L’Autismo: dal Novecento ai giorni nostri

L’Autismo: dal Novecento ai giorni nostri

Nel 1911 lo psichiatra svizzero Bleuler conia il termine autismo per designare nei malati mentali adulti “l’evasione dalla realtà accompagnata dal predominio relativo o assoluto della vita interiore” (Resnik S., 1980). Questi pazienti, dunque, sembrano ritirarsi dal mondo reale e al contempo sembrano formare una modalità di pensiero aldilà e al di fuori di una logica, definita appunto autistica. 

L’autismo, secondo Bleuler, viene descritto come un sintomo secondario della schizofrenia; caratterizzato da un ritiro dal mondo circostante, per un vivere dentro il corpo. Il comportamento di queste persone viene descritto dallo psichiatra come apatico, indifferente ed il pensiero risulta ripetitivo, bizzarro, chiuso in circoli viziosi che portano all’isolamento. 

In queste persone si assiste ad un allontanamento dal mondo della vita sociale verso un mondo interiore. Il termine autismo deriva dal greco autòs che significa appunto “sé stesso” e che descrive il concetto del rivolgersi verso di sé.

Il concetto di autismo e di pensiero autistico rimane soprattutto un aspetto sintomatologico secondario o peculiare della schizofrenia, prevalentemente legato al paziente adulto, fino al 1943, anno in cui Kanner, pediatra americano di origine tedesca, scrive sulla rivista Pathology un articolo intitolato “Disturbi autistici del contatto affettivo”. In tale articolo, Kanner propone una  diagnosi di autismo infantile precoce nei confronti di undici bambini il cui comportamento è del tutto peculiare e molto lontano dalla normalità, ma con caratteristiche che si ripetono all’interno del gruppo. Questi tratti consistono in una incapacità, presente sin dall’inizio della loro vita, di mettersi in contatto con gli altri e con le situazioni secondo il modo consueto, e in un desiderio ansioso e ossessivo di mantenere inalterato il proprio ambiente e le proprie abitudini di vita. Kanner dunque delinea una sindrome con qualità e caratteristiche proprie, separandola quindi dal grande gruppo delle schizofrenie.

Contemporaneamente in Europa, Asperger, un pediatra austriaco, descrive dei casi simili a quelli delineati da Kanner utilizzando lo stesso termine: “autistici”. Egli inoltre narra di bambini con compromissioni cognitive minori o in alcuni casi assenti, pertanto con il termine “Sindrome di Asperger”si intende una condizione di autismo non necessariamente associata a ritardo mentale.

In Francia invece, nel 1951, il medico Lelord inizia a studiare l’autismo da un punto di vista neurofisiologico. Grazie a tecniche elettroencefalografie evidenzia delle alterazioni importanti delle funzioni mentali elementari (percezione, associazione, formazione di riflessi condizionati) fondamentali per uno sviluppo mentale e comportamentale. 

Gli anni Cinquanta vedono l’affacciarsi di teorie che interpretano i genitori come “autismogeni”; Bettelheim, con la sua visione della madre come unica responsabile della catastrofe del figlio, risulta essere l’esponente di spicco di questa corrente di pensiero. Egli propone come terapia la parentectomia ovvero l’allontanamento dei figli dai genitori. Tali teorie attraversano tutto il Novecento ma fortunatamente non saranno le uniche. 

Negli anni Sessanta lo psicologo americano Scholper definisce un programma in cui i genitori vengono considerati dei coterapeuti. E’il metodo TEACCH che fornisce valutazioni e programmi educativi personalizzati a tutti i soggetti autistici con una circolarità continua tra assistenza, ricerca, formazione dei professionisti e dei genitori. 

Verso la fine del XX secolo sempre più neuropsichiatri abbandonano le teorie colpevolizzanti la madre per riconoscere la totale organicità del disturbo dello spettro autistico. 

Oggi i ricercatori sono in gran parte convinti che l’autismo non consista in un’entità singola e unitaria, ma in un cluster di condizioni di fondo. Queste producono una peculiare costellazione di comportamenti e bisogni, che si manifesta in modi diversi nei vari stadi dello sviluppo dell’individuo. Una risposta adeguata a quei bisogni comporta una vita di assistenza da parte di genitori, educatori e comunità. Asperger lo aveva predetto nel lontano 1938, ed era stato altrettanto preveggente insistendo sul fatto che i tratti dell’autismo non sono “affatto rari”. In effetti, date le attuali stime di prevalenza, le persone autistiche costituiscono una delle più ampie minoranze al mondo. 

Un’accurata revisione della storia dà ragione alla convinzione di Asperger che le persone autistiche abbiano sempre fatto parte della comunità umana, pur essendo state spesso relegate ai margini della società. Per gran parte del XX secolo sono rimaste nascoste sotto una gran mole di etichette in concorrenza tra loro: il “disturbo schizoide di personalità”, la “schizofrenia infantile”. 

Sulla scia della controversia sui vaccini, tuttavia, la società continua a inquadrare l’autismo come un’aberrazione contemporanea, un disturbo singolare di questi tempi singolarmente disordinati, dovuto a una tragica convergenza tra predisposizione genetica e fattori di rischio nascosti da qualche parte nel nocivo mondo moderno – come l’inquinamento dell’aria, l’overdose dei videogame e i cibi troppo raffinati.

Il nostro DNA racconta una storia diversa. In anni recenti, i ricercatori hanno determinato che gran parte dei casi di autismo non affonda le radici in rare mutazioni de novo, ma in geni molto antichi e ampiamente condivisi dalla popolazione generale, anche se maggiormente concentrati in alcune famiglie che in altre. 

Qualunque cosa sia l’autismo, non è un prodotto eccezionale della civiltà moderna; è uno strano dono del nostro passato profondo, tramandato attraverso milioni di anni di evoluzione.  

 

Bibliografia e sitografia

angsa.it

Silberman, S. (2016).“Neurotribù. I talenti dell’autismo e il futuro della neurodiversità”. LSWR Edizioni

Polletta, G. “Evoluzione storica del concetto di. autismo”. 

La demenza si può prevenire?

La demenza si può prevenire?

Nel 2017 la rivista scientifica Lancet ha pubblicato un articolo sulla cura e la prevenzione della demenza (Livingstone et al., 2017). Una commissione di esperti ha analizzato e riportato i risultati della ricerca degli ultimi anni sulla prevenzione e sui fattori di rischio della demenza. I risultati della ricerca identificano i seguenti aspetti come fattori di rischio della demenza su cui è possibile intervenire a livello preventivo:

  • Udito: anche una lieve perdita dell’udito può aumentare il rischio a lungo termine di deterioramento cognitivo;
  • Attività fisica: gli anziani che fanno attività fisica hanno maggiori probabilità di non andare incontro a deterioramento cognitivo rispetto a quelli che non fanno attività fisica regolare;
  • Problematiche cardio vascolari: è necessario ridurre l’obesità, smettere di fumare, trattare condizioni mediche quali il diabete, l’ipertensione e l’ipercolesterolemia. 
  • Salute mentale: l’isolamento sociale e la depressione potrebbero essere sintomi iniziali di demenza piuttosto che fattori di rischio. Tuttavia, in letteratura vi sono sempre più prove del fatto che l’isolamento sociale aumenta il rischio di ipertensione, malattie cardiache e depressione, tutti fattori di rischio delle demenze. L’isolamento sociale può risultare anche in una diminuzione dell’attività cognitiva che è connessa a un più rapido declino cognitivo. 
  • Scolarità: livelli più bassi di scolarità si associano ad un aumento del rischio di demenza. È stata dimostrata, a riguardo, l’esistenza della cosiddetta riserva cognitiva, una sorta di “cervello di scorta” che si sviluppa con l’esercizio della mente e che permette di resistere maggiormente a malattie quali la demenza o di ridurne la gravità. Si pensa che da solo questo fattore sia capace di ridurre di un terzo la possibilità di ammalarsi o la gravità della malattia. 

 

Un esempio di intervento preventivo : la Stimolazione cognitiva

L’invecchiamento porta con sé non solo una serie di cambiamenti a livello fisico-sensoriale ma anche una serie di cambiamenti nella sfera cognitiva. 

Quando si parla di vecchiaia e di funzionamento cognitivo un ruolo importante viene giocato dalla riserva cognitiva, precedentemente accennata. Ognuno di noi infatti possiede un bagaglio di riserva di neuroni e di volume cerebrale che è essenzialmente determinato da fattori genetici. La riserva cognitiva corrisponde all’allenamento e all’implementazione della propria dotazione genica. Potenziare in vita la propria riserva cognitiva potrebbe essere un investimento a lungo termine di notevole importanza. Essa sembra fornire ai soggetti una protezione, o meglio, una vera e propria riserva compensando, almeno temporaneamente, il danno neurologico dovuto non solo a malattie neurodegenerative ma anche all’invecchiamento fisiologico. 

Attraverso il fenomeno della plasticità cognitiva la riserva cognitiva, può essere mantenuta nel tempo e talvolta anche migliorata. Da queste riflessioni sono nati percorsi di potenziamento cognitivo in quanto l’anziano viene visto come un individuo non privo della possibilità di apprendere ma capace di sfruttare le risorse mantenute e quindi in grado di compensare quelle che vengono meno nel tempo. 

Un esempio di intervento nelle demenze : la Stimolazione cognitiva

Anche all’interno di quadri patologici, la stimolazione cognitiva riveste un ruolo molto importante. Le basi di un percorso di stimolazione cognitiva si fondano sull’evidenza che la mancanza di attività cognitiva accelera il declino cognitivo non solo nell’invecchiamento normale ma anche e soprattutto in quello patologico.
Nello specifico della demenza, i deficit cognitivi ad essa relati, possono determinare, già nelle prime fasi di malattia, importanti limitazioni nella conduzione di una vita autonoma. Oltre alle conseguenze del danno di natura neurofunzionale ve ne sono altre causate dalla condizione di isolamento, di diminuzione degli interessi e delle attività personali in cui si vengono a trovare le persone nelle prime fasi della malattia. Questi aspetti comportano una drastica riduzione degli stimoli cognitivi e sociali. 

Allo stato attuale non esiste una cura efficace per la demenza che sia in grado di modificarne il decorso. Negli ultimi anni sempre più ricerche scientifiche hanno posto l’accento sull’efficacia delle terapie non farmacologiche nella demenza. All’interno di questi interventi la stimolazione cognitiva ha mostrato evidenze di efficacia terapeutica nel trattamento. Essa infatti è un trattamento psicosociale diffuso a livello mondiale, comprovato a livello scientifico, che promuove i principi di cura centrati sull’individuo in quanto persona, piuttosto che sulla malattia. Inoltre è un intervento globale, capace di stimolare il funzionamento cognitivo e socio-relazionale, rallentando quindi il decorso della malattia. 

 

 

Bibliografia

De Beni R., Marigo C., Sommaggio S., Chiarini R., Borella E. (2008). Lab-I Empowerment emotivo-motivazionale. Firenze, Giunti.

Delle Fave A. (2007). La condivisione del benessere. Il contributo della psicologia positiva. Milano, Angeli.

Gill Livingston, Andrew Sommerlad, Vasiliki Orgeta, Sergi G Costafreda, Jonathan Huntley, David Ames, Clive Ballard, Sube Banerjee, Alistair Burns, Jiska Cohen-Mansfield, Claudia Cooper, Nick Fox, Laura N Gitlin, Robert Howard, Helen C Kales, Eric B Larson, Karen Ritchie, Kenneth Rockwood, Elizabeth L Sampson, Quincy Samus, Lon S Schneider, Geir Selbæk, Linda Teri, Naaheed MukadamSpector (2017). Dementia, prevention, intervention and care. The Lancet. Vol. 390. No 10113.

Anziani e demenze: cosa sono e cosa si può fare?

Anziani e demenze: cosa sono e cosa si può fare?

“Demenza” è un termine ombrello che indica una costellazione sintomatologica che, a seconda della patologia cerebrale sottostante, causa differenti difficoltà del funzionamento cognitivo e funzionale. Le demenze si presentano soprattutto nella popolazione anziana, cioè coloro più di 65 anni di età. In Italia gli anziani sono in costante aumento e recenti dati Istat (http://demo.istat.it/pop2015/index.html, consultato il 22 febbraio 2019) attestano il loro numero a 13.219.074, che rappresenta il 21,7% della popolazione, contro il 18% rilevato nel 2002 (Solfrizzi et al., 2002). È ormai un dato assodato per la letteratura scientifica che l’invecchiamento costituisce il più importante fattore di rischio per lo sviluppo di una tra le tante forme di demenza (Solfrizzi et al., 2002; Kivipelto et al., 2006), che coinvolgono circa l’8% degli ultra sessantacinquenni (Istituto Superiore di Sanità, 2014).  Tali dati, uniti al carattere degenerativo di questo gruppo di patologie, rendono di fondamentale importanza la conoscenza delle manifestazioni di tale fenomeno, insieme alle possibilità di prevenzione, diagnosi e cura.

 

 

Cosa sono le demenze?

Con il termine demenza si intende una sindrome, progressiva e irreversibile, caratterizzata da perdita acquisita delle funzioni cognitive, delle competenze sociali e da modificazioni del comportamento. È possibile diagnosticare una forma di demenza quando si rilevano sintomi cognitivi e comportamentali, in almeno due domini, tali da interferire con il funzionamento quotidiano dell’individuo e che rappresentano un declino rispetto alle capacità precedenti della persona (McKhann et al., 2011). Tale diagnosi si ottiene attraverso una valutazione neuropsicologica, che consiste, unitamente al colloquio anamnestico, nella somministrazione di una batteria di test che misurano le varie abilità cognitive quali memoria, attenzione, linguaggio, ecc. e che vengono corretti dallo specialista a seconda dell’età e scolarità dell’individuo. Esistono varie forme di patologia dementigena, tra cui la Malattia di Alzheimer, la Demenza Vascolare, la Demenza Fronto-temporale, la Demenza ai Corpi di Lewy. È possibile ottenere una diagnosi differenziale tra esse attraverso un’attenta valutazione delle abilità cognitive coinvolte e mediante l’esecuzione di esami neuroradiologici quali TAC e RMN (risonanza magnetica), delle aree cerebrali compromesse.

 

Quali sono le cause e come prevenire la demenza?

La causa delle patologie neurodegenerative risiede in molteplici interazioni tra fattori genetici e ambientali, caratterizzandole come patologie multifattoriali. La comunità scientifica, negli ultimi decenni, è impegnata nello studio dei fattori di rischio, ossia delle condizioni che, se presenti in un individuo nel corso della vita, possono aumentare la probabilità che la malattia si presenti. In particolare, il World Alzheimer Report del 2014 (Prince, 2014), descrive 4 categorie di fattori di rischio, che comprendono i fattori legati allo sviluppo, quali eventi che occorrono nei primi anni di vita, crescita, educazione, occupazione; i fattori psicologici, come ansia, depressione, distress psicologico (eventi di vita o fattori di personalità); lo stile di vita, come uso di alcol, fumo, dieta, attività fisica e cognitiva; e le condizioni cardiovascolari (ipertensione, diabete, colesterolo, obesità). Ulteriore passo avanti nella comprensione del ruolo giocato dallo stile di vita nello sviluppo delle demenze è stato fatto dalla Commissione Lancet (Livingstone et al., 2017), che nel 2017 ha pubblicato un importante studio in cui si attesta che ben il 35% dei fattori di rischio per le demenze è modificabile, cioè attraverso l’attuazione di uno stile di vita sano si può diminuire enormemente il rischio di sviluppare demenza. Oltre ai fattori sopracitati, da questo studio emerge come la deprivazione uditiva già a partire dalla mezza età predica ben il 9% della probabilità di sviluppare in futuro decadimento cognitivo (per approfondire il rapporto tra udito e mente, leggi il nostro articolo qui).

Nonostante tali fattori siano in vario modo interconnessi tra di loro e non si possa affermare che essi siano la causa delle malattie neurodegenerative, è ormai opinione diffusa che l’attuazione, già in età adulta, di uno stile di vita sano e attivo possa configurarsi come un importante fattore protettivo per lo sviluppo futuro di queste patologie.

In particolare, l’esercizio fisico costante, la prevenzione dei fattori di rischio cardiovascolari, il mantenimento di un buon udito e il coinvolgimento in attività piacevoli e cognitivamente sfidanti (come ad esempio la stimolazione cognitiva di gruppo) sembra essere la migliore modalità, durante tutto l’arco di vita, per ottimizzare la propria riserva cognitiva e essere maggiormente pronti a contrastare gli effetti negativi dell’invecchiamenti.

Tali aspetti, inoltre, sembrano svolgere un ruolo positivo nel mantenimento della funzionalità fisica e cognitiva sia nelle fasi prodromiche sia in quelle lievi della malattia (DeWeerdt, 2011).

 

Quali trattamenti?

Allo stato della conoscenza scientifica attuale non esistono interventi farmacologici e non farmacologici in grado di guarire dalla demenza. È possibile, però, curare la persona nel senso più generale del termine, al fine di fornire un adeguato livello di qualità di vita e di rallentare il più possibile la progressione dei sintomi (Prince et al., 2011). Il trattamento delle demenze implica, quindi, molteplici obiettivi rivolti sia al paziente sia ai familiari, in quanto nel programmare il processo riabilitativo bisogna tenere in considerazione il carattere degenerativo della malattia, che coinvolge la persona e influisce su chi si prende cura di essa.

Lo scopo primario dell’intervento consiste nella compensazione delle abilità deficitarie attraverso il potenziamento di quelle rimaste intatte. Gli obiettivi dei programmi di intervento concernono, quindi, l’ottimizzazione dello stato funzionale dell’individuo, che comprende il trattamento delle patologie sottostanti, la stimolazione dell’attività fisica e cognitiva e la valutazione dell’ambiente in cui la persona vive al fine di suggerire alcune modifiche, se necessarie, in relazione alle difficoltà del paziente. È molto importante, inoltre, identificare e trattare le complicanze della demenza, programmando un intervento multidisciplinare che coinvolga molteplici figure professionali, quali per esempio medici, psicologi, fisioterapisti. Le possibilità di intervento, inoltre, sono molto diverse a seconda della fase di malattia; nelle fasi iniziali e moderate è possibile avvalersi della stimolazione cognitiva, che consiste in sedute, solitamente a cadenza bisettimanale e della durata di 45-50 minuti, condotte da uno psicologo e volte in primo luogo a rallentare il più possibile il declino cognitivo, ma anche a fornire un supporto emotivo per il paziente. In fasi più avanzate di patologia, invece, è possibile effettuare interventi  maggiormente indirizzati alla sfera comportamentale, come per esempio la Doll Therapy (che consiste nell’utilizzo di un’apposita bambola per favorire sentimenti positivi di accudimento nel paziente), la musicoterapia o la stimolazione multisensoriale in spazi creati ad hoc.

Poiché il assistere una persona malata di demenza è una comprovata fonte di stress emotivo e fisico (Pinquart e Sörensen, 2007), risulta inoltre essenziale prendersi cura dei familiari dei pazienti (caregiver). Essi, infatti, sono maggiormente a rischio di sviluppare sintomi psicologici quali depressione e ansia, malattie fisiche e sintomi dementigeni a loro volta. Una fascia che risente particolarmente degli effetti negativi del prendersi cura di un familaire è costituito dalla cosiddetta “generazione sandwich”, ossia quelle persone nella fascia di età tra i 45 e i 60 anni, soprattutto di genere femminile, che si trovano a dover rispondere contemporaneamente ai bisogni dei familiari anziani e dei figli, mantenendo al contempo la propria attività lavorativa.

A tale scopo, è consigliabile per i caregiver rivolgersi ai servizi disponibili sul territorio di riferimento (Centri Specialistici, Associazioni, Servizi Comunali, ecc.), al fine di ottenere indicazioni sulle possibilità di trattamento per il paziente e supporto psicologico per se stesso. Tale supporto può consistere in interventi psicologici individuali, in gruppi di auto-mutuo-aiuto o in interventi psico-educativi per conoscere al meglio la malattia del proprio caro e come contrastarla.

 

Conclusioni

Anche se, come sopra evidenziato, l’invecchiamento si configura come uno dei principali fattori di rischio delle demenze, la perdita delle abilità cognitive non costituisce la normalità con l’avanzare dell’età. La promozione di uno stile di vita attivo sia dal punto di vista cognitivo che fisico, infatti, può intervenire come fattore di protezione nello sviluppo delle patologie neurodegenerative.

Alla luce di quanto descritto, per migliorare il più possibile le condizioni delle persone che soffrono di patologie neurodegenerative e dei loro familiari, appare essenziale favorire capillarmente la conoscenza di questi disturbi tra la popolazione, al fine di diagnosticarle il più precocemente possibile e di conseguenza promuovere il trattamento già dalle prime fasi della malattia.

 

 

Bibliografia

DeWeerdt, S. (2011). Prevention: activity is the best medicine. Nature, 475(7355), S16-S17.

Istituto Superiore di Sanità in Epidemiologia delle demenze, 13 febbraio 2014: http://www.iss.it/demenze/index.php?lang=1&anno=2016&tipo=17

Kivipelto, M., Ngandu, T., Laatikainen, T., Winblad, B., Soininen, H., & Tuomilehto, J. (2006). Risk score for the prediction of dementia risk in 20 years among middle aged people: a longitudinal, population-based study. The Lancet Neurology, 5(9), 735-741.

McKhann, G. M., Knopman, D. S., Chertkow, H., Hyman, B. T., Jack, C. R., Kawas, C. H., … & Mohs, R. C. (2011). The diagnosis of dementia due to Alzheimer’s disease: Recommendations from the National Institute on Aging-Alzheimer’s Association workgroups on diagnostic guidelines for Alzheimer’s disease. Alzheimer’s & dementia, 7(3), 263-269.

Pinquart, M., & Sörensen, S. (2007). Correlates of physical health of informal caregivers: a meta-analysis. The Journals of Gerontology Series B: Psychological Sciences and Social Sciences, 62(2), P126-P137.

Prince, M. J. (2014). World Alzheimer Report 2014: dementia and risk reduction: an analysis of protective and modifiable factors. Alzheimer’s Disease International.

Prince, M., Bryce, R., & Ferri, C. (2011). World Alzheimer Report 2011: The benefits of early diagnosis and intervention. Alzheimer’s Disease International.

Solfrizzi, V., Panza, F., Colacicco, A. M., Capurso, C., D’Introno, A., Torres, F., Baldassarre, G., Capurso, A. (2002). Relation of lipoprotein (a) as coronary risk factor to type 2 diabetes mellitus and low-density lipoprotein cholesterol in patients≥ 65 years of age (The Italian Longitudinal Study on Aging). The American journal of cardiology, 89(7), 825-829.

Gli eventi di NEPSI durante la Settimana del Cervello

Gli eventi di NEPSI durante la Settimana del Cervello

Si è appena conclusa la Settimana del Cervello (Brain Awereness Week) e anche quest’anno NEPSI ha aderito a questa iniziativa che ha lo scopo di portare l’attenzione della comunità alle scienze del cervello e all’importanza della ricerca in questo ambito. 

NEPSI in collaborazione con Auser Lombardia ha proposto in diverse sedi Auser della regione (Auser Milano, Auser Legnano, Auser Mantova, Auser Pavia, Auser Giussago, Auser Como) un evento volto a informare il pubblico su come riconoscere i campanelli d’allarme delle principali malattie degenerative, ma anche su come mantenere il cervello in forma, attraverso  la dimostrazione pratica di alcuni esercizi di stimolazione cognitiva. 

L’idea di questo incontro dal nome “Le demenze: campanelli d’allarme e prevenzione” è nata dalla necessità di condividere, in una società dove la popolazione è sempre più anziana, da una parte i rischi collegati a un cervello che invecchia e dall’altra di diffondere la conoscenza sulle adeguate forme di prevenzione che, attraverso la messa in atto di stili di vita sani, possono aiutare a rimanere in forma. 

L’età anziana, infatti, si configura non come un mero momento di perdite a livello fisico e cerebrale, ma come un periodo della vita in cui, grazie alla neuroplasticità, è possibile ottimizzare la propria riserva cognitiva per promuovere un invecchiamento sano e attivo.

Nelle diverse sedi tale tematica ha suscitato nei partecipanti un vivo interesse. Numerose sono state le domande e le richieste di approfondimento; aspetti questi, indicativi di una vivace curiosità nei confronti di tale argomento.

 

 

La Settimana del Cervello si è conclusa con la collaborazione di NEPSI con Liberamente e Mamy & Family per la realizzazione di un evento dal titolo “Bambini, genitori e nonni. Le fasi di vita attraverso il cervello“, tenutosi presso la sala Alda Merini a Santo Stefano TIcino (MI). La collaborazione con professioniste che si occupano di fasi diverse della vita ha consentito l’approfondimento di come cambia il nostro cervello dall’infanzia alla terza età, per passare attraverso la fase della gravidanza.

Per quanti non hanno potuto partecipare personalmente agli incontri, nei prossimi tre mercoledì potranno trovare sul blog alcune pillole degli eventi.

Di che cosa parleremo in questo primo mercoledì? L’argomento che affronteremo questa settimana sarà un’introduzione alle demenze. 

 

 

I benefici di una buona dormita

I benefici di una buona dormita

La giornata mondiale del sonno nasce con l’intento di celebrare i benefici di una buona dormita che, è risaputo, è di fondamentale importanza per il mantenimento di un buono stato di salute e del benessere. Il sonno svolge diverse funzioni in relazione alla crescita e allo sviluppo fisico e cognitivo delle persone.

Negli anni abbiamo assisto al crescere dell’interesse della relazione tra memoria e sonno; molti dati ormai supportano l’ipotesi che dormire promuova la memoria e la plasticità neuronale negli animali e negli esseri umani. Il sonno sarebbe in grado di favorire diversi stadi del processo di memorizzazione, come la codifica delle informazioni, il loro consolidamento e il recupero. Questo è vero non solo negli adulti, ma anche nei bambini e negli adolescenti.

Dormire è un processo attivo del nostro sistema nervoso centrale che si modifica nel corso dello sviluppo. Il sonno dei bambini, infatti, ha una durata maggiore rispetto a quello degli adulti così come delle caratteristiche molto diverse a livello di elettroencefalogramma. Il ritmo circadiano del sonno cambia con l’inizio della pubertà: i ragazzi, specialmente dai 14-16 anni, vanno a dormire più tardi degli adulti e la letteratura ci dice che gli adolescenti dormono molto meno delle 9-10 ore raccomandate. Questo è dovuto sia a fattori biologici sia a fattori psicosociali: l’influenza dei genitori sull’ora di andare a dormire diminuisce, aumenta il desiderio di autodeterminarsi e aumenta il tempo dedicato agli hobby.

La deprivazione del sonno, dunque, ha effetti negativi sulla memoria, specialmente sull’esecuzione di compiti complessi e astratti che coinvolgono funzioni cognitive superiori. I disturbi del sonno sono più comuni di quello che si pensa: ne soffre circa il 45% della popolazione mondiale, mentre in Italia una persona su cinque riposa male e una su quindici soffre di insonnia cronica.

La buona notizia è che gli effetti negativi sono invertibili grazie a una buona dormita!

Ma quali sono i consigli per una buona dormita?

  • Stabilire un rituale del sonno
  • Stabilire e rispettare degli orari in cui andare a dormire e svegliarsi per stabilizzare il ritmo sonno-veglia
  • Spegnere pc e smartphone quando si va a letto
  • Fare attività fisica regolare durante il giorno
  • Mangiare tra le 2 e le 3 ore prima di andare a letto (attenzione a caffeina e nicotina!)
  • Rendere la camera da letto adatta al sonno

 

Adan A, Archer SN, Hidalgo MP, Di Milia L, Natale V, RandlerC. Circadian typology: a comprehensive review. Chronobiol Int. 2012;29(9):1153-75.

Crowley SJ , Acebo C , Carskadon MA . Sleep, circadian rhythms, and delayed phase in adolescence. Sleep Med 2007 ; 8 : 602 –12 .

Kopasz M , Loessl B , Hornyak M et al . Sleep and memory in healthy children and adolescents –a critical review. Sleep Med Rev 2010 ; 14 : 167 –77.

I pregiudizi della medicina e della psichiatria che pesano sulla salute delle donne

I pregiudizi della medicina e della psichiatria che pesano sulla salute delle donne

La ricerca Europea ESEMeD (European Study of the Epidemiology of Men- tal Disorders) coordinata in Italia dall’Istituto Superiore della Sanità, ha coinvolto 4.712 persone e indagato la prevalenza dei principali disturbi mentali tra il 2001 e il 2003. Questo studio e altre evidenze ci dicono ad esempio che ogni donna è a rischio di depressione. Non vi sono tipologie di donne più a rischio. La depressione femminile è trasversale ai vari gruppi sociali con diversi livelli economici e culturali.

Le ricerche e le evidenze parlano di fattori di rischio prevalenti nella donna quali lo stress e il sovraccarico (individuato nella condizione di donna coniugata con figli piccoli), l’isolamento sociale, la bassa autostima (derivata dalla scarsità di riconoscimenti a livello sociale), il carico di lavoro (conseguente al farsi carico dei bisogni dell’altro) e la violenza. Nonostante ciò pesano i pregiudizi dell’ambiente medico e psichiatrico le cui teorie vedono un riferimento costante alle vicende della vita riproduttiva femminile.

Questi pregiudizi, ovvero l’attribuzione alle donne di una eziologia prevalentemente di stampo biologico/ormonale, comportano la mancanza di una reale prevenzione a misura di donna. In ogni settore della medicina, compresa la psichiatria, emerge la tendenza a sopravvalutare i fattori biologici e costituzionali e a sottovalutare i fattori ambientali. Negli uomini invece accade il contrario; esemplificativo di questo lo si ritrova nella medicina cardiovascolare quando parla di rischio “stress lavorativo” negli uomini e di rischio “menopausa” nelle donne. Tale fenomeno si chiama segregazione di genere delle eziologie in cui si riscontra una derivazione prevalentemente socio-economico-ambientale per gli uomini ed una di tipo biologico ormonale per le donne.

Nello specifico della depressione è importante quindi non parlarne più come di un male oscuro, intendendo per esso, una patologia di cui non si conoscono genesi e fattori di rischio. Decodificare la depressione all’interno del mondo abitato dalla donna e quindi riconoscerla come effetto del sovraccarico, dello stress, del burn-out (soprattutto nel post-partum), di violenze e minacce (soprattutto nella famiglia), stimola le donne a pensare che la depressione non sia un destino immutabile, ma che dalla depressione si possa uscire con strumenti azionabili nella vita quotidiana.

Per approfondire l’argomento vi consigliamo la lettura di “Nuove frontiere per la storia di genere”.

Leggi il documento originale dell’Università degli Studi di Salerno

 

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