soffre di fobia sociale, l’ansia è tale da impedire ogni comportamento arrivando ad evitare le situazioni in cui la si potrebbe sperimentare. Le occasioni in cui una manifestazione d’ansia può accadere sono molteplici, anche solo trovarsi in mezzo ad altre persone che potrebbero rivolgere la parola, chiedere informazioni, salire sui mezzi pubblici.
Ecco, ad esempio, degli stralci di colloquio con alcuni pazienti che riportano tali problematiche:
«Per me è già un incubo il solo pensare di dover andare ad una festa; quando sono costretto a partecipare sto in disparte, cerco di farmi notare il meno possibile».
«Mi sono resa conto che quando esco con gli amici del mio compagno arrossisco; mi è capitato anche che quando ho cominciato a chiacchierare con il mio capo, ho cominciato a rispondere a monosillabi […] si, mi capita anche quando devo uscire a cena oppure pranzare con tutta la mia famiglia […] che macello».
«Quando sono in azienda non mi capita quasi mai, ma evito i convegni nonostante sono uno dei più bravi del mio settore, perché il cuore mi batte a mille, inizio a sudare, la gola si secca e le parole non mi escono! È come se andassi completamente in tilt».
«Io non frequento i ristoranti o le pizzerie, non riesco a mangiare con tutte quelle persone che mi guardano».
«Lei non mi capiva, io non posso frequentare i locali, mi sono anche sforzato […] la mia idea di serata ideale è vedere un film sul divano; probabilmente è anche l’unica tipologia».
Tutte queste sono situazioni che può sperimentare chi soffre di fobia sociale, condizione di disagio e paura marcata che un individuo sperimenta in situazioni sociali nelle quali vi è la possibilità di essere giudicati dagli altri. Le persone fobiche temono che i propri comportamenti possano metterli nella condizione di essere valutati negativamente, di essere criticati, umiliati.
IL MONDO DEL FOBICO SOCIALE
Chi soffre di fobia sociale è una persona abbastanza solitaria che tende a rendersi “invisibile”; si privilegiano le situazioni in cui non si è al centro dell’attenzione e si evitano tutte quelle in cui si può essere giudicati. Come appena accennato, infatti, il nucleo centrale del disturbo è la marcata sensibilità al giudizio altrui: la persona con fobia sociale teme di essere osservata e di divenire oggetto di scherno o che le proprie prestazioni la possano esporre a valutazioni negative.

Si evidenzia la tendenza a essere molto critici e severi con se stessi, a provare intensa vergogna, inibizione, senso di inadeguatezza; ci si percepisce come deboli, incompetenti e ridicoli, inadatti alle relazioni interpersonali e incapaci di gestire le interazioni sociali.
Il timore del giudizio porta le persone fobiche a evitare molte situazioni: ciò che in realtà viene evitato è soprattutto la possibilità di avvertire uno stato ansioso e i suoi relativi sintomi, come conseguenza dell’interazione sociale. Se si è costretti a trovarsi, volenti o nolenti, in una di queste, l’ansia che pervade l’individuo è intensa e inizia a manifestarsi anche diversi giorni prima dell’evento, determinando lunghe rimuginazioni, pensieri e immagini mentali negative. In questo modo, come in una profezia che si auto-avvera, la prestazione reale viene compromessa proprio dall’eccessivo livello di ansia.
Nel momento in cui il fobico sociale è costretto ad esporsi, manifesta spiccati ed eclatanti sintomi di attivazione neurovegetativa tra cui palpitazioni, vertigini, tremori, rossore, sudorazione, vampate di calore. Il timore che possa sopravvenire un tale sconvolgimento emotivo (anche semplicemente il rossore del viso) monopolizza l’attenzione del soggetto che si concentrerà unicamente sull’atteggiamento dell’interlocutore, per capire se il disagio è stato percepito. In questi casi l’elevazione dei livelli di ansia aumenta la tensione così da determinare, realmente, difficoltà sul piano comportamentale le quali, a loro volta, rinforzano i timori del soggetto.

fonte immagine www.donnaweb.net
Si crea così una spirale negativa con l’insuccesso che farà sperimentare di nuovo vergogna, umiliazione, senso di inadeguatezza, andando a rafforzarle e inducendo il ricorso a strategie di evitamento.
La vita sociale del fobico diventa così povera di relazioni, con pochi amici che vede raramente e preferibilmente non in luoghi pubblici o affollati. Si hanno notevoli difficoltà a trovare un partner perché, avendo una bassa autostima, la sola possibilità di sperimentarsi diventa un ostacolo: si cerca perciò di evitare di provare l’ansia tipicamente vissuta nei primi approcci con una persona sconosciuta; quando trova un partner, la persona ansiosa ha comunque problemi a mantenere la relazione, poiché spesso le limitazioni che si pone impediscono anche al partner di vivere una normale vita sociale. Inoltre, queste persone sperimentano spesso insuccesso scolastico e lavorativo e cercano lavori modesti che permettono loro di “non mostrarsi”, implicando pochissime interazioni con gli altri.
Scambiata spesso per timidezza, questa paura del mondo colpisce soprattutto le donne e può manifestarsi in tutto l’arco della vita, dall’infanzia all’età adulta. In base alla letteratura scientifica, la fobia sociale è il risultato dell’interazione di più fattori, temperamentali, ambientali, culturali, e delle esperienze individuali vissute come episodi gravi o ripetuti in cui è stato umiliato, deriso, svalutato. Per porre diagnosi di fobia sociale è necessario che i sintomi sopra descritti siano presenti per almeno 6 mesi, come indicato nel DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali.
UNA LETTURA NEUROSCIENTIFICA
Esiste un’evidenza esperienziale nella fenomenologia dei disturbi fobici che appare interessante per una loro spiegazione: la paura della paura. Questa compare in tutte quelle situazioni nelle quali la persona si spaventa dello stato acuto d’ansia che la coglie. In questi casi, l’alterazione della stabilità enterocettiva (percezione delle sensazioni interne al nostro corpo, dei muscoli, della struttura scheletrica e dei segnali provenienti dai visceri), che è significativamente correlata con l’alterazione del senso di stabilità personale, può causare crisi d’ansia acute fino ad arrivare a veri e propri attacchi di panico, inaspettati o spontanei (Liccione, 2011).
Poiché nei soggetti ansiosi, il contesto in cui si fa esperienza emerge influenzato dai propri segnali corporei (non posso andare ai convegni, nonostante sono uno dei più bravi del mio settore, perché il cuore mi batte a mille, inizio a sudare ecc.) a un esperienza di ansia acuta si accompagna un modo di vedere il mondo proporzionato all’esperienza angosciante in atto (ad esempio i convegni vengono percepiti come una situazione potenzialmente ansiogena).
La valutazione delle situazioni, ovvero il rimuginio tipico del fobico sociale che accompagna le decisioni di partecipazione o evitamento di alcuni contesti, diventa l’unica modalità utile per il controllo del proprio stato ansioso. In questi casi, però, come in un circolo vizioso, si produce un ulteriore aumento del livello di ansia che si traduce nella prigione in cui è intrappolata la persona fobica.

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Sembrerebbero essere implicati in questi processi i circuiti cortico-limbico e cortico-striatali, composti da strutture del cervello come l’amigdala, la corteccia prefrontale, l’ippocampo, la corteccia cingolata dorsale anteriore (DACC) e lo striato, che a loro volta sono tendenzialmente responsabili di una serie di processi cognitivi e affettivi riguardanti l’attenzione, la memoria, il giudizio e l’interpretazione di sé e degli altri (Gadye, 2018; Wang et all, 2018; Duval et all, 2015; Cozolino, 2010; Mathur, 2010; Stein et all, 2002). Usando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), gli scienziati hanno dimostrato che queste regioni del cervello diventano attive quando le persone provano ansia ma, ad oggi, appare molto complicato definire un modello univoco di come queste interagiscano (Gadye, 2018; Wang et all, 2018).
COME SI PUÒ INTERVENIRE
Ma cosa fare quando l’ansia diventa invalidante e la qualità della vita viene compromessa?
Dalle ricerche presenti in letteratura è chiaro come l’utilizzo di antidepressivi e benzodiazepine può accompagnare la psicoterapia ed è utile soprattutto nei casi più gravi. Tuttavia la sola terapia farmacologia, senza quella psicoterapica, non è risolutiva e presenta alti tassi di ricaduta.
Diventa essenziale quindi affrontare un percorso terapeutico con l’obiettivo di ricercare quelle esperienze di vita che hanno inciso sulla strutturazione di tali problematiche. Intervenire già dall’infanzia o in adolescenza risulta spesso molto proficuo, cercando fin da subito di sviluppare il proprio potenziale e permettere, sia ai ragazzi che agli adulti che soffrono del disturbo, di vivere una vita maggiormente serena e soddisfacente, sperimentando relazioni il più possibile appaganti.
Bibliografia
Cozolino L. J. (2010). The Neuroscience of Osychoterapy, Healing the Social Brain; 2 ed. New York: Norton & Company.
Duval E.R., Javanbakht A., Liberzon I., (2015). Neural circuits in anxiety and stress disorders: a focused review. Ther Clin Risk Manag. 2015; 11: 115–126. doi: 10.2147/TCRM.S48528
Gadye L. (2018). What Part of the Brain Deals With Anxiety? What Can Brains Affected by Anxiety Tell us?. https://www.brainfacts.org/Diseases-and-Disorders/Mental-Health/2018/What-part-of-the-brain-deals-with-anxiety-What-can-brains-affected-by-anxiety-tell-us-062918
Liccione, D. (2011). Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica. Torino: Bollati Boringhieri.
Mathur D., (2010). The Neurobiology of Social Anxiety Disorder. http://www.brainblogger.com/2010/04/22/the-neurobiology-of-social-anxiety-disorder/
Stein M.B., Goldin P.R., Sareen J., Zorrilla L.T., Brown G.G., (2002). Increased amygdala activation to angry and contemptuous faces in generalized social phobia. Arch Gen Psychiatry. 2002 Nov;59(11):1027-34.
Wang X., Qiang L. B., Quiu L., Wang S., (2018). Gray Matter Structural Alterations in Social Anxiety Disorder: A Voxel-Based Meta-Analysis. Front Psychiatry. 9: 449. doi: 10.3389/fpsyt.2018.00449
Giu 5, 2019
Secondo la International Association for the Study of Pain (IASP) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità il dolore è “un’esperienza sensoriale ed emozionale associata a un danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”.
Il dolore, quindi, è il risultato di due componenti: una componente percettiva e una esperienziale. La componente percettiva, o nocicezione, è quella che consente la trasmissione e la ricezione al sistema nervoso centrale degli stimoli potenzialmente nocivi; la componente esperienziale, invece, è del tutto personale e soggettiva ed entrano in gioco fattori emotivi, cognitivi e socio-culturali che influenzano l’esperienza che facciamo del dolore.
Il dolore acuto è considerato un sintomo di una malattia sottostante, mentre il dolore cronico può essere considerato esso stesso una malattia. E’ stato definito come “un dolore che persiste più a lungo del corso naturale della guarigione che si associa a un particolare tipo di danno o malattia” (Bonica, 1953). Il dolore cronico è tra i sintomi che hanno l’impatto maggiore sulla qualità di vita dei pazienti e costituisce un vero e proprio problema di sanità pubblica se consideriamo che in Italia il 26% soffre di dolore cronico di entità moderata.
Le principali cause del dolore cronico sono i tumori, le malattie reumatiche come la fibromialgia, l’artrite reumatoide, l’osteoartrosi, lesioni nervose e danni muscolari che non riescono a guarire completamente.
Come si tratta il dolore cronico?
Ai fini di una corretta terapia del dolore è necessario distinguere il dolore nocicettivo da quello neuropatico. Nel dolore nocicettivo lo stimolo lesivo è percepito a livello delle terminazioni nervose periferiche che trasmettono l’informazione al sistema nervoso centrale; il dolore neuropatico, invece, è causato da fibre nervose che trasmettono segnali errati ai centri del dolore nel cervello. Questa disfunzione dell’attività neurologica fa sì che il dolore venga percepito anche in assenza di un danno reale.
Questa distinzione è fondamentale nella scelta della cura farmacologica dal momento che i farmaci utilizzati per il dolore nocicettivo non hanno effetti sul dolore neuropatico. Tuttavia, sembra che anche gli antidolorifici più potenti attualmente sul mercato non riducano il dolore di più del 30-40% in non più del 50% dei pazienti (Turk, 2002).
Da questi dati appare evidente come il solo approccio farmacologico non possa essere sufficiente nella terapia del dolore cronico, ma si rende necessario applicare anche approcci psicologici complementari che possano aiutare i pazienti a gestire il dolore in maniera più adattiva. Inoltre, nella gestione del dolore cronico non dobbiamo sottovalutare l’importanza della più recente evidenza scientifica che sottolinea come la relazione che una persona ha con il proprio dolore influenzi l’intensità del dolore stesso e le limitazioni correlate al dolore.
Dolore cronico e EMDR: cosa può fare la psicoterapia?
L’EMDR, acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing (desenzibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari), è un metodo psicoterapico strutturato che viene utilizzato per il trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia a eventi traumatici sia a esperienze più comuni ma comunque emotivamente stressanti. Nella corso della terapia EMDR, grazie alla stimolazione oculare bilaterale , si migliora la connessione e la comunicazione tra gli emisferi cerebrali e l’integrazione a livello corticale delle esperienze traumatiche. Inoltre, sembrerebbe che il rilassamento indotto dalla stimolazione oculare bilaterale possa determinare un rilascio di oppiacei naturali e l’inibizione dell’amigdala, un’area cerebrale legata alle emozioni come la paura, ansia e rabbia. Infine, l’EMDR sembrerebbe anche in grado di regolare l’attività del sistema limbico, correlato all’esperienza del dolore, e aumentare l’attivazione della corteccia cingolata anteriore e dell’area prefrontale sinistra.
Quindi, grazie alla capacità di lavorare sulla componente cognitiva e su quella emotiva, l’EMDR risulterebbe un utile strumento per la gestione del dolore cronico.
Bibliografia
Turk DC, Okifuji A. Psychological factors in chronic pain: evolution and revolution. J Consult Clin Psychol. giugno 2002;70(3):678–90.
EMDR
Trattamento del dolore cronico con la CBT: quando il corpo incontra la mente (razionale)
http://www.italialongeva.it/wp-content/uploads/2015/03/epidemiologia-dolore-zuccaro.pdf