Gli audio in 8D: effetto tecnico o ruolo del cervello?

Gli audio in 8D: effetto tecnico o ruolo del cervello?

Gli audio in 8D: da dove arriva il suono?

 

Nelle scorse settimane in quasi tutte le chat sono girati dei file audio da ascoltare con le cuffie, che davano la sensazione che il suono provenisse da varie posizioni spaziali: destra, sinistra, addirittura da dietro la testa dell’ascoltatore. Sono state modificate in questo modo anche varie canzoni famose, e diciamocelo, il risultato è davvero bellissimo e affascinante!

A questo link sul sito della rivista Rolling Store potete trovare la spiegazione tecnica su come vengono prodotti questi effetti, cioè modificando il suono dopo la registrazione. Secondo la rivista, l’8D ci permette di ascoltare la musica tenendo conto di come il nostro cervello interagisce con i suoni, di come li percepisce e di come localizza a livello spaziale la loro provenienza.

Andiamo quindi a capire più precisamente come questo fenomeno prende forma nel nostro cervello!

 

 

La percezione uditiva: dall’ambiente al cervello

 

I suoni si propagano in forma di onde, che attraverso la vibrazione della membrana timpanica stimolano le cellule acustiche situate sulla coclea. Tali cellule generano dei potenziali d’azione, inviando l’informazione al cervello. Dalla coclea, l’informazione raggiunge alcune strutture sottocorticali (nucleo cocleare e follicolo inferiore), che a loro volta trasmettono il segnale al nucleo genicolato mediale, ultima stazione prima della corteccia uditiva (area 41) (Gazzaniga et al., 2005).

Oltre a identificare i suoni, distinguendoli uno dall’altro, la percezione uditiva permette di localizzarli nello spazio.

 

 

Come si percepisce la posizione del suono a livello neurale?

 

Immaginiamo di sentire una porta che sbatte in casa. Se la porta è collocata alla nostra destra, l’orecchio destro riceverà uno stimolo sonoro più intenso e precedente rispetto a quello che verrà ricevuto dall’orecchio sinistro.

La localizzazione spaziale dei suoni è connessa quindi alla capacità di integrare informazioni provenienti da stimoli sensoriali monoaurali (da un orecchio) e binaurali (da due orecchie), che includono la differenza nell’intensità e nel momento temporale con cui gli input arrivano alle due orecchie (differenza di livello interaurale -DLI- e differenza di tempo interaurale -DTI) e le caratteristiche spettrali imposte ai suoni dalla posizione di testa e orecchie.

Il nostro cervello, per poter capire da dove proviene il suono, deve interpretare e combinare correttamente questi segnali (Keating & King, 2015).

 

 

Localizzare i suoni in un ambiente acusticamente complesso

 

Capire la provenienza dei suoni però non è sempre così semplice come negli audio 8D, dove ascoltiamo la traccia in cuffia e senza particolari interferenze.

Per molte specie animali, l’udito spaziale gioco un ruolo critico non solo per identificare la localizzazione dei suoni, ma anche per differenziare tra loro le diverse fonti sonore in ambienti acusticamente complessi (Keating & King, 2015). Pensiamo per esempio di trovarci in un bar, o in un ambiente molto rumoroso, e di dover distinguere il discorso di una persona dal chiacchiericcio di sottofondo e dal rumore delle stoviglie.

L’ascolto nella vita quotidiana è più simile alla situazione del “cocktail party”, fenomeno molto studiato in neuroscienze per quanto riguarda l’attenzione uditiva. Localizzare i suoni in un ambiente acustico confuso, infatti, è un compito cognitivamente complesso, che implica il coinvolgimento di varie abilità come l’attenzione selettiva, la segregazione del flusso uditivo, la corretta localizzazione e l’identificazione dei suoni. Alcuni risultati sperimentali indicano che in questo compito sono attivate aree cerebrali oltre alla corteccia uditiva primaria, e in particolare il precuneus (Zündorf et al., 2013).

 

L’ascolto delle tracce audio in 8D è stato finora utilizzato prevalentemente per scopi artistici e ludici, ma potrebbe avere grandi potenzialità nella riabilitazione psico-acustica delle persone con perdita di udito.

 

 

Bibliografia

 

Keating, P., & King, A. J. (2015). Sound localization in a changing world. Current opinion in neurobiology, 35, 35-43.

Gazzaniga MS, Ivry RB e Magoun GR (2005), Neuroscienze cognitive, Bologna, Zanichelli

Zündorf, I. C., Lewald, J., & Karnath, H. O. (2013). Neural correlates of sound localization in complex acoustic environments. PLoS One, 8(5).

Consigli al tempo del Coronavirus

Consigli al tempo del Coronavirus

In questi giorni il Coronavirus ha portato numerose persone ad avere paura; questa paura è comprensibile in quanto ci siamo trovati a fronteggiare una situazione nuova e minacciosa ma dovremmo anche essere in grado di utilizzare questa emozione nell’orientarci verso soluzioni razionali.  Purtroppo però quando la paura diventa eccessiva rispetto ai rischi oggettivi derivanti dalla frequenza dei pericoli, rischia di trasformarsi in panico e di danneggiarci.  La nostra stabilità personale può andare in crisi nel momento in cui abbiamo la sensazione di non avere più il pieno controllo sulla nostra vita. Inoltre come afferma Oliverio Ferraris “i media non aiutano a gestire la paura in questa situazione perché ci bombardano di notizie allarmanti di minuto in minuto”. 

Cosa fare per evitare che le paure diventino eccessive?

Condividiamo qui di seguito alcuni suggerimenti anti-panico proposte dall’Ordine Nazionale degli Psicologi.

  • Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo: Il Coronavirus è contagioso ma su 100 persone ammalate 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario e solo 5 avranno problemi più gravi;
  • Non confondere una causa unica con un danno collaterale: Finora i decessi legati al Coronavirus stimati nel mondo sono 100 volte inferiori a quelli che si stima causi ogni anno la comune influenza. Molti decessi non sono causati solo dall’azione del Coronavirus!
  • Attenzione a non farsi prendere da comportamenti irrazionali: quando il panico diventa collettivo molte persone provano ansia e sono spinte a fare qualunque cosa pur di contenerla, dimenticando  ad esempio di mettere in atto le azioni protettive più semplici.
  • Non ignorare i dati oggettivi: la nostra capacità di giudizio può affievolirsi se ci facciamo prendere dal contagio collettivo.
  • Non farsi sopraffare dalle troppe emozioni: intense emozioni impediscono un corretto ragionamento e frenano la capacità di vedere le cose da una prospettiva più adeguata.

Ma in questo bombardamento di informazioni c’è un modo per potersi regolare al meglio? 

In questi giorni è sicuramente difficile controbattere le emozioni con ragionamenti però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. Cerchiamo dunque di trovare un equilibrio tra il sentimento di paura e quello che è il rischio oggettivo.

Il Coronavisur spiegato ai bambini

In questi giorni sono inevitabili le domande che i bambini pongono su quanto sta accadendo. Talvolta i genitori possono sentirsi spaesati di fronte a certi interrogativi presentati con tanta genuinità e spontaneità. Qui di seguito il decalogo proposto dal Telefono Azzurro per spiegare e far conoscere meglio ai più piccoli il Coronavirus: 

  • Prima di introdurre l’argomento del Coronavirus con i bambini e gli adolescenti, o di condividere notizie, assicurati di esserti informato sufficientemente e tramite fonti attendibili
  • Supervisiona, per quanto possibile, l’esposizione dei più piccoli alle notizie a riguardo, prevenendo la sovraesposizione e il controllo eccessivo della situazione
  • Cerca di trovare il tempo e la tranquillità necessari per stare insieme ai tuoi figli e offri loro uno spazio di dialogo
  • Ascolta tutte le loro domande, anche se ripetitive, insistenti e contraddittorie e rispondi con sincerità. Non fornire troppi dettagli, che potrebbero essere fonti di preoccupazione
  • Accogli le loro eventuali paure e timori, anche se possono sembrare eccessivi. Anche se non sei in grado di fornire una risposta specifica, l’importante è essere presenti e preservare la stabilità
  • Utilizza parole adatte alla loro età, scegliendo termini comprensibili per spiegare quello che sta succedendo
  • Presta attenzione a possibili manifestazioni di paure e di ansia, che possono esprimersi in diversi modi, per esempio, reazioni psico-somatiche o variazioni nel comportamento
  • Rassicurali sul fatto che la routine non cambierà totalmente. Cerca di mantenere almeno alcune delle vostre abitudini a casa (per es. gli orari della cena, la visione di un film insieme)
  • Attenersi alle indicazioni regionali e nazionali è molto importante, al fine di permettere azioni di prevenzione efficaci. Allo stesso tempo, è bene permettere momenti in cui i tuoi figli (e anche tu) possano mantenere i contatti con la propria rete sociale, anche grazie al supporto mondo digitale
  • Segui i comportamenti indicati dalle linee guida del Ministero della Salute e promuovi la condivisione di queste buone abitudini all’interno della famiglia. 

Anziani e Coronavirus

Spesso nelle situazioni di crisi c’è chi approfitta della situazione di difficoltà per far leva sulle paure della gente. E’ questo quanto sta accadendo, con episodi sparsi in tutta Italia, a pensionati e anziani. Sono stati infatti segnalati e denunciati da Carabinieri, Croce Rossa finti sanitari ASL o volontari che si presentano a casa per effettuare fantomatici test contro il “coronavirus” oppure che telefonano per segnalare la necessità di eseguire a domicilio il tampone. Sono tutte truffe.

Ecco dunque alcuni consigli per contrastare tale fenomeno: 

  •  Nessuna Azienda sanitaria, nessuna Organizzazione sanitaria e nessuna Associazione di volontariato invia personale a domicilio per effettuare visite e test per il coronavirus. Gli operatori sanitari effettuano visite e eventuali esami a domicilio solo se allertati preventivamente dai cittadini stessi che, attraverso il medico di famiglia, il 118, il numero dell’ATS locale e il numero nazionale 1500, abbiano segnalato sintomi sospetti o la necessità di accertamenti.
  • Non bisogna dare ascolto a eventuali sconosciuti che si spacciano per operatori dell’Azienda sanitaria. Non aprire dunque la porta di casa a persone sconosciute.
  • Se ci si sente minacciati o vittima di un reato o per segnalare comportamenti sospetti, bisogna avvisare tempestivamente le forze dell’ordine al 113, 112 o 117 o alla Polizia Locale.
  •  Si può vivere in maniera sicura in casa propria: le persone di fiducia presenti nella gestione del nostro quotidiano sono loro che dobbiamo far entrare in casa!

Essere donna modifica le nostre esperienze?

Essere donna modifica le nostre esperienze?

Durante la settimana appena trascorso ci siamo chieste se e come l’essere donna influenza la vita delle persone, dando vita a modi di fare esperienza differenti rispetto al genere maschile.

D’altronde, in un team fatto da tre psicologhe, era ovvio che prima o poi sarebbe emersa questa domanda!

Negli ultimi 50 anni, infatti, la società italiana è progredita di molto sul tema della parità di diritti di genere e sulla tutela delle donne, a partire dall’introduzione del diritto di voto femminile nel 1946, del diritto al divorzio negli anni ’70, fino ad arrivare a tematiche più recenti come lo stalking, la violenza domestica e il revenge porn.

Tuttavia, in Italia esistono ancora grosse discrepanze di diritti e possibilità tra uomini e donne.

Per esempio, sono le donne a spendere la maggior parte del loro tempo in attività domestiche, dedicandovi circa un’ora al giorno più degli uomini (Istat, 2019). Le motivazioni di queste differenze sono molteplici, ma è fondamentale osservare come gli stereotipi di genere siano estremamente diffusi in entrambi i sessi, dando vita a una visione molto tradizionalista dei ruoli all’interno della famiglia.

Ma ci sono davvero delle differenze strutturali e biologiche, che determinano come maschi e femmine si comportano e vivono la loro quotidianità?

Seguendo questo fil rouge, ci siamo addentrate durante tutta la settimana in questa tematica, scoprendo molte cose interessanti relative a differenti fasi di vita delle donne.

Adolescenza, stereotipi di genere e selfie

I selfie, cioè le fotografie scattate a se stessi, solitamente con il proprio smartphone, sono un modo di auto-rappresentarsi tipico della post-modernità. L’abitudine di condividere i propri selfie sui Social Network come Facebook e Instagram è particolarmente diffusa tra gli adolescenti, e i ricercatori dell’Institute for Media and Communication Science, in Germania, si sono chiesti quanto questo particolare tipo di autoritratto sia rappresentativo degli stereotipi di genere in questa fascia d’età (Döring et al., 2018).

I Social Media, infatti, giocano per gli adolescenti un ruolo chiave nel permettere la socializzazione e la formazione dell’identità. Analizzando e confrontando tra loro 250 selfie scattati da ragazzi maschi e 250 scattati da adolescenti femmine, gli studiosi hanno osservato che i selfie scattati dalle femmine e pubblicati su Instagram sono rappresentativi degli stereotipi di genere addirittura più delle pubblicità che si vedono sulle riviste. In particolare, i selfies femminili riproducono spesso gli stereotipi di subordinazione e di seduzione.

Il team tedesco suggerisce la necessità di ulteriori studi sull’argomento, ma sottolinea come la presenza degli stereotipi di genere nella produzione dei selfie sia un argomento rilevante per l’educazione dei giovani all’uso dei media

Mental overload: “devo pensare a tutto io!”

La lunga e tortuosa strada verso la parità di genere sta conducendo ad alcuni risultati. Nelle famiglie giovani, per esempio, i lavori domestici sono sempre più condivisi tra uomo e donna. Anche quando le faccende domestiche si sbrigano insieme, però, sembra che il carico della pianificazione delle attività rimanga a carico della componente femminile della coppia.

Nelle coppie eterosessuali in cui entrambi i membri lavorano a tempo pieno, secondo un’indagine condotta da Jennifer Garcia-Alonso per il Boston Consulting Group, infatti, è la donna che deve scrivere la lista della spesa, decidere quando è necessario fare le lavatrici e stendere, dividere l’organizzazione quotidiana delle faccende, programmare i week end fuori porta e i ritrovi con amici e parenti.

La situazione si complica ulteriormente quando la famiglia cresce, e la donna si trova a dover incastrare gli impegni anche dei figli. Per esempio, se anche è il papà ad accompagnare i figli alle visite mediche, nella maggioranza dei casi è stata la mamma a valutarne la necessità, cercare lo specialista, prendere l’appuntamento, scrivere la giustificazione per uscire prima da scuola, e via dicendo.

 

Questo sovraccarico di organizzazione domestica è costante, non riconosciuto e non pagato e sembra influire negativamente sulla possibilità di fare carriera e di occupare ruoli dirigenziali, oltre che sui livelli generali di stanchezza e stress quotidiani.

 

Cervello maschile e cervello femminile

Le differenze nel modo in cui vengono trattati uomini e donne e i ruoli sociali ad essi richiesti sono spesso giustificati asserendo che esistono delle diversità a livello di strutture cerebrali, che darebbero luogo all’esistenza di un “cervello maschile” e un “cervello femminile”. Secondo questa posizione, l’esistenza di due categorie così distinte a livello cerebrale si rifletterebbe in tutta una serie di caratteristiche comportamentali, cognitive, psicologiche, relative agli atteggiamenti e alla personalità tipicamente maschili e femminili.

Nell’aprile 2016 vari ricercatori si sono confrontati sul tema in occasione della pubblicazione sulla rivista PNAS di un articolo secondo cui le dicotomie sopra descritte non esisterebbero affatto.

Daphna Joel e il suo team, infatti, hanno studiato attraverso la risonanza magnetica funzionale le immagini cerebrali di 1400 individui, mostrando come le caratteristiche della sostanza bianca, della sostanza grigia e delle connessioni cerebrali fossero sostanzialmente sovrapposte tra i due generi. Secondo questi ricercatori, difficilmente esistono cervelli che si situano ai poli del continuum femminile-maschile, ma le caratteristiche cerebrali degli individui si distribuirebbero “a mosaico”.

Pochi mesi dopo questa diatriba, nel novembre 2016, è apparsa una review sul Journal of Neuroscience Research, a cura di Anna Grabowska, che tentava di sistematizzare i vari risultati. Quest’ultima  autrice asserisce che esistono effettivamente alcune differenze strutturali tra maschi e femmine, ma non tutte darebbero luogo a caratteristiche comportamentali distinte, quanto piuttosto potrebbero essere la conseguenza delle diverse richieste sociali.

La gravidanza cambia il cervello

Se sono le esperienze a modificare il cervello, e non il cervello a determinare il nostro comportamento, bisogna trovare traccia da qualche parte di questa affermazione. Un’esperienza unica che solo la donna può provare è quella della gravidanza, e abbiamo deciso di analizzare la letteratura relativa proprio a questo periodo di vita per verificare il risultato espresso sopra.

Quando una donna decide di diventare mamma, inizia un periodo della vita unico e costellato di numerosi cambiamenti, difficoltà, paure e gioie. Anche il cervello è coinvolto!

Hoekzema e collaboratori (2017) hanno confrontato i cervelli di primipare (donne che diventavano mamme per la prima volta), uomini che diventavano papàper la prima volta e persone senza figli, al fine di osservare se ci fossero delle differenze.

Effettivamente hanno osservato che nelle primipare,  dopo la gravidanza vi erano dei cambiamenti nel volume della materia grigia nella corteccia fronto-mediale, nella corteccia cingolata anteriore e posteriore, nel precuneus, nel giro frontale inferiore, nella corteccia temporale bilaterale. Queste aree cerebrali costituiscono il substrato neurale della cognizione sociale, rendendo possibile ipotizzare che in questo periodo della vita il cervello della futura mamma si modifica al fine di renderla più abile nell’accudimento del proprio bambino, per esempio riconoscendo meglio i bisogni del neonato o le potenziali minacce sociali, o ancora promuovendo il legame mamma-bambino.

Menopausa e Malattia di Alzheimer

Le donne hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto agli uomini, ma sono anche maggiormente a rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer, patologia che si manifesta durante la terza età, ma in realtà il suo decorso inizia ben prima nel cervello. Questo dato rende probabile che la predisposizione delle donne non sia solamente legata alla loro maggiore longevità.

Recenti studi neuroscientifici stanno iniziando a legare il periodo della transizione della menopausa ad alcuni meccanismi che potrebbero favorire il declino cognitivo. In particolare, la menopausa è caratterizzata dalla fine dell’attività riproduttiva, a cui si affiancano numerosi sintomi neurologici, tra cui la distruzione dei sistemi endocrini regolati dagli estrogeni, come la termoregolazione, il sonno, i ritmi circadiani, depressione e difficoltà in molti domini cognitivi. Sembrerebbe quindi che i cambiamento dei network di controllo degli estrogeni abbiano come risultato una minore attività metabolica nel cervello e un maggiore deposito di beta-amiloide.

Secondo questa corrente di studi, il periodo di transizione della menopausa potrebbe costituire una finestra temporale durante la quale attuare specifici interventi di prevenzione per combattere il futuro manifestarsi della Malattia di Alzheimer.

Inoltre, durante la menopausa il 34–62% delle donne riporta cambiamenti del proprio stato cognitivo, ed effettivamente ottengono una performance peggiore in compiti di memoria verbale, fluenza fonemica e funzioni esecutive. Si ipotizza che questa sintomatologia debba essere distinta dal declino cognitvo lieve (MCI), spesso prodromo di demenza, per costituire una categoria diagnostica a se stante, chiamata “declino cognitivo legato alla menopausa” (Devi, 2018).

Bibliografia 

Devi, G. (2018). Menopause-related cognitive impairment. Obstetrics & Gynecology, 132(6), 1325-1327.

Döring, N., Reif, A., & Poeschl, S. (2016). How gender-stereotypical are selfies? A content analysis and comparison with magazine adverts. Computers in Human Behavior, 55, 955-962.

Hoekzema, E., Barba-Müller, E., Pozzobon, C., Picado, M., Lucco, F., García-García, D., … & Ballesteros, A. (2017). Pregnancy leads to long-lasting changes in human brain structure. Nature Neuroscience, 20(2), 287.

Istat, 2029. I tempi della vita quotidiana. Lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo. Istituto Nazionale di Statistica, Roma

Garcia-Alonso, J., Krentz, M., Lovich, D., Quickenden, S., Brooks Taplett, F., (2019). Lightening the mental load that holds women back. Boston COnsultin Group. Boston.

Grabowska, A. (2017). Sex on the brain: Are gender‐dependent structural and functional differences associated with behavior?. Journal of neuroscience research, 95(1-2), 200-212.

Joel, D., Berman, Z., Tavor, I., Wexler, N., Gaber, O., Stein, Y., … & Liem, F. (2015). Sex beyond the genitalia: The human brain mosaic. Proceedings of the National Academy of Sciences, 112(50), 15468-15473.

Un corpo che parla. I disturbi somatici e il dolore

Un corpo che parla. I disturbi somatici e il dolore

Mente e corpo: entità spesso considerate come separate che invece sono strettamente collegate e interdipendenti, la psiche rappresenta infatti una complessa funzione del nostro corpo inscindibile da esso.

Da sempre il disturbo psicosomatico riveste un ruolo importante tra le malattie psichiche, poiché evidenzia come il corpo sia un perfetto strumento di comunicazione di uno stato di sofferenza mentale o di un disagio psichico. Tale disturbo rappresenta una condizione in cui lo stress psicologico influenza negativamente il funzionamento fisiologico (somatico) fino a causare sofferenza. Spesso la sintomatologia psicosomatica insorge in concomitanza di un disturbo d’ansia o depressivo, tuttavia esistono dei disturbi psicosomatici che si manifestano in assenza di altri sintomi psicologici.

Ma i sintomi somatici e il timore di avere una determinata malattia sono presenti nella stessa misura in tutte le culture?

Ebbene si; ciò detto vi sono delle differenze nella descrizione dei sintomi somatici che variano a seconda di fattori linguistici e culturali. In culture differenti i sintomi somatici possono avere significati particolari e danno forma a delle interazioni particolari tra medico e paziente. Inoltre tra i gruppi culturali possono esserci delle differenze nella richiesta di trattamento medico. Alcuni sintomi quali il burnout, sensazione di pesantezza, bruciore alla testa sono tipici di alcune culture e più rare in altre.

Negli adulti occidentali cosa accade?

Generalmente negli adulti in cui si assiste all’insorgenza di manifestazioni psicosomatiche, il disturbo è associato ad una significativa compromissione dello stato di salute fisico e mentale. Vi è spesso un elevato utilizzo di cure mediche che raramente alleviano le preoccupazioni dell’individuo. Spesso queste persone chiedono consulenza per gli stessi sintomi a medici diversi e raramente rispondono alle cure mediche. In loro vi è la sensazione che la valutazione medica e il trattamento cui sono stati sottoposti siano inadeguati.

Cosa accade invece nei bambini? Cosa comunicano attraverso il corpo?

Parlare di somatizzazione infantile significa far riferimento al delicato rapporto tra psiche e soma in età evolutiva: più il bambino è piccolo, più il suo disagio psicologico è veicolato attraverso i sintomi corporei.

Il corpo è per il bambino il primo strumento di linguaggio, attraverso cui esprimere una sofferenza psicologica. Attraverso la somatizzazione l’emozione viene spostata su un organo o apparato, trovando così una via di sfogo e un modo per richiamare l’attenzione su di sé. Il corpo del bambino diventa così il mezzo attraverso cui esprimere la sofferenza e i disagi vissuti nell’ambiente familiare e/o nell’ambiente scolastico, portando all’insorgenza di disturbi, senza cause organiche, a carico dell’apparato gastrointestinale, dell’apparato respiratorio, del sistema muscolo scheletrico e del sistema cutaneo. Questi disturbi generalmente richiedono un intervento psicologico, ma ciò che farà la differenza è riuscire a cogliere e a comprendere il messaggio che il bambino sta inviando attraverso il sintomo psicosomatico.

Nell’anziano invece come si presentano i sintomi psicosomatici?

La spossatezza e il dolore sono sintomi somatici considerati tipici della condizione anziana poiché vengono ritenuti parte del normale invecchiamento. Temere infatti di essere malati è considerato comprensibile negli individui che soffrono di un numero elevato di malattie organiche rispetto alle persone più giovani. Pertanto tra gli anziani, con buona probabilità, il disturbo è sottodiagnosticato dal momento che si ritiene normale che in età avanzata siano più spesso presenti sindromi dolorose, stanchezza, affaticabilità e piccoli disordini funzionali di vario tipo.
A volte, lo sviluppo di disturbi da sintomi somatici, può precedere l’insorgenza di un altra malattia psichiatrica, come il disturbo depressivo maggiore o il disturbo di panico. Nell’anziano con patologia somatica la depressione si può manifestare con sintomi atipici con accentuazione o comparsa di nuovi sintomi somatici, o con disturbi comportamentali o psichiatrici.
I sintomi somatici con cui si può manifestare una condizione depressiva sono i più svariati e vanno dalle algie, ai disturbi gastrointestinali ,a quelli cardiaci, ai disturbi respiratori, ai disturbi del sonno, all’astenia  e ad un’eccessiva stanchezza nel corso della giornata.

Alzheimer dalla A alla Z

Alzheimer dalla A alla Z

La recente Giornata Mondiale Alzheimer ci ha dato modo di riflettere su questa patologia e sulle informazioni che secondo noi sono importanti da sapere e conoscere su di essa.

L’articolo di oggi, quindi, vuole riassumere tutte le notizie sulla Malattia di Alzheimer che abbiamo condiviso recentemente.

 

 

Che cos’è la demenza?

 

Le forme di demenza sono una delle patologie più dilaganti nella nostra epoca, complice l’allungamento dell’aspettativa di vita, che determina un aumento della popolazione anziana. Solo in Italia, le persone con più di 65 anni che soffrono di demenza sono 1,2 milioni. E 3 milioni sono i familiari caregiver coinvolti nell’assistenza.

Per “demenza” si intende una sindrome che causa molteplici difficoltà nel funzionamento cognitivo e comportamentale, tali da interferire con il funzionamento quotidiano della persona.

Nelle fasi iniziali si assiste al deterioramento delle funzioni relazionali più complesse nelle quali è maggiore la competenza cognitiva (sono le cosiddette funzioni strumentali, quali gestire le finanze, utilizzare i mezzi di trasporto e di comunicazione, gestire la casa ed i farmaci) e con la progressione della patologia vengono compromesse anche le attività quotidiane di base (igiene personale, abbigliamento, bagno e mobilità, continenza).

Ai sintomi che riguardano le funzioni cognitive si accompagnano quasi sempre alterazioni della personalità e del comportamento che possono essere comunque di entità piuttosto varia nel singolo paziente.

La forma più frequente di demenza è la famosa Malattia di Alzheimer, che è definita una demenza primaria, cioè è causata da una degenerazione cerebrale a livello corticale o sottocorticale. Altre forme frequenti di demenza sono la Demenza Frontotemporale, la Demenza Vascolare, la Demenza ai Corpi di Lewy, la  Demenza Mista (Alzheiemr + Vascolare).

La Malattia di Alzheimer, si caratterizza per un progressivo deterioramento cognitivo a esordio insidioso, in assenza di un quadro neurologico specifico.  I sintomi devono essere presenti in almeno due domini tra memoria, linguaggio . abilità attentivo-esecutive. Sono concomitanti (secondo alcune ipotesi addirittura precursori) i disturbi emotivi.

 

 

I 10 campanelli d’allarme secondo l’Alzheimer Association

 

Ad oggi non esiste cura per i malati di demenza, ma sicuramente scoprire per tempo i sintomi e iniziare ad agire precocemente può aiutare tantissimo nel migliorare la progressione della patologia, sia dal punto della persona sia da quello dei familiari.

Ma quali sono i primi segni e sintomi, quelli a cui bisogna fare attenzione e andare a fare un controllo?

Ecco i 10 più comuni secondo l’Alzheimer’s Association e come distinguerli dai cambiamenti normali che possono insorgere con l’età.

 

  1. La perdita di memoria che sconvolge la vita quotidiana
  2. Sfide nella programmazione o nella soluzione dei problemi
  3. Difficoltà nel completare gli impegni famigliari a casa, al lavoro o nel tempo libero
  4. Confusione con tempi o luoghi
  5. Difficoltà a capire le immagini visive e i rapporti spaziali
  6. Nuovi problemi con le parole nel parlare o nello scrivere
  7. Non trovare le cose e perdere la capacità di ripercorrere i propri passi
  8. Ridotta o scarsa capacità di giudizio
  9. Ritiro dal lavoro o dalle attività sociali
  10. Cambiamenti di umore e di personalità

 

 

La diagnosi precoce

 

La Malattia di Alzheimer è spesso non diagnosticata o arriva troppo tardi all’attenzione degli specialisti. Addirittura si stima che solo una percentuale tra il 20 e il 50% dei pazienti abbiano ricevuto una diagnosi formale, che permette quindi l’accesso ai trattamenti.

Secondo la letteratura scientifica, identificare precocemente le demenze sarebbe un grande vantaggio sia per la scienza sia per la società, dando la possibilità di studiare la progressione dei sintomi e riducendo nettamente i costi socio-economici della malattia.

L’identificazione tempestiva di questa patologia offrirebbe infatti l’opportunità di implementare servizi già nelle fasi lievi, gestendo meglio i sintomi cognitivi e comportamentali, ottenendo una migliore qualità di vita del paziente e della famiglia, ritardando l’istituzionalizzazione e abbassando i costi socio-sanitari.

Per ottenere una diagnosi precoce, è necessario partire dal presupposto che l’invecchiamento di per sé non si accompagna per forza con difficoltà della memoria e delle altre funzioni cognitive. Questo è uno dei falsi miti da sfatare sulla condizione anziana.

Se si verificano dei cambiamenti, in te stesso o in tuo familiare, è sempre meglio portarli all’attenzione di uno specialista (di solito un neurologo o uno psicologo esperti in neuropsicologia).

 

 

 

Come prevenire il declino cognitivo

 

Se effettivamente è fondamentale identificare le demenza nelle fasi iniziali, esistono dei fattori che predispongono allo sviluppo di questa malattia? Ed esistono dei modi per aiutarci a prevenirla?

La risposta è sì!

La Lancet Commission nel 2017 ha stilato un rapporto secondo cui ben il 35% dei fattori di rischio per la demenza sarebbero modificabili durante il corso della vita, a fronte si solo il 7% di rischio genetico.

I fattori di rischio non costituiscono le cause dirette della malattia, ma contribuiscono fortemente ad aumentare la probabilità che essa si manifesti.

Ce ne sono in tutte le fasce di età, a partire dalla scolarizzazione in età infantile, passando per ipoacusia e fattori cardiovascolari nella middle age, fino ad arrivare all’inattività fisica e alla depressione in età avanzata.

Quello che è importante sapere, è che ad ogni età è possibile migliorare il proprio stile di vita per ridurre la possibilità di manifestare i sintomi di declino cognitivo.

 

 

La stimolazione cognitiva

Abbiamo parlato di come prevenire e identificare le demenze, ma che cosa si può fare se si ha già una diagnosi?

Come abbiamo già detto sopra, ad oggi non esiste una cura efficace per guarire dalla demenze, ma si può ricorrere a una serie di trattamenti farmacologici e non farmacologici per migliorare il decorso della malattia.

In particolare, l’effetto migliore si ottiene associando i farmaci al trattamento di stimolazione cognitiva.

La stimolazione cognitiva, oltre a essere uno strumento usato in maniera preventiva per mantenere la mente attiva, si configura come vero e proprio trattamento specifico nel caso di una patologia neurodegenerativa.

La stimolazione cognitiva non ha lo scopo di arrestare la malattia, ma si prefigge di sollecitare le potenzialità residue della persona per rallentarne il decadimento e ottenere una positiva ripercussione sul benessere quotidiano.

È un’attività altamente strutturata, che deve essere condotta da un professionista (di solito uno psicologo) con sessioni individuali o in piccoli gruppi.

 

 

Il familiare che assiste

 

Ultimo, ma non per importanza, punto che vogliamo evidenziare è il ruolo del caregiver nell’assistenza delle persone malate di demenza. Come accennato sopra, per ogni malato ci sono almeno due persone coinvolte nella sua cura.

Il caregiver è stato definito come la “vittima nascosta” della malattia, in quanto il carico psico-fisico richiesto dall’assistenza di una persona malata è elevatissimo.

I familiari, infatti presentano molti rischi legati alla salute fisica, allo stato emotivo, all’isolamento sociale e addirittura hanno un aumentato rischio di sviluppare demenza a loro volta rispetto alla popolazione generale.

 

Comunicare con la persona con demenza

Comunicare con la persona con demenza

Tra tutte le abilità cognitive, il linguaggio è quella più legata al rapporto con le altre persone.  La comunicazione, infatti, è quel processo che ci permette volontariamente e intenzionalmente di condividere un messaggio con un altro individuo.

In questo approfondimento vogliamo dare qualche suggerimento a chi si trova a dover comunicare con una persona con demenza. L’insieme di queste malattie infatti, limita le abilità della persona di esprimersi e di farsi comprendere ed è necessario che il familiare o l’assistente si adatti alle esigenze dell’individuo.

 

 

 

Cosa succede alla capacità di comunicazione quando si ha una demenza?

 

Con l’avanzare della patologia cognitiva, il progressivo declino delle abilità cognitive coinvolge anche le abilità linguistiche, che via via diminuiscono comportando una perdita della capacità comunicativa.

Già dalle fasi lievi è possibile osservare la presenza di anomie, errori letterali e neologismi, riduzione lunghezza frasi, difficoltà nella ripetizione di frasi, deficit di comprensione (specialmente nel linguaggio scritto), poca coerenza tematica (Glosser & Deser, 1990; Mendez, Clark, Shapira, & Cummings, 2003).

La fase moderata è invece caratterizzata da (Papagno, 2001; Kipps et al., 2009; Rousseaux et al., 2010):

    • Difficoltà a generare alternative logiche da informazioni date
    • Difficoltà a comprendere relazioni causa-effetto
    • Produzione di risposte irrilevanti, vaghe e incomplete
    • Relativo risparmio fino alle fasi gravi della comprensione di linguaggio non letterale (metafore), delle emozioni e del sarcasmo

In questa fase, la conversazione può essere “vuota”, con risposte che non rispondono effettivamente alle richieste dell’ascoltatore, contenuti poco tematici, aumento della frequenza dei turni conversazionali e delle domande a discapito delle affermazioni. Si possono osservare inoltre la difficoltà nel gestire gli argomenti e la diminuzione della gestualità significative a fronte di una gestualità indefinita (Blanken et al.,1988; Ripich & Terrell, 1988; Ripich et al., 1991;Mentis et al., 1995; Carlomagno et al., 2005). 

La fase grave è infine caratterizzata dalla perdita quasi totale della capacità di comunicare verbalmente e dall’inabilità alla comprensione del linguaggio verbale. È estremamente importante sottolineare, però, il mantenimento dell’espressione e della comprensione di linguaggio non verbale e paraverbale, caratteristica che come vedremo può venirci in aiuto.

 

Comunicazione e assistenza 

 

Secondo le stime di Alzheimer Europe, i disturbi di comunicazione sono considerati tra i quattro più problematici dai caregiver, dopo le attività quotidiane di base, il comportamento e la cognizione. 

In che modo la comunicazione ha a che fare con l’assistenza della persona?

  1. Nelle attività funzionali quotidiane: quando si assiste una persona, è necessario comunicare al fine di svolgere attività funzionali quotidiane in modo che mantenga autonomia il più a lungo possibile. Inoltre, il declino delle capacità linguistiche influisce negativamente sull’interazione tra caregiver e assistito poiché porta a vuoti comunicativi durante lo svolgimento delle attività della vita quotidiana (come per esempio lavarsi, mangiare, alzarsi o sedersi). Addirittura, la difficoltà di comunicare può avere come effetto l’aumento del tempo speso in attività funzionali, il quale costituisce una fonte di stress per l’operatore (Williamson & Schulz, 1993; Small et al., 2003).
  2. Nel rapporto tra assistito e caregiver: il benessere e la qualità di vita sono preservati dalla comunicazione significativa positiva. La Malattia di Alzheimer ha un impatto sia sulle abilità della persona di comunicare, sia sugli approcci degli altri nel comunicare con il paziente: i vuoti comunicativi sono una delle maggiori fonti di stress per il caregiver, portandoli spesso a sentirsi insoddisfatti e incompetenti nella comunicazione con l’assistito (Williamson & Schulz, 1993; Small et al., 2003; Savundranyagam et al., 2009)

 

 

Come comunicare al meglio?

 

Quando la comunicazione verbale va persa, è necessario basarsi su componenti non verbali, come espressioni facciali e sulle vocalizzazioni. L’Alzheimer Association (2015) fornisce qualche consiglio per una comunicazione efficace:

  1. Dignità e rispetto: non parlare come se la persona non ci fosse
  2. Approciare il paziente frontalmente, identificandosi e spiegando cosa si sta facendo
  3. Incoraggiare la comunicazione non verbale: se non capite, chiedete di indicare, di fare un gesto
  4. Cercare di comprendere le emozioni sottostanti a gesti e suoni
  5. Usare vista, suoni, tatto, odori, come forma di comunicazione

Nella quotidianità, la qualità della comunicazione sociale durante le conversazioni dipende anche dalle qualità psicosociali positive dell’interlocutore, soprattutto del caregiver, e il comportamento del malato non è la sola variabile da tenere in considerazione (Small, Perry & Lewis, 2005). È Importante avvalersi di tecniche per facilitare la comunicazione: controllano l’ammontare delle informazioni che devono essere mantenute, semplificando la ricerca in memoria e il modo in cui l’informazione deve essere elaborata (Bayles, 2003).

Il metodo  FOCUSED

 

È un programma che mira all’accrescimento delle competenze comunicative per i caregiver dei pazienti con Malattia di Alzheimer, ideato alla fine degli anni 90 (Ripich, 1997), composto da 7 step:

  1. Face-to-face (faccia a faccia)
    • Stare di fronte al paziente
    • Attrarre la sua attenzione
    • Mantenere il contatto visivo
  2. Orientation (orientamento)
    • Orientare, ripetendo delle parole chiave per molte volte
    • Ripetere le frasi non comprese utilizzando le stesse parole
    • Dare il tempo di comprendere
  3. Continuity (continuità)
    • Mantenere lo stesso argomento di conversazione il più a lungo possibile
    • Preparare la persona se si deve introdurre un nuovo argomento
  4. Unsticking (slacciamento)
    • Aiutare il paziente a essere flessibile quando utilizza una parola sbagliata, suggerendogli la parola che non trova
    • Ripetere la frase appena pronunciata, usando però la parola corretta
    • Chiedere: “Volevi dire . . .?”
  5. Structure (struttura)
    • Strutturare la domanda per dare una scelta semplice con cui rispondere
    • Fornire solo due opzioni alla volta
    • Fornire opzioni piacevoli
  6. Exchanges (scambio)
    • Mantenere il normale scambio di idee delle conversazioni normali
    • Iniziare le conversazioni con argomenti piacevoli
    • Dare al vostro caro indizi su come rispondere
  7. Direct (diretto)
    • Usare frasi corte, semplici, dirette
    • Usare nomi propri anziché pronomi
    • Usare gesti, figure, ed espressioni facciali

 

Sebbene il metodo FOCUSED sia un po’ datato, riteniamo che la sua schematicità possa essere molto utile a chi si trova in difficoltà nel comunicare con una persona affetta da demenze.

Un altro grande consiglio che possiamo dare è quello di utilizzare il più spesso possibile dei toni calmi, sereni. Come accennato sopra, infatti, sebbene i malati perdano la capacità di utilizzare il linguaggio, viene mantenuta fine alle fasi più avanzate di patologia l’abilità di esprimere e comprendere le componenti non verbali e paraverbali della comunicazione.

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