Lo psicologo online

Lo psicologo online

Il progresso tecnologico e la conseguente rivoluzione digitale stanno apportando profondi cambiamenti anche nell’ambito dell’assistenza sanitaria. Nel tempo sono aumentate e migliorate le modalità con cui è possibile offrire servizi sanitari online, i termini e-health e e-therapy fanno proprio riferimento ai servizi che utilizzano mezzi come email, chat e videochiamate per fornire assistenza sanitaria in remoto.

Le prestazioni psicologiche on line, dalla consulenza alla terapia, sono ormai una pratica diffusissima nel mondo. Oggi solo negli Stati Uniti più del 20% degli psicologi offre qualche forma di consulenza on line. L’offerta di servizi legati alle prestazioni psicologiche via internet è in costante crescita anche in Italia: nel 2013 erano circa 2000 gli psicologi italiani che esercitavano anche online.

I vantaggi

L’intervento psicologico via chat o videoconferenza offre indubbiamente dei vantaggi, primo fra tutti l’elevata accessibilità. Le consulenze o le terapie online potrebbero essere l’unico modo di accesso allo psicologo per tutte quelle persone che non possono fisicamente recarsi nello studio del professionista. Pensiamo alle persone con disabilità motoria o alle persone che per lavoro viaggiano molto o sono costrette a trasferirsi o ancora a quelle persone che vivono in luoghi più isolati in cui c’è una ristretta offerta di servizi. Inoltre, ci sono persone che proprio a causa della difficoltà per cui chiedono aiuto non sono in grado di lasciare la propria casa (e.g., agorafobia, attacchi di panico).

La terapia o la consulenza online sono convenienti anche dal punto di vista economico sia per i pazienti che per il professionista data la riduzione di tempi e costi (meno spostamenti, meno costi di affitto degli studi e di conseguenza consulenze meno care).

L’utilizzo della tecnologia, inoltre, permette di migliorare l’integrazione dei diversi servizi e può essere impiegato per monitorare nel tempo i pazienti dopo le dimissioni dall’ospedale supportandoli nella transizione.

Limiti

Per quanto sia una modalità di presa in carico promettente bisogna comunque tenere a mente che ha la consulenza online ha i suoi limiti.

Per poter usufruire di questi servizi è essenziale essere abili nell’utilizzo del computer e di piattaforme come, per esempio, Skype; è necessario, inoltre, disporre di una buona connessione a internet e di un luogo tranquillo e riservato in cui poter parlare senza aver paura di essere ascoltati da orecchie indiscrete o interrotti.

Ma la terapia online è efficace?

Secondo la letteratura recente la risposta a questa domanda è sì, gli interventi psicoterapici resi online hanno la stessa efficacia di quelli resi vis à vis. La maggior parte degli studi esistenti ha preso in considerazione l’applicazione di tecniche cognitivo-comportamentali, ma stanno sempre più aumentando le ricerche che valutano l’efficacia di altri approcci terapeutici.

La diffusione di questi servizi, dunque, sembra colmare i vuoti lasciati dalla consulenza tradizionale permettendo una diffusione più capillare della consulenza psicologica e della psicoterapia senza intaccarne l’efficacia.

 

 

Bibliografia

Raccomandazioni del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi sulle prestazioni psicologiche attraverso tecnologie di comunicazione a distanza. CNOP, 2013. (http://www.psy.it/allegati/documenti_utili/Raccomandazioni_CNOP_prestazioni_on_line.pdf)

Davies EB, Morriss R, Glazebrook C. Computer-delivered and web-based interventions to improve depression, anxiety, and psychological wellbeing of university students: a systematic review and meta-analysis. J Med Internet Res 2014; 16: e130.

Olthuis JV, Watt MC, Bailey K, Hayden JA, Stewart SH. Therapistsupported internet cognitive behavioural therapy for anxiety disorders in adults. Cochrane Database Syst Rev 2016; 3: CD011565.

Stubbings DR, Rees CS, Roberts LD, Kane RT. Comparing in-person to videoconference-based cognitive behavioral therapy for mood and anxiety disorders: randomized controlled trial. J Med Internet Res 2013; 15: e258.

 

 

 

L’Autolesionismo in adolescenza

L’Autolesionismo in adolescenza

Articolo a cura del dottor Angelo Scordo.

“Si sedette di spalle alla parete, si rimboccò la manica della camicia da notte ed esaminò alla luce della torcia i segni rimasti sul braccio dall’ultima volta, scure ferite a zig zag ancora visibili ma in via di guarigione. Con un piccolo brivido di paura, che esprimeva anche l’imminente sollievo, posò la lama a metà dell’avambraccio e incise la carne. Una fitta cocente, lancinante, e subito sgorgò il sangue (…) La lama risucchiava il dolore dei suoi pensieri disperati e li tramutava in animalesco bruciore di nervi e pelle: a ogni taglio, sollievo e liberazione.”

Le parole del bellissimo libro «Il seggio vacante» di J.K. Rowlings, descrivono “Cincia” Sukhvinder, un’adolescente figlia di una dottoressa e di un politico, che, di nascosto da tutti, si taglia le braccia con una lametta (Spinelli, 2014).

Secondo l’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), sotto la parola autolesionismo (Autolesionismo non suicidario – NSSI, not suicidal self injury), c’è una serie numerosa di comportamenti e condotte attraverso cui provocarsi dei danni a livello fisico con conseguenti sanguinamento, ecchimosi e sperimentazione di sensazioni dolorose. Si parla perciò in letteratura di:

> Cutting: tagliarsi con un oggetto affilato
> Burning: provocarsi bruciature o ustioni
> Branding: marchiarsi con oggetti roventi.

Sebbene i metodi utilizzati talvolta si sovrappongono con quelli tipici dei tentativi di suicidio (p. es., tagliandosi i polsi con una lametta), l’atto autolesionistico non suicidario è distinto dal suicidio perché le persone non intendono il proprio gesto come letale. Infatti, la maggior parte degli individui che pratica queste condotte, può specificamente indicare una assenza di volontà nel renderle tali, o questa la si può dedurre dall’esecuzione ripetuta di metodi chiaramente “non mortali”. 

Nonostante la mancanza di letalità immediata, il rischio a lungo termine di tentativi di suicidio è aumentato negli ultimi anni soprattutto negli adolescenti, in base agli studi più recenti (Clayton, 2018; Ougrin, 2012). In generale, i pazienti autolesionisti vanno considerati ad alto rischio di suicidio (Beckman et all, 2018; Olfson et all, 2018;).

Per quanto sia sicuramente una manifestazione di disagio acuto, l’autolesionismo degli adolescenti ha delle caratteristiche proprie. I pazienti spesso si feriscono in una singola sessione, creando lesioni multiple nella stessa posizione, tipicamente in una zona accessibile che comunque tendono a tenere nascosta (p. es., avambracci, cosce ecc.). Il comportamento è spesso ripetuto, con conseguenti ampi schemi di cicatrici.

L’autolesionismo non suicidario tende a manifestarsi nei primi anni dell’adolescenza e la prevalenza è abbastanza uniformemente distribuita tra i sessi; l’anamnesi naturale è chiara, ma il comportamento sembra diminuire dopo l’età giovane adulta. L’autolesionismo non suicidario è spesso associato ad altri disturbi psichici, anche se non obbligatoriamente, in particolare alle manifestazioni del disturbo di personalità borderline, del disturbo antisociale di personalità, dei  disturbi alimentari e in quelli di abuso di sostanze.

Perché farsi del male?

Sono molti gli studi che hanno cercato di indagare i perché di queste pratiche. Scrive Strong (2000): “Danneggiare intenzionalmente un organo così vulnerabile e delicato come la pelle sembra andare contro tutto ciò che sappiamo circa la nostra innata tendenza biologica ad aumentare il piacere ed evitare il dolore. E di tutte le cose che procurano dolore che una persona può fare a se stessa, perché così tante persone, indipendentemente l’una dall’altra, hanno iniziato a usare oggetti taglienti per far uscire sangue dalla pelle?”

Va detto subito come le condotte autolesionistiche non abbiano un senso univoco, non può esserci una risposta certa e valida in ogni circostanza al perché le persone si auto-danneggiano. Secondo Rossi Monti e D’Agostino (2009) questo fenomeno, un po’ come accade con il suicidio, sembra piuttosto il punto di arrivo di percorsi molto diversi; l’oggettività del dato (un danno sulla pelle) rischia però di farne passare in secondo piano la dimensione soggettiva, ovvero i motivi e i vissuti della persona.

Sicuramente il fatto che una persona si procuri deliberatamente un danno fisico rappresenta una discriminante significativa. L’intenzionalità del gesto è fondamentale. L’autolesionismo, per questo motivo, dovrebbe essere compreso sulla base dei motivi, e non tanto dei risultati. Questo comportamento morboso di auto-aiuto, che tiene il corpo in ostaggio, non implica tuttavia un desiderio di autodistruzione. Bisogna fondamentalmente chiedersi cosa la persona stava cercando di ottenere con quel gesto. La psicopatologia può essere un linguaggio, un linguaggio sostitutivo alla mentalizzazione. 

Per spiegare meglio cosa accade alla persona che attua queste condotte, partiamo da uno stralcio di colloquio con una paziente, preso da http://nicolaghezzani.altervista.org:

 

«Mi sembra che tutto sia cominciato intorno ai 16 anni, quando ho cominciato a sentire dentro di me una strana sensazione, come di disagio, una velata malinconia. Il rapporto con i miei genitori non è mai stato dei migliori. O meglio, in famiglia non ci sono gravi problemi ma a volte litigavo di brutto con i miei, soprattutto con mia madre, che ha una visione della vita diametralmente opposta alla mia. Poi per altri motivi (amicizie, mancanza di amori, e altre cose), ho cominciato a sentirmi triste, sempre, ovunque e comunque. 

Questi “sfoghi” sul mio corpo non sono mai seguiti a delle liti, non sono mai stati degli sfoghi di rabbia immediata, almeno mi pare. Mi ritrovavo magari a graffiarmi con le unghie dei piccoli brufoletti o imperfezioni che sentivo sulle braccia o sulle gambe, cose che mi hanno sempre dato fastidio e irritato, e da lì mi provocavo tante piccole ferite, tanti piccoli graffi, ma tutto ciò di solito avveniva in momenti in cui non avevo pensieri per la testa oppure quando mi sentivo… non so… stufa di tutto. Ciò accade anche oggi. Quando sento dentro di me come un insostenibile fardello e non ho voglia di fare niente, allora comincio a stuzzicarmi. Odio sentire le croste dei graffi sul mio corpo, sicché mi graffio nuovamente per toglierle… Inutile dire che mia madre ha sempre trovato le mie magliette piene di macchie di sangue, ma mi dice semplicemente che s’è rotta le scatole di lavarle, non che le importi qualcosa del mio malessere». 

La ragazza è molto esplicita: dapprima racconta di una tristezza di tipo depressivo, che potrebbe spingerla a chiedere contatto affettivo a qualcuno, a cercare un senso della vita fuori dalla sua stanza, dal suo isolamento, o anche indurla a protestare nei confronti del mondo in cui vive. Questa tristezza tuttavia urta contro una barriera di delusione, di mancanza di fiducia in sé e negli altri. Poi, da quel momento, si avvia come per forza d’inerzia la pratica autolesionista: la ricerca del dolore, il bisogno di riconfigurarsi, il desiderio di comunicare, la necessità di regolare le proprie emozioni. 

Esaminiamo un po’ questi ultimi aspetti:

• La ricerca del dolore

Fare del male a sé stessi, in queste condizioni, non è considerabile “violenza” pura, ma “quasi un mezzo per farsi del bene” (Valmorbida, 2015). Sul versante neurofisiologico il dolore stimola la produzione di adrenalina. Inoltre c’è qualche evidenza biologica che tagliarsi e bruciarsi possa rilasciare nel cervello oppiacei naturali e altre sostanze chimiche, creando una dipendenza e un ciclo di astinenza. La base biologica della sindrome potrebbe essere connessa con l’azione della serotonina, la quale a sua volta è implicata nell’impulsività (Strong, 2000).  

“Quando mi ferisco posso vedere da dove viene il dolore e guardarlo guarire. E posso facilmente curarlo. Questo dolore non ha un posto specifico. Va in giro e striscia in luoghi strani” 

(Valmorbida, 2015). 

Attraverso la ferita si realizza uno scambio tra psichico e fisico: mente e corpo ritrovano l’unità, anche se in modo ambiguo. L’obiettivo raggiunto in questo modo è quello di evitare che la propria sofferenza sia così diffusa da essere incomprensibile e incontrollabile; la si assicura così in un luogo fisico ben preciso, rendendola visibile sotto forma di un segno sulla pelle.

• Il bisogno di riconfigurarsi

Perdere la sensazione di esistere è peggio che morire: non sentirsi vivi è intollerabile. Ecco perché l’autolesionismo può diventare un processo che dà sollievo, calma e tranquillità. È comunque paradossale che una persona che si sente morta emozionalmente possa avere una emozione così forte da sentirsi sconvolta per questa perdita (Favazza, 2011). Ad ogni modo il dolore autolesionistico ha la forza di far uscire da questo stato, ri-ancorando la persona alla realtà e facendola riappropriare del proprio mondo, soprattutto emotivo.

In ogni ferita, la persona autolesionista preserva sul proprio corpo la storia degli eventi che non ha potuto integrare nel tessuto della sua identità e ciò accade soprattutto in adolescenza. A questa età, la persona autolesionista assume un’identità attraverso il gesto, talmente questo diventa fondante per la sua esistenza. Nascono così i cutters, i wrist-slashers o i burners, che spesso soprattutto nel mondo virtuale, si rivendicano come tali (Gargiulo & Margherita, 2016).

• Il desiderio di comunicare

La violenza può essere un atto comunicativo (ma non sempre lo è). L’autolesionista deve sentire se stesso attraverso il suo stesso corpo. Egli dà origine ad una voce che piuttosto che “vibrare nella sua gola, vibra sulla sua pelle”, la sua stessa carne. Per Merleau-Ponty, dal momento che il linguaggio è un prodotto della nostra esistenza corporea, l’esperienza umana sarà e dovrà essere sempre comunicata: “Fintanto che l’essere umano respira, noi diremo le nostre vite per poter avere o vivere le nostre vite” (1945). 

Le parole del fenomenologo francese Merleau-Ponty ci spingono a guardare all’aspetto “comunicativo” dell’autolesionismo in modo del tutto nuovo, superando l’idea di “manipolazione” o di richiesta (cosciente) di attenzione che in alcuni ambienti ancora vige. Tranne che in alcuni casi, l’auto-ferimento è l’esatto opposto di una auto-esibizione intenzionale. Il fatto che l’autolesionista mantenga il segreto sul proprio comportamento, e si sforzi anzi di non mostrare le proprie ferite, basterebbe a sfatare questo mito. È vero comunque che se un danno fisico autoinflitto viene alla luce, esso suscita un tale sgomento e allarme che non può essere ignorato e questo fatto ha un peso enorme nella dinamica interpersonale.

Il ferimento, solitamente ben nascosto, non si ostenta alla visione, perché è rilevante sapere di avere i tagli, ma l’intento non è quello di mostrarli. Sarebbe un comportamento “isterico” se l’autolesione fosse fatta per essere mostrata. Ecco perché possiamo dire, senza contraddizione, che non tutti gli atti autolesionistici sono atti comunicativi, alcuni potrebbero essere risposte a circuito chiuso.

•La necessità di regolare le proprie emozioni

L’autolesionismo può essere vissuto come uno sfogo senza dolore, come un processo auto-calmante, auto-rassicurante, seguito da una sensazione di calma. A volte troviamo l’autolesionismo tra le conseguenze di una rottura o di un litigio: è un modo per liberarsi dalla rabbia e provare a ri-organizzare un Sé frammentato. È sicuramente chiaro che uno dei suoi sensi è quello di espellere via tutte le sensazioni negative: la scarificazione serve per scaricare tutto il dolore, un dolore di cui non si riesce a parlare. 

Secondo Jeanmet (2001) i comportamenti autolesionisti diventano organizzatori del mondo, gestiscono un’incontrollabile sovraccarico emotivo e tentano di risolvere stati traumatici. Il corpo diviene luogo di emozioni intollerabili, che vanno gestite, controllate. 

“Uccido il mio corpo poiché esso mi uccide” 

(Platone in Favazza, 2011).

Le emozioni più comunemente vissute prima del passaggio all’atto sono: rabbia, delusione, freddezza, tensione, senso di incolmabile vuoto interiore, depressione, solitudine, rifiuto, abbandono, impotenza, senso di colpa, sensazioni di estraneità e di alienazione dal proprio corpo, pensieri vittimistici (Garish & Wilson, 2010).

 

Il focus di queste condotte sembra essere rintracciabile nella dialettica tra il Sé, il Corpo e il Mondo, proprio come accade in un gran numero di problematiche classicamente riferibili al periodo adolescenziale. Proprio per questo, il corpo adolescente è anche luogo di conflitti: le profonde trasformazioni a cui si va incontro in questo periodo della vita, ne fanno anche il palcoscenico sul quale appaiono le eventuali difficoltà, che in questi casi assumono forme patologiche. Per lo stesso motivo, alcuni pazienti vedono l’autolesionismo come un’attività positiva e quindi tendono a non sollecitare o accettare la consulenza psicologica.

Disturbi alimentari, abuso di sostanze, mancanza di sonno, sono talvolta le manifestazioni più evidenti con cui gli adolescenti si misurano nelle loro prove di crescita. Dietro il sintomo c’è spesso uno stato caratterizzato da povertà di orientamenti e di importanti progetti di vita, una difficoltà ad attribuire significati agli eventi, con il corpo che è, a prescindere, vettore privilegiato di senso e di apertura all’interscambio con il mondo.

Cosa fare?

Dare “un senso al mondo”, donando la possibilità alla persona di riconoscere i propri bisogni e da lì intraprendere una strada verso il futuro, è tendenzialmente l’unica via per dare nuovo slancio alle persone sofferenti, tramite dei percorsi psicoterapeutici ben mirati.

In generale, non è stato approvato nessun farmaco per il trattamento dell’atto autolesionistico non-suicidario. Tuttavia, il naltrexone e alcuni antipsicotici atipici sono stati efficaci in alcuni pazienti (Clayton, 2018). I coesistenti disturbi psichiatrici (p. es., depressione, disturbi alimentari, abuso di sostanze, disturbo di personalità borderline, disturbo antisociale di personalità) devono, inoltre, essere trattati in modo appropriato.

 

Bibliografia

Beckman, K., Mittendorfer‐Rutz, E., Waern, M., Larsson, H., Runeson, B., Dahlin, M., 2018. Method of self‐harm in adolescents and young adults and risk of subsequent suicide. Journal of Child Psychology & Psychiatry. Vol. 59 Issue 9, p948-956. 9p. DOI: 10.1111/jcpp.12883.

Clayton, P.J., 2018. Autolesionismo non suicidario. University of Minnesota School of Medicine.
Available to https://www.msdmanuals.com/it-it/professionale/disturbi-psichiatrici/comportamento-suicidario-e-atto-autolesionistico/autolesionismo-non-suicidario.

Favazza, A.R., 2011. Bodies Under Siege: Self-Mutilation, Nonsuicidal Self-Injury, and Body Modification in Culture and Psychiatry (3rd edition). Baltimore: Johns Hopkins University Press. (1st edition, 1987; 2nd edition, 1996).

Favazza, A. R., Favazza, B. S. (2011). Bodies under siege: self-mutilation in culture and psychiatry. Baltimore: Johns Hopkins University Press.

Garisch, J.A. and Wilson M.S., 2010. Vulnerabilities to deliberate self-harm among adolescents: The role of alexithymia and victimization. British Journal of Clinical Psychology . 49. 151-163

Gargiulo, A. e Margherita, G., 2016. Ferite nel virtuale: dalla presentazione alla rappresentazione dell’autolesionismo. ResearchGate. DOI: 10.6092/1827-9198/3946

Ghezzani, N. http://nicolaghezzani.altervista.org/psicologia_disturbi_psicologici_psicoterapia-autolesionismo_ed_introversione.html

Jeammet, P. (2001). Innovations en cliniques et psychopathologie de l’adolescence. Annales médico-psychopathologique, Vol. 159, Issue 10, p. 672-678.

Merleau-Ponty, M. (1945).Phénoménologie de la perception. Paris: Gallimard 1979 (tr. it.Fenomenologia della percezione. Milano: Bompiani 2003).

Olfson, M., Wall, M., Shuai Wang; Crystal, S., Bridge, J. A., Shang-Min L., Blanco, C., 2018. Suicide After Deliberate Self-Harm in Adolescents and Young Adults. Pediatrics. Vol. 141 Issue 4, p1-12. 14p. DOI: 10.1542/peds.2017-3517

Ougrin, D.S., 2012. Self-harm in adolescents: the best predictor of death by suicide? – reflections on Hawton et al. (2101). Journal of Child Psychology & Psychiatry. Vol. 53 Issue 12, p1220-1221. 2p. DOI: 0.1111/j.1469-7610.2012.02622.x.

Rossi Monti, M., D’agostino, A., 2009. L’autolesionismo. Roma: Carocci.

Spinelli S., 2014. Advailable to https://silviaspinelli.it/2014/05/05/autolesionismo-non-suicidario-e-psicoterapia-con-gli-adolescenti-la-storia-di-rosa/

Strong, M. 1998. A bright red scream: self-mutilation and the language of pain. New York, N.Y.: Viking; London: Virago 2000. (Tr. it.:Un urlo rosso sangue. Milano: Frassinelli 1999).

Valmorbida, E., 2015. Fenomenologia dell’autolesionismo. La nuova scena del corpo.  Centre d’etudes en Psychopathologie et Psychanalyse (CEPP). Available to http://dspace.unive.it/handle/10579/6527

L’omeopatia è efficace per la cura dei disturbi psicologici?

L’omeopatia è efficace per la cura dei disturbi psicologici?

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di omeopatia e frequentemente ci si domanda quale efficacia abbiano questi trattamenti rispetto ai farmaci tradizionali o al placebo. In occasione della Giornata Mondiale dell’Omeopatia, abbiamo voluto dedicare un approfondimento al rapporto tra questo approccio, che appartiene più in generale alla Medicina Complementare e Alternativa (CAM), e il trattamento dei disturbi psicologici.

La Medicina Complementare e Alternativa può essere definita come quell’insieme di pratiche diagnostiche e trattamenti che si discostano dalla medicina tradizionale, quali omeopatia, agopuntura, fototerapia, integratori alimentari (per es Omega-3), fototerapia, ecc. In particolare, gli approcci alternativi, lontani dai concetti della medicina tradizionale, mirano a sostituirsi a essa; gli approcci complementari indicano invece pratiche coerenti con l’approccio medico occidentale e possono inserirsi in un trattamento integrato (Freeman et al., 2010; Shultz & Hede, 2018).

CAM e disturbi psichiatrici

Tra le pratiche di Medicina Complementare e Alternativa, l’omeopatia sembra essere quella maggiormente diffusa per il trattamento dei disturbi psichiatrici. Una recente meta-analisi mostra che i farmaci omeopatici però sembrano non avere effetto sui disturbi legati all’ansia e allo stress, mentre risulterebbero moderatamente efficaci per alleviare i sintomi dei disturbi somatici, in particolare la fibromialgia e la sindrome da fatica cronica (Davidson et al., 2010).

Non esistono invece abbastanza prove relative all’efficacia dei prodotti omeopatici per la depressione (Pilkington et al., 2005). Per contro, il Disturbo Depressivo Maggiore è la patologia psichiatrica che sembra maggiormente associata con l’utilizzo di CAM, ma il 79% dei pazienti dichiara di non aver rivelato al proprio psichiatra/psicoterapeuta di fare ricorso a tali approcci, che sono considerati dalle persone più naturali e meno stigmatizzanti degli approcci tradizionali e per questo molto appetibili (Freeman et al., 2010). In relazione al disturbo depressivo, inoltre, gli autori sottolineano un aspetto critico dell’utilizzo delle pratiche CAM: il ritardo all’accesso ad altre cure con dimostrazioni scientifiche di efficacia (psicoterapia e psicofarmaci). Tale ritardo, infatti, è particolarmente rilevante in quanto la depressione si caratterizza come un disturbo grave e potenzialmente legato alla suicidarietà se non trattato.

CAM e demenze

Tra i sintomi delle patologie neurodegenerative (Malattia di Alzheimer, Demenza Vascolare, ecc.) vi sono anche i BPSD, cioè i sintomi della sfera psicologica e comportamentale. Tali problematiche possono essere esacerbate dalla presenza di dolore non trattato, soprattutto quando si presenta in persone che a causa della patologia neurologica hanno perso le abilità di comunicare (Allegri et al, 2014). Alcune indagini mostrano che l’aromaterapia potrebbe apportare dei benefici sulla qualità di vita dei pazienti con demenza residenti in casa di riposo,  oltre che a essere considerata con intresse favorevole sia dallo staff sia dai caregiver. Da un’analisi della letteratura scientifica su questo tema condotta nel 2017 emerge che l’aromaterapia, sebbene sia una pratica sicura e non nociva, non comporta miglioramenti sintomatologici, mentre sembrerebbero più utili i trattamenti legati al tocco e all’interazione umana, come la riflessologia. Sebbene le esperienze stimolanti a livello multisensoriale si siano rivelate efficaci per il trattamento dei sintomi psicologici e comportamentali delle demenze, soprattutto nelle fasi più avanzate, gli autori spiegano la mancanza di effetto dell’aromaterapia come una conseguenza dei frequenti problemi legati all’olfatto che si presentano in questa popolazione.

Ma quindi, l’omeopatia è efficace?

Secondo la letteratura analizzata al fine della stesura di questo articolo, ci sono ancora molti dubbi e poche evidenze sull’effettiva efficacia dei trattamenti omeopatici. In particolare, sembrerebbe che gli approcci di Medicina Complementare e Alternativa siano maggiormente utili nell’alleviare i sintomi legati a disturbi somatici, come fibrobialgia, fatica cronica e dolore. Tuttavia non sono presenti prove dell’efficacia di tali approcci relativamente a ansia, disturbi legati allo stress e depressione.

 

Bibliografia

Allegri N., Govoni S., Mennuni S., Trabucchi M. (2014). Identificazione e trattamento del dolore cronico nella demenza. Fighting Pain Vol. 1(3), p 23

Davidson, J. R., Crawford, C., Ives, J. A., & Jonas, W. B. (2011). Homeopathic treatments in psychiatry: a systematic review of randomized placebo-controlled studies. Journal of Clinical Psychiatry, 72(6), 795.

Freeman, M. P., Fava, M., Lake, J., Trivedi, M. H., Wisner, K. L., & Mischoulon, D. (2010). Complementary and alternative medicine in major depressive disorder: the American Psychiatric Association Task Force report. Journal of Clinical Psychiatry, 71(6), 669.

Pilkington, K., Kirkwood, G., Rampes, H., Fisher, P., & Richardson, J. (2005). Homeopathy for depression: a systematic review of the research evidence. Homeopathy, 94(03), 182-195.

Schulz, P., & Hede, V. (2018). Alternative and complementary approaches in psychiatry: beliefs versus evidence. Dialogues in clinical neuroscience, 20(3), 207.

Bambini e attività fisica: l’importanza dello sport

Bambini e attività fisica: l’importanza dello sport

I dati dell’Istat rivelano che l’Italia è uno dei paesi più sedentari d’Europa e il dato non riguarda solo gli adulti, ma si riferisce anche ai bambini. Nel 2017, i bambini nella fascia d’età tra i 6 e i 10 anni che non praticavano sport e attività fisica erano il 18,8%, se prendiamo in considerazione la fascia d’età che va dai 3 ai 5 anni, i dati sono ancora più preoccupanti: il 48,8% non pratica né sport né attività fisica.

La conseguenza di questo stile di vita sedentario è che, in Italia, un bambino su 3 è in sovrappeso. Oltre ad aiutare a mantenere un peso corporeo salutare, l’attività fisica aiuta a sviluppare l’apparato muscolo-scheletrico, il sistema cardio-vascolare e respiratorio e la consapevolezza neuromuscolare, cioè la coordinazione e il controllo del movimento.

I benefici dell’attività fisica, tuttavia, non riguardano solo la salute fisica.  È sempre più riconosciuto a livello scientifico che l’attività fisica costituisca una importante determinante del funzionamento cognitivo e neurale dei bambini oltre ad avere diversi benefici fisiologici e psicologici. I risultati di diverse ricerche mostrano come alti livelli di attività fisica migliorino il funzionamento cognitivo e i risultati accademici nei bambini in età scolare (Carson et al., 2016).

Una meta analisi del 2016 di Jackson e colleghi, ad esempio, ha mostrato che un programma strutturato di allenamento rivolto a bambini tra i 7 e i 12 si associ ad un miglioramento significativo della capacità di inibizione; si tratta di un insieme di capacità che ci permettono di regolare il nostro comportamento in modo da fornire una risposta adeguata alla situazione in cui ci troviamo, è  un’importante funzione cognitiva alla base di diversi processi mentali complessi come l’intelligenza, l’interazione sociale e l’abilità di risolvere problemi complessi.

L’attività aerobica, inoltre, influisce anche sulla memoria di lavoro, cioè sulla capacità di mantenere in memoria delle informazioni utili per il compito che si sta svolgendo, che è una funzione cognitiva fondamentale per i processi di apprendimento (Scudder et al., 2015).

L’attività sportiva, dunque, non è nemica della preparazione scolastica! Uno studio pubblicato nel 2006 da Nelson e Gordon-Larsen che ha coinvolto più di undicimila adolescenti ha mostrato che i ragazzi impegnati in attività sportive avevano meno possibilità di mettere in atto comportamenti rischiosi come l’assenteismo scolastico o l’uso di droghe e avevano maggiori possibilità di ottenere voti alti a scuola.

Infine, non dimentichiamoci il ruolo svolto dallo sport nell’insegnare ai bambini a socializzare, a rispettare le regole e a accettare le sconfitte, aspetti fondamentali del processo di crescita.

 

 

Carson, V., Hunter, S., Kuzik, N., Wiebe, S. A., Spence, J. C., Friedman, A., … Hinkley, T. (2016). Systematic review of physical activity and cognitive development in early childhood. Journal of Science and Medicine in Sport, 19(7), 573–578.

Jackson, W. M., Davis, N., Sands, S. A., Whittington, R. A., & Sun, L. S. (2016). Physical Activity and Cognitive Development. Journal of Neurosurgical Anesthesiology, 28(4), 373–380.

SCUDDER, M. R., LAMBOURNE, K., DROLLETTE, E. S., HERRMANN, S. D., WASHBURN, R. A., DONNELLY, J. E., & HILLMAN, C. H. (2014). Aerobic Capacity and Cognitive Control in Elementary School-Age Children. Medicine & Science in Sports & Exercise, 46(5), 1025–1035.

Nelson, M. C. & Gordon-Larsen, P. (2006) Physical activity and sedentary behavior patterns are associated with selected adolescent health risk behaviors. Pediatrics, 117, 1281-90.

 

Le “intime sofferenze” nelle Disfunzioni Sessuali. Esempio di caso clinico

Le “intime sofferenze” nelle Disfunzioni Sessuali. Esempio di caso clinico

Articolo a cura del dottor Angelo Scordo.

Le disfunzioni sessuali sono un gruppo eterogeneo di disturbi tipicamente caratterizzati da un’anomalia, clinicamente significativa, nella capacità di una persona di avere relazioni sessuali o di provare piacere sessuale. La risposta sessuale è fondamentalmente biologica, ma è vissuta in un contesto interpersonale, intrapersonale e culturale, implicando una complessa interazione nella quale ruotano intricati meccanismi vascolari, neurologici, ormonali, sociali e psicologici. Ma quando un problema sessuale diventa una disfunzione o un disturbo clinico?

Secondo il DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, una diagnosi di disfunzione sessuale richiede di escludere problemi che sono meglio spiegati da un disturbo mentale non sessuale, dagli effetti di una sostanza (per esempio droga o farmaci), da una condizione medica (per esempio, il danneggiamento del nervo pelvico), oppure da un grave disagio relazionale, dalla violenza del partner o da altri fattori stressanti.

Le stime di prevalenza di queste problematiche, dagli studi epidemiologici, risultano unanimamente elevate, ma largamente oscillanti tra il 10 e il 52% per gli uomini e tra il 25 e il 63% per le donne a causa soprattutto della difficoltà per la medicina e la psicologia di individuare una eziologia precisa del problema (Wylie & Kenney, 2010; Jiann et al., 2009; Hatzimouratidis, 2007; Beutel et al., 2006; Simon et al., 2001.). É chiaro, infatti, come in molti casi non può essere stabilita una precisa relazione eziologica tra una disfunzione sessuale e un’altra condizione medica in quanto la recente letteratura scientifica ha dimostrato che la risposta sessuale non è un processo lineare ed uniforme e la distinzione dei disturbi può essere artificiosa (Prause et al., 2016; Puppo & Puppo, 2015; Sungur e Gündüz, 2014).

Alcune condizioni, come la disfunzione erettile nell’uomo o il disturbo dell’orgasmo femminile, possono essere considerate una variazione della risposta sessuale: a volte un’alterazione transitoria o cronica del normale funzionamento, effetto di patologie medico-sistemiche, altre volte possono emergere come conseguenza di un problema relazionale o in risposta a comportamenti del partner.

Delle risposte importanti sulle situazioni di sofferenza che molte persone accusano nell’intimità delle loro relazioni e che certamente ne influenzano proprio la loro qualità, arrivano dalla fenomenologia e dagli approcci che studiano l’essere umano attraverso i suoi propri modi esistenziali, siano essi esperienziali o narrativi, tramite un approccio in prima persona.

C’è un’importante accordanza scientifica tra gli studiosi della post-modernità nel definire sufficientemente superato il dualismo cartesiano mente/corpo (che persiste nel setting clinico ogni volta che i medici dicono ai pazienti «la sofferenza è tutta nella tua mente») a favore di una visione integrata psico-neuro-endocrina e immunitaria indicando, in questo modo, la possibile influenza di più fattori come causa delle manifestazioni di sofferenza nell’ambito delle disfunzioni sessuali.

«Anche nel caso della sessualità, che per molto tempo
è stata però creduta il prototipo della funzione corporea,
non ci troviamo di fronte a un automatismo periferico,
ma a una intenzionalità che segue
il movimento generale dell’esistenza
e declina con essa» 

Merleau-Ponty,1945. 

Secondo l’importante fenomenologo francese Merleau-Ponty, come anche confermato successivamente da alcuni importanti studi scientifici di ordine fisio-biologico, risulta abbastanza riduttivo parlare della sessualità come di una semplice attivazione e funzionamento  di singole parti del corpo: il sentirsi bene, essere una persona sana e attiva nel mondo non può fare altro che guidare, con la relativa qualità, anche la sessualità, essendo questa una modalità di espressione dell’intenzionalità dell’individuo all’interno di un mondo fatto di relazioni.

La sessualità non è un riflesso autonomo, dove è possibile distinguere semplici organi anatomicamente fonte di sensazioni di piacere, la sua funzionalità non può essere paragonata a quella di un ginocchio o di una spalla, essa è internamente legata a tutta la persona, in un rapporto di espressione reciproca. Se la sessualità fosse declinabile solo nei suoi organi e parti fisiche, dotati di una propria indipendenza, le deviazioni sessuali e le patologie sarebbero riconducibili esclusivamente a lesioni anatomiche, che come risulta evidente, non sono sempre presenti.

«L’importanza annessa al corpo e le contraddizioni dell’amore
si collegano a un dramma più generale che dipende
dalla struttura metafisica del mio corpo,
oggetto per l’altro e al tempo stesso
soggetto per me».

Merleau-Ponty, 1945.

Dai pensieri di Merleau-Ponty si evince invece come nella sessualità sana si sperimenti un rapporto reciproco tra il corpo-proprio e il corpo-dell’-altro, rapporto autentico che segue il modo di essere di ogni persona. La sessualità non è quindi un’aggiunta all’uomo, un semplice attributo, va posta invece al pari del pensiero in quanto fa parte del movimento umano ed è mediata nella sua manifestazione dai modi di ogni persona di vivere se stessa, dai modi di fare esperienza.

Le vicende sessuali di una persona forniscono una chiave per la comprensione di molti significati della sua vita, poiché in queste si mostrano i modi di essere nei confronti del mondo: la sessualità e l’esistenza sono protagoniste di un’influenza e una condivisione reciproche e costanti.

Vediamo ora un esempio di caso clinico che ha come protagonista una ragazza che manifesta un disturbo dell’orgasmo.

Esempio di caso clinico:

P=Paziente

T=Terapeuta

P: Non mi era mai capitato di vivere una storia così, non credevo in realtà di esserne capace; finalmente avevo conosciuto un ragazzo con le idee chiare, che sapeva dove voleva arrivare, non come nella mia precedente relazione. Mi sono sentita subito molto sicura con lui. Comunque avevo paura che nel momento in cui lui avesse scoperto dei miei problemi con il sesso, non mi avrebbe accettata; in realtà non ho dovuto nemmeno dirglielo perché mi sentivo davvero bene, lui era molto attento ed io avevo sempre una gran voglia di farlo; è stato un periodo stupendo!

La paziente, più o meno in tutto il primo anno della storia con l’attuale compagno, si definisce felice e sicura di sé, nonostante abbia lamentato nel corso delle sue precedenti relazioni un disturbo dell’orgasmo. In questo periodo, il sesso invece è molto soddisfacente: il compagno è un ragazzo che riesce a darle molte attenzioni ed insieme sembrano in grado di guardare in maniera rassicurante verso il futuro.

Però, a circa un anno dal momento dell’inizio della loro relazione, le cose cominciano un po’ a cambiare: l’abitudine comincia a pesare, le condizioni economiche non permettono ai due di potersi progettare nel futuro più di tanto; cambia il loro modo di fare esperienza e anche la sessualità ne paga le conseguenze

P: Molto spesso ci fermavamo a casa sua la sera, vedevamo qualche film e poi lo facevamo.

T: Era per te soddisfacente?

P: Non sempre!

T: Spiegati meglio.

P: In quella fase del nostro rapporto ha cominciato a non capirmi più, io facevo un sacco di cose per lui, ma più mi impegnavo, più diventavo invisibile. Lo aiutavo spesso in casa, in più molte volte dovevo subire le menate che gli facevano i genitori, situazioni in cui lui era spesso passivo, poi però io dovevo ascoltarlo per poterlo tranquillizzare.
Anche il sesso non era molto soddisfacente, ma mi sentivo in dovere di farlo!

T: Ma avete discusso di queste difficoltà?

P: In realtà si. A volte questa situazione è un po’ demotivante per il sesso, perché anche se mi sento pronta, so che è molto probabile che non avrò un orgasmo; però il fatto stesso di sapere che rifiutandomi di farlo lo può rendere infelice, significa che cerco di non dirgli di no.
Quindi sto facendo qualcosa che non voglio necessariamente fare; fatto sta che di orgasmi nemmeno l’ombra e quando se ne è accorto ne abbiamo parlato.

T: Come è andata?

P: All’inizio non l’ha presa molto male! Pensava fosse soltanto un periodo stressante per me; poi ha cominciato a chiedermi se con gli altri ragazzi era successo pure, cosa che io ho confermato. Nel tempo però è diventato un vero ostacolo perché è come se abbia automaticamente pensato che lui avrebbe potuto farlo accadere. Da quel momento in poi è stato abbastanza estenuante, ma siccome non ha funzionato si è stufato dopo un po’ e abbiamo così deciso che quando verrà, verrà. Però, da quel momento, non lo abbiamo più fatto per un po’ di tempo.

T: Quando ci avete riprovato come stavate insieme? Come è andata?

P: Possibilmente è andata anche peggio di prima, ho cominciato ad avere dolore, ma non glielo dicevo sempre, quando potevo sopportare lo facevamo.

Dai discorsi fenomenologici sul tema della sessualità emerge la presenza necessaria di una fusione di corpo, esistenza e percezione; il corpo non è un indumento che si toglie e si mette, ma acquisisce un valore “simbolico” nel momento in cui pone gli uni di fronte gli altri in una relazione costantemente avvolta dalla sessualità, che viene appunto definita come una sorta di atmosfera. 

Rimane perciò fondamentale, al netto di possibili predisposizioni negative che comunque possono influenzare una sana manifestazione della sessualità, riuscire ad ammorbidire tutti gli spigoli del nostro carattere o gli eventuali impedimenti che la vita ci propina, ripristinando un’armonia tra quello che siamo e il mondo che viviamo, partendo da una maggiore comprensione di ognuno di noi.

Bibliografia

  • Beutel ME, Weidner W, Brähler E. (2006). Epidemiology of sexual dysfunction in the male population. Andrologia. 38(4):115-21.
  • Hatzimouratidis K. (2007). Epidemiology of male sexual dysfunction. Am J Mens Health. 1(2):103-25. doi: 10.1177/1557988306298006.
  • Jiann BP, Su CC, Yu CC, Wu TT, Huang JK. (2009). Risk factors for individual domains of female sexual function .J Sex Med. 6(12):3364-75. doi: 10.1111/j.1743-6109.2009.01494.x.
  • Merleau-Ponty, M. (1945). Phenomenologie de la Perception. Paris: Librairie Gallimard (trad. it. Fenomenologia della percezione. Milano: Studi Bompiani, 2003).
  • Prause, N., Kuang, L., Lee, P., Miller, G. (2016). Clitorally stimulated orgasms are associated with better control of sexual desire, and not associated with De-pression or Anxiety, compared with vaginally stimulated orgasms. PlumX Me-trics. 13 (11):1676-1685. doi.org/10.1016/j.jsxm.2016.08.014.
  • Puppo, V., Puppo, G. (2015) Anatomy of sex: Revision of the new anatomical terms used for the clitoris and the female orgasm by sexologists. Clin Anat. 28(3):293-304. doi: 10.1002/ca.22471.
  • Simon JS, Carey MP. (2001). Prevalence of sexual dysfunctions: results from a decade of research. Arch Sex Behav  30:177.
  • Sungur, M.Z., Gündüz, A., (2014). A comparison of DSM‐IV‐tr and DSM‐5 de-finitions for sexual dysfunctions: critiques and challenges. J Sex Med. 11(2):364-73. doi: 10.1111/jsm.12379.
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