Mag 14, 2019
Nella Giornata Mondiale della Famiglia, vogliamo prestare attenzione a tutti quei familiari che, a causa di una malattia invalidante di un membro della famiglia, sono diventati caregiver.
Prendersi cura di una persona malata e non autosufficiente può essere un compito difficile dal punto di vista fisico ed emotivo, ed è quindi di assoluta importanza aiutare coloro che aiutano.
A causa dell’aumento dell’aspettativa di vita e del calo della natalità, si assiste a un continuo invecchiamento della popolazione mondiale. In Italia, in particolare, circa il 22% della popolazione è costituita da individui con più di 65 anni. L’invecchiamento si configura come il principale fattore di rischio per lo sviluppo di demenze e quando si ha a che fare con le patologie neurodegenerative (Malattia di Alzheimer, Demenza Vascolare, Demenza Frontotemporale, ecc.), è necessario tenere in considerazione anche coloro che si prendono cura dei malati. Sembra infatti che circa l’80% delle persone affette da demenza viva nella propria abitazione.
A livello generale, chi si prende cura di un malato è un caregiver.
Si possono distinguere due forme di caregiver: i caregiver formali (che accudiscono la persona dietro compenso e con un bagaglio di conoscenze assistenziali specifiche, ma soprattutto non hanno un rapporto affettivo con l’assistito); i caregiver informali, solitamente rappresentati dai familiari o da amici intimi, che si prendono cura della persona, con cui hanno un rapporto affettivo, gratuitamente e senza conoscenze specifiche.
Dalla definizione di cui sopra, si possono ricavare quindi tre caratteristiche chiave del caregiving:
- Il rapporto affettivo con l’assistito
- Le conoscenze in ambito assistenziale
- La retribuzione
Ma chi sono e quanti sono i caregiver?
Secondo l’Alzheimer Facts & Figures (2014) negli Stati Uniti essi sono più di 15 milioni; in Italia, secondo i dati dell’Osservatorio sulle Demenza dell’Istituto Superiore di Sanità (2015) ci sono circa 3 milioni di persone coinvolte nell’assistenza ai malati di demenza in modo diretto o indiretto.
Molto spesso i caregiver sono persone (nella maggioranza dei casi donne) che oltre a prendersi cura di un familiare anziano (genitori o suoceri) devono provvedere anche ai bisogni dei figli, magari adolescenti, e gestire la propria attività lavorativa. Questa particolare fascia di popolazione, la cui età può estendersi tra i 45 e i 60 anni circa, costituisce la Sandwich Generation.
La demenza è una malattia complessa, che coinvolge non solo il paziente che ne è affetto, ma l’intero nucleo familiare; spesso il familiare è perciò definito la hidden victim della malattia, ossia la vittima nascosta. Frequentemente, infatti, il caregiver sperimenta una situazione di distanza incolmabile tra i bisogni e le richieste del malato e le proprie risorse e bisogni personali. Il caregiver informale è chiamato a rispondere ai bisogni del malato a diversi livelli: sanitario, emotivo, finanziario, lungo tutte le fasi della malattia, che può durare anche fino a 15 anni.
Il caregiver burden
Tale esperienza di assistenza rappresenta un compito a cui spesso il familiare non è preparato (Bolis et al., 2008) e può condurlo a sperimentare un intenso carico fisico ed emotivo, detto caregiven burden, molto pronunciato. Il caregiver burden descrive la condizione di sofferenza, dovuta all’attività continuativa di cura, sotto diversi aspetti: salute fisica e psichica, vita sociale, status socio-economico.
Chi si prende cura di un familiare disabile può in primo luogo essere depresso o ansioso, avvertire bisogni che sente di non poter esprimere o sentirsi in adeguato rispetto al ruolo che è chiamato a compiere. Questo accade in conseguenza delle moltissime ore spese nell’assistenza del paziente, spesso rinunciando al lavoro, ore che vanno a ricadere sui costi indiretti della malattia (cioè ore che si potrebbero monetizzare), oltre che sui costi intangibili (emotivi e sociali).
L’esperienza del caregiving implica numerose conseguenze sulla salute psico-fisica. Per esempio, assistere un paziente con demenza porta al peggioramento della funzionalità cognitiva generale e in particolare della velocità di elaborazione e delle abilità di attenzione e concentrazione. Inoltre, se si ha moglie/marito che soffre di demenza, la possibilità di svilupparla a propria volta dopo il caregiving è di sei volte maggiore rispetto agli anziani senza partner con disturbi cognitivi. Sul piano fisico, ci sono evidenze di un effetto del negativo su alcuni marcatori dei disturbi cardiovascolari, che risultano anomali negli individui con alti livelli di burden o depressione.
Come si può agire su queste problematiche?

La letteratura scientifica mostra come gli interventi multidimensionali siano quelli maggiormente efficaci. Tali tipologia di intervento includono attività psicoeducativa di gruppo, gruppi di auto-mutuo-aiuto e sostegno psicologico individuale.
- Gli incontri psico-educazionali sono incontri formativi/informativi, della durata di circa due ore ciascuno, che avvengono in gruppo. Durante questa attività, i caregiver vengono informati sulle caratteristiche della patologia neurodegenerativa, il suo decorso e le problematiche più frequenti in cui ci si può imbattere. La letteratura afferma come il coinvolgimento attivo del familiare sia uno degli aspetti cruciali dell’efficacia. In questi contesti, infatti, il caregiver può confrontarsi oltre che con i professionisti, con persone che condividono la sua stessa esperienza di cura.
- I Gruppi di Auto-Mutuo-Aiuto consistono in incontri tra persone che condividono la stessa condizione problematica, in questo caso l’assistenza a un anziano disabile. L’utilità in questo caso consiste nell’interruzione dell’isolamento sociale in cui il caregiver spesso si trova, attraverso l’immersione in uno spazio di condivisione di esperienze, risorse, problemi e soluzioni.
- Infine, il sostegno psicologico individuale si configura come un percorso volto ad accogliere le difficoltà emotive della persona, nello specifico relativamente all’attività di assistenza. In particolare, il professionista mirerà a condurre la persona a cogliere l’eventuale stato emotivo negativo, supportandolo al contempo nel potenziamento delle proprie abilità di affrontare i problemi.
Lo scopo di questo insieme di interventi risiede nel consentire al caregiver di acquisire le competenze sia a livello emotivo sia a livello delle conoscenze sul decorso della patologia, al fine di fronteggiare al meglio il percorso di assistenza. Una buona relazione tra il caregiver e l’assistito, inoltre, sembra incidere positivamente sulla salute di quest’ultimo, alleviando i sintomi della malattia, soprattutto a livello comportamentale.
Mag 7, 2019
Nell’ultimo decennio sono cresciuti esponenzialmente i siti internet e i contenuti dei social media definiti ‘pro-disturbi alimentari’ (pro-Eating Disorder in inglese, da cui la sigla #pro-ED). Essi sono dedicati alla diffusione di informazioni relative ai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). Questi sembrano particolarmente focalizzati sulle modalità di mantenimento di tali stili comportamentali.
Nello specifico, si è sentito molto parlare sui media (un esempio qui) dei fenomeni #pro-ED nel senso di community virtuali pericolosissime e che veicolano il messaggio dell’Anoressia come scelta di vita.
Ma è proprio questo che sta dietro a questo fenomeno?
Anoressia e Social Network: #pro-ED e #thinspiration
La diffusione dei siti, delle chat e dei profili social #pro-D è oggetto di preoccupazione per la salute pubblica. La fascia d’età adolescenziale è quella su cui l’opinione pubblica e la letteratura scientifica esprimono il maggiore allarme, poiché costituisce non solo l’età più probabile d’esordio per i disturbi alimentari, ma anche quella in cui l’utilizzo di internet e in particolare dei social network è più diffuso.
A differenza dei precedenti mezzi di comunicazione (per esempio la televisione o la stampa), nell’ampio mondo del Web 2.0, gli adolescenti non sono più solo spettatori di messaggi predefiniti, ma hanno la possibilità di postare contenuti sul proprio modo di apparire, ricevere feedback e impostare la discussione su contenuti legati al proprio aspetto (Almenara et al., 2016).
In generale, i contenuti dei siti pro-ED includono immagini che richiamano a un ideale di estrema magrezza, le cosiddette ‘thinspiration’, trucchi per mettere in atto comportamenti volti alla perdita estrema di peso (tips and tricks), e suggerimenti per nascondere a famiglia e amici il proprio comportamento alimentare disturbato.
Nello specifico, il ‘movimento pro-ana’ si caratterizza per essere una comunità, con base quasi esclusivamente nel web (siti internet, forum, chat, social network) che supporta e consiglia chi vuole iniziare o mantenere l’anoressia (Chesley et al., 2003). Secondo alcuni autori, in tali comunità l’anoressia è concepita come una scelta di vita piuttosto che come una malattia (Udovitch, 2002), anche se questa affermazione è oggetto di discussione. Nonostante i messaggi spesso allarmanti, è stato ipotizzato che i post e le discussioni aperte tra gli utenti possano assolvere una funzione di supporto e confronto tra individui estremamente isolati nella vita reale.
Il movimento #fitspiration: quando il sano diventa malato
In un periodo più recente è nato anche un altro movimento, quello del f#itspiration. Tali gruppi online si caratterizzano per alcune differenze sostanziali rispetto alle comunità pro-ED. In primo luogo il canale di diffusione privilegiato è rappresentato dai social media, quindi piattaforme come Instagram, Facebook o Twitter, dove il posting è caratterizzato da brevi messaggi e dalla pubblicazione di foto con le proprie didascalie più che dalla condivisione di esperienze profonde. Altra peculiarità che li distingue dai pro-ED riguarda la filosofia di base: gli account fitspiration si propongono di diffondere uno stile di vita salutare, proprio attraverso l’esercizio fisico regolare e la buona alimentazione. Anche se questi fenomeni possano sembrare ‘sani’, molti ricercatori iniziano a chiedersi quanto questa filosofia di vita possa essere legata alla messa in atto di comportamenti estremi nella vita offline, quali un comportamento alimentare eccessivamente restrittivo o delle abitudini atletiche estreme.
L’effetto dei siti #pro-ED sui pazienti con disturbi alimentari
Nei soggetti con Disturbi del Comportamento Alimentare la visione di siti e forum pro-ED è associata a stress, disregolazione del comportamento alimentare, maggiore lunghezza dei ricoveri, prognosi meno favorevole, impatto negativo su insoddisfazione corporea, dieta ed emotività negativa, (Gale et al., 2016; Rodgers et al., 2016).
Peebles e colleghi (2012) hanno condotto la più grande indagine online, coinvolgendo quasi 1300 individui. Tali autori hanno rilevato tra le più frequenti ragioni di utilizzo dei siti pro-ED la ricerca di motivazione e di trucchi per perdere peso, l’incontro di persone simili a sé e la curiosità. Hanno inoltre trovato un cambiamento delle abitudini alimentari dopo la visione dei siti, con un’implementazione di nuovi metodi per perdere peso e per la messa in atto di condotte di eliminazione. L’intenso utilizzo dei siti sembra essere fortemente associato con una più pericolosa ed estrema messa in atto di comportamenti volti alla perdita di peso e un livello di qualità di vita più basso.
Addirittura circa un terzo degli ‘utilizzatori pesanti’ possiede un proprio sito pro-ED e sostiene il pro-ED come ‘movimento’. Il sottogruppo degli heavy users sembra essere inoltre caratterizzato da una maggiore gravità della sintomatologia. Quest’ultima osservazione appare segnalare l’esistenza di diverse modalità con cui gli utenti usufruiscono dei siti:
- gli utenti passivi, più vulnerabili all’impatto negativo, sono osservatori silenti dei siti, che ricercano solo trucchi utili al fine del mantenimento del disturbo alimentare;
- gli utenti attivi, al contrario, costituiscono l’insieme degli individui che utilizzano questi spazi virtuali per intraprendere relazioni sociali e cercare il supporto probabilmente percepito come assente nella vita reale (Csipke et al., 2007).
Molti utilizzatori hanno infatti riportato aspetti positivi della frequentazione delle community, in termini di supporto sociale. A tal proposito, uno studio (Yeshua-Katz & Martins, 2012) in cui sono stati intervistati 33 autori di blog pro-ED conferma che tali siti forniscono un supporto percepito come irraggiungibile per questi individui nelle relazioni sociali offline.
La percezione sociale stigmatizzata dei disturbi alimentari, infatti, soprattutto per quanto riguarda l’anoressia e ancor di più l’anoressia maschile, contribuirebbe all’isolamento sociale nel mondo reale, mentre i blog sarebbero percepiti come un’audience sicura e non critica attraverso la quale poter raggiungere un senso di comunità e di supporto incondizionato.
Rispetto alla funzione svolta dai siti pro-ED per gli individui che li utilizzano, un recente studio (Gale et al., 2016) ha analizzato il fenomeno da una prospettiva inusuale, cioè intervistando 7 ragazze in cura per il proprio disturbo alimentare. Nel complesso, gli autori concludono che i siti pro-ED svolgono una funzione ambivalente: essi, infatti, sarebbero consultati dagli utenti sia per ottenere supporto, riducendo il senso di isolamento sociale, ma nello stesso tempo il confronto con altri utenti affetti da disturbo alimentare rafforzerebbe il disturbo stesso.
Poiché l’appartenenza a community pro-ED è stata descritta come una barriera alla guarigione, sarebbe auspicabile una maggiore attenzione da parte dei clinici verso questa pratica, molto spesso tenuta nascosta dagli individui con disturbo alimentare.
I sentimenti di vergogna e paura del giudizio esperiti riguardo l’utilizzo dei siti potrebbero aggravare il senso di isolamento percepito, che appare a sua volta motivarne l’utilizzo. Risulta dunque importante lo sviluppo della consapevolezza di questa tematica nell’ambito dei servizi clinici e sanitari.
Ma perché alcuni individui più di altri sono attirati da questi contenuti online?
Larga parte dei lavori riguardanti i siti pro-ED vede a queste comunità come sostenitrici di una visione del disturbo alimentare come ‘scelta di vita’ piuttosto che come una patologia. Tra gli utenti, però, questa concezione dell’Anoressia non è molto diffusa.
Csipke e collaboratori (2007) hanno, infatti, mostrato come nella maggior parte di coloro che frequenta le community l’anoressia è vista come un disturbo, e in alcuni casi lo ‘stile di vita anoressico’ è concepito più che altro nel senso di modo di vivere che pervade tutti gli aspetti dell’esistenza di una persona, senza una scelta di fondo.
Nell’emergere dell’Anoressia Nervosa (e della Dismorfia Muscolare), uno dei mezzi per mantenere la propria stabilità personale risiede nel corpo, un altro nella convalida della propria esperienza attraverso l’aderenza a un’immagine ideale, spesso derivante dal palcoscenico mediatico o sportivo (Arciero e Bondolfi, 2012).
Con lo sviluppo delle tecnologie e dei media e con la comparsa di forme più socializzate di comportamento, si assiste dalla seconda metà dell’800 all’emergere della prevalenza del ‘carattere sociale eterodiretto’ (Riesman et al., 1956), caratterizzato dall’uniformità alle opinioni del gruppo. Tale individuo ricerca le linee su cui modellare le proprie azioni ed emozioni nella realtà rappresentata dai media (Arciero, 2002).
Per sentirsi positivamente definiti, in un momento in cui le relazioni sociali non sono più caratterizzate dalla prossimità, è necessario ricercare la sintonizzazione su segnali che arrivano dalla società globale dei contemporanei. Questa ‘inclinazione verso la gente’, diventa la risorsa principale su cui reggere la propria stabilità personale.
Da notare la differenza sostanziale tra i media tradizionali (tv, radio, siti internet statici) e i social media rispetto all’aderenza a un’immagine ideale: i primi, infatti, permettono all’individuo un confronto con immagini ideali di modelli o celebrità, mentre i social media sono quasi esclusivamente basati sul posting degli utenti stessi, persone comuni, dando luogo a una tipologia di confronto sociale che può essere maggiormente rilevante per l’individuo che partecipa alla comunità pro-ED o fitspiration (Palmer, 2016).
La partecipazione a una community #pro-ED sarebbe dunque utile alle persone affette da disturbo alimentare per creare dei nuovi punti di riferimento, necessari per sostenere il continuo bisogno di validazione della propria esperienza. Gli utenti, inoltre, avrebbero la possibilità di definire una propria identità, differente da quella della vita offline, caratterizzata spesso da solitudine e isolamento.
Apr 30, 2019
La crisi economico-finanziaria degli ultimi anni, che ha colpito anche l’Italia, ha determinato un aumento del tasso di disoccupazione. Nel primo trimestre dell’anno scorso sono state stimate in Italia quasi 1,5 milioni di persone inattive, le quali non riuscendo a trovare lavoro hanno smesso di cercarlo. La disoccupazione, al pari del lavoro, è in grado di colpire non solo la dimensione professionale ma anche quella psicologica ed esistenziale dell’individuo. Senza lavoro infatti la persona perde non solo la possibilità di fare progetti per il futuro, grazie alla sicurezza di un reddito, ma anche e soprattutto, perde il proprio ruolo sociale e la propria identità.
La relazione tra lavoro e dignità è conosciuta da tempo: Darwin a riguardo con la celebre frase “il lavoro nobilita l’uomo” indica proprio come lavorando la persona si nobiliti, diventando migliore. Pertanto tale relazione è fondamentale per la stabilità dell’individuo a tal punto che la disoccupazione è in grado di causare importanti sofferenze psicologiche. La disoccupazione infatti può essere intesa come una vera esperienza di deprivazione e come tale può comportare serie conseguenze nell’individuo: dall’aumento del senso di inferiorità ed impotenza, alla perdita dell’autostima. Gli inoccupati a poco a poco perdono la fiducia in primis in sé stessi e successivamente anche negli altri, nella società e nel futuro.
Quali sono le conseguenze della disoccupazione?
Negli ultimi anni oggetto di riflessione e di analisi sono gli effetti della disoccupazione sugli individui non solo in termini economici ma anche dal punto di vista professionale, personale e sociale. E’ ampiamente dimostrato che lo stato di inoccupazione comporti delle conseguenze profonde sulla vita delle persone in termini esistenziali. A riguardo in uno studio (Migliore, 2007) sono state analizzate nel dettaglio le conseguenze di questa condizione in termini di vissuto professionale, personale e sociale. A livello professionale l’individuo non più lavoratore va incontro ad una riduzione progressiva delle conoscenze e competenze, pregiudicando di conseguenza la possibilità di trovare altri lavori. In termini personali viene intaccata l’autostima con conseguente disagio psicologico e perdita della motivazione. Dal punto di vista sociale, invece, la persona si ritrova esclusa dal contesto lavorativo con conseguente riduzione dei rapporti interpersonali che minano l’identità e il ruolo sociale dell’individuo.
Da questi dati è possibile affermare come la perdita del lavoro incida notevolmente sul benessere generale degli individui modificandolo, con ripercussioni sulla salute sia fisica e psicologica, confermando quanto già evidenziato da molti studi presenti in letteratura (Kessler et al., 1987; Ferrie et al, 2002).
A titolo esemplificativo uno studio di Costa (Costa et al., 2004) individua tre meccanismi con i quali la disoccupazione incide sulla salute. Un primo è collegato alla povertà in quanto i problemi finanziari a cui la persona inoccupata va incontro avranno effetti non solo sulla salute fisica ma anche psichica con un aumento del rischio di depressione. Un secondo aspetto riguarda proprio la perdita del lavoro che viene vissuto dall’individuo come un evento di vita stressante quasi come se fosse un lutto. Infatti a seguito della perdita del lavoro vengono a mancare benefici connessi al lavoro (autostima, status sociale, contatti interpersonali); questo stato di stress causerebbe pertanto un incremento dei livelli di ansia. Infine a seguito di uno stato di inoccupazione, le persone sono più esposte all’insorgenza di comportamenti dannosi per la salute come il fumo, l’abuso di alcol o di sostanze stupefacenti e al contempo sono più esposte a condotte particolarmente rischiose ed autodistruttive.
Quali sono gli effetti psicologici legati alla disoccupazione?

Sono molti gli effetti psicologici che caratterizzano coloro che vivono questa drammatica condizione. Sentimenti di frustrazione, senso di colpa e inutilità possono combinarsi con vissuti di vergogna e rassegnazione, determinando sintomi depressivi di varia intensità fino ad arrivare a una depressione vera e propria. Gli studi presenti in letteratura evidenziano come gli individui disoccupati siano più vulnerabili e abbiano meno risorse, situazione questa che li predispone ad un’esacerbazione di vissuti emotivi negativi che possono facilmente evolvere in disturbi psicopatologici conclamati, soprattutto se non riconosciuti e opportunamente trattati. I disturbi psichici più spesso riscontrati sono risultati essere l’ansia e gli attacchi di panico, i disturbi del sonno, gravi forme di somatizzazione, disturbi del funzionamento sociale, stress e, soprattutto, la depressione (Linden et al., 2008; Pelzer et al., 2014). Questa situazione comporta un aumento della domanda di Servizi di Salute Mentale e del consumo di psicofarmaci (Starace et al., 2016).
Tali vissuti psicologici possono portare inoltre le persone a smettere di cercare lavoro, passando da una condizione di ricerca attiva ad una condizione di scoraggiamento che rende ancora più difficile l’inserimento nel mondo del lavoro. In tale situazione esistenziale molto probabilmente l’individuo si sente paralizzato dalla paura di subire ulteriori fallimenti e pertanto indietreggia di fronte alla sfida di trovare una nuova collocazione lavorativa.
Cosa si può fare nell’attesa di trovare lavoro?
A volte la società sembra dimenticarsi che l’uomo ha delle emozioni collegate a ciò che succede nella sua vita. Questo atteggiamento di superficialità si traduce nella pratica in percorsi di orientamento all’inserimento lavorativo meno efficaci, in quanto ci si dimentica di come quelle persone in cerca di lavoro possano essere in uno stato di apatia, pessimismo e di malessere mentale. Ammettere dunque che la componente psicologica abbia un ruolo importante nella ricerca del lavoro, e ribadire che il ruolo dello psicologo vada oltre l’aspetto clinico e patologico, è importante (e in certi casi decisivo) per la qualità della vita delle persone, soprattutto in ambito lavorativo e sociale. E’necessario dunque fornire innanzitutto uno spazio psicologico e relazionale di ascolto in cui le persone possano scoprire di non essere sole a sperimentare un certo malessere, aiutandole quindi a superare gli stereotipi legati all’essere disoccupati. È inoltre fondamentale attivare la proattività; ossia favorire il recupero delle risorse personali e un livello di motivazione sufficiente per far ripartire la persona nella ricerca o nella creazione di un nuovo spazio lavorativo.
Pertanto è fondamentale che il lavoro venga considerato non semplicemente come strumento di sopravvivenza ma bensì come una modalità in grado di assolvere a tutta una serie di funzioni di stampo psicologico come l’autoaffermazione, il riconoscimento e la gratificazione personale, poiché quando il lavoro manca si impoverisce l’identità della persona.
Bibliografia
Ferrie JE., Shipley MJ, Stansfeld SA, Marmot MG. Effects of chronic job insecurity and change in job security on self reported health, minor psychiatric morbidity, physiological measures, and health related behaviours in British civil servants: the Whitehall II study. J Epidemiol Community Health. 2002 Jun;56(6):450-4
Marinacci C, Grippo F, Pappagallo M, Sebastiani G, Demaria M, Vittori P, Caranci N, Costa G. Social inequalities in total and cause-specific mortality of the Italian population, from 1999 to 2007. Eur J Public Health 2013; 23(4): 582-587 (IF 2,728)
Storace F., Mungai F.,Sarti E., Addabbo T. Self-reported unemployment status and recession: An analysis on the Italian population with and without mental health problems. Plos one. 2017. 12(4):e0174135.
Apr 28, 2019
Il disegno è la primordiale forma del pensiero. Una semplice linea su un foglio bianco riesce a descrivere ciò che la mente partorisce. Esso costituisce una forma antichissima di espressione: le pitture rupestri risalenti a 35000-40000 anni fa avevano il compito di assolvere a diverse funzioni come comunicare informazioni, lasciare memorie o evocare fantasie e sogni.
La propensione ad apporre segni nel mondo e a leggerli è un qualcosa di profondamente arcaico e al contempo estremamente attuale. A tutt’oggi la maggior parte dei bambini usa inizialmente matite e pennelli per tracciare “scarabocchi”, che progressivamente cedono il posto a forme semplici e successivamente a strutture grafiche più complesse che risulteranno essere rappresentazioni più realistiche e riconoscibili del mondo “così com’è”.
Ma cosa accade quando, nell’adulto, tale capacità viene compromessa?

Con il termine “disordini costruttivi” ci si riferisce all’incapacità nel costruire un disegno complesso rispettando le relazioni spaziali tra i singoli elementi che lo compongono. Nello specifico si parla di aprassia costruttiva per indicare un disturbo delle attività di costruzione, composizione e disegno in cui la forma spaziale del prodotto non è corrispondente al modello. Con il termine prassia, invece, ci si riferisce alla capacità di eseguire movimenti fini o sequenze di movimenti. L’ aprassia indica dunque la perdita di questa capacità in assenza di deficit cognitivi, motori e/o sensoriali che possano adeguatamente spiegare il suo fallimento.
A seguito di lesioni cerebrali focali vi può essere un’alterazione delle strategie costruttive: nella copia di disegni complessi i pazienti cerebrolesi tendono ad adottare una procedura di copia “pezzo a pezzo”, invece di programmare il disegno in base alle sue strutture più salienti, come fanno molti soggetti normali. Molti lavori classici riportano come i pazienti con lesioni cerebrali destre tendano a eseguire disegni con orientamento sbagliato e con elementi disposti in confusa relazione reciproca, mentre i cerebrolesi sinistri semplifichino i disegni riuscendo a conservare la disposizione spaziale originale. Nel caso invece di demenza di Alzheimer si riscontrano evidenti difficoltà legate alla capacità di disegnare che peggiorano con il progredire della malattia. Queste persone tendono a produrre copie semplificate di un’immagine con alterazioni spaziali e perdita della prospettiva. Un particolare comportamento che si riscontra è la tendenza a disegnare utilizzando parti del modello oppure a ricalare le linee del modello o ancora a disegnare in sua prossimità. La genesi di tale fenomeno, chiamato closing-in, può essere legata a disturbi visuo-spaziali o a disturbi di tipo frontale.
Per valutare specificatamente le abilità costruttive si utilizzano prove di disegno su copia e di disegno spontaneo. Il disegno spontaneo è un compito complesso in cui hanno un importante ruolo le abilità immaginative; il disegno su copia invece valuta più direttamente le abilità di riprodurre una figura – stimolo e, nel caso di copia di disegni con figure semplici, è richiesta l’attivazione di routine motorie ben consolidate, le quali potrebbero essere parte di una memoria procedurale specifica.
In definitiva, dunque, il disegno appare come un’attività cognitiva complessa che si basa sul funzionamento di più componenti; tale conclusione è supportata da studi di neuroimaging funzionale che dimostrano il coinvolgimento di specifiche aree cerebrali: frontali e parietali (Ogawa e Inuia, 2009).
Bibliografia
Mazzucchi Anna. La riabilitazione neuropsicologica. Milano. Elsevier edizioni, 2012.
Ogawa K., Inuia T. “The role of posterior parietal cortex in drawing by copyng”. Neuropsychologia 2009; 47: 1013-1022
Trojano L., Fragassi NA., Chiacchio L. “Relationship between constructional and visuospatial abilities in normal subject and in focal brain-damaged patients”. J Clin Expo Neuropsychol 2004; 26: 1103-1112
Apr 24, 2019
L’Anoressia Nervosa, più comunemente Anoressia, è stata concepita per quasi tutto il XX secolo come un disturbo prevalentemente femminile, ma negli ultimi anni è diventato evidente che la restrizione estrema del comportamento alimentare è una patologia che affligge anche i maschi, anche se con caratteristiche differenti.
L’Anoressia Nervosa
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5 – APA, 2013) l’Anoressia Nervosa è un Disturbo del Comportamento Alimentare, che esordisce comunemente durante l’adolescenza o la prima età adulta, spesso in conseguenza a eventi di vita stressanti. I sintomi sono:
- restrizione dell’assunzione delle calorie, che conduce a un peso corporeo molto basso in rapporto al proprio livello di sviluppo (Criterio A)
- intensa paura di ingrassare, o comportamenti che interferiscono con l’aumento di peso (criterio B)
- alterazione del vissuto relativo al proprio peso e al proprio corpo, influenza eccessiva del peso e della forma del corpo sull’autostima, mancanza di riconoscimento della gravità della propria condizione di sottopeso.
L’Anoressia può essere caratterizzata da una restrizione alimentare (dieta, digiuno, attività fisica eccessiva) oppure da abbuffate seguite da condotte di eliminazione (vomito autoindotto, diuretici, lassativi, enteroclismi) e spesso le persone affette da questo disturbo passano da un sottotipo all’altro a seconda dei momenti di vita. L’Anoressia è un disturbo con un forte impatto sull’organismo delle persone che ne sono affette, poiché la compromissione nutrizionale associata può comportare condizioni mediche importanti e pericolose per la vita. Tali implicazioni fisiologiche, tuttavia, sono associate alla malnutrizione e quindi in alcuni casi (ma non tutti) reversibili.
Il cambiamento dei criteri clinici
Nel DSM 5, l’American Psychiatric Association (2013) ha apportato dei cambiamenti ai criteri clinici per l’Anoressia Nervosa, rendendoli meno specifici e adattabili anche a una popolazione maschile. Per esempio, le scoperte scientifiche hanno condotto a escludere la presenza di amenorrea (cioè l’assenza delle mestruazioni) tra i criteri clinici, permettendo quindi la diagnosi anche nel genere maschile. Sebbene si sia sempre pensato che il disturbo fosse 10 volte più presente tra le donne, le evidenze più recenti suggeriscono che i maschi possano rappresentare circa il 25% delle manifestazioni di Disturbo Alimentare (Hudson et al., 2007; Levender et al., 2017). In particolare, tali disturbi aumenterebbero a ritmo più veloce nel genere maschile e i sintomi sarebbero altrettanto gravi a quelli riportati dalle femmine (Mitchinson et al., 2014).
Inoltre, è stato suggerito che la Dismorfia Muscolare, inclusa nel DSM 5 come specificatore del Disturbo di Dismorfismo Corporeo (nel capitolo ‘Disturbi ossessivo-compulsivo e disturbi correlati’), possa avere una manifestazione sintomatologica (disturbo dell’immagine corporea, disturbi alimentari, ansia e disturbi umorali) che si sovrappone a quella dei disturbi alimentari, ed è stata suggerita una similarità, più nel dettaglio, con l’Anoressia Nervosa (Murray et al., 2012).
L’Anoressia Nervosa nei maschi: dal magro al muscoloso
L’Anoressia assume tra i maschi una caratterizzazione peculiare: l’età d’esordio è più alta; l’Indice di Massa Corporeo (BMI) è più elevato (Raevuori et al. 2014); le ospedalizzazioni sono risultate più brevi e minori i tentativi di suicidio (Gueguen et al., 2012). Darcy e collaboratori (2012) rilevano, inoltre, negli adolescenti maschi affetti da Anoressia Nervosa, minori preoccupazioni globali e minori apprensioni relative a peso e forma corporea rispetto alle femmine, anche se tali differenze potrebbero essere dovute a bias negli strumenti utilizzati (costruiti e tarati su una popolazione prevalentemente femminile).

Generalmente, i maschi sono interessati all’acquisizione di un fisico più muscoloso, piuttosto che alle diete e al dimagrimento. Inoltre, gli uomini mostrano minori condotte eliminatorie rispetto alle donne e, se le utilizzano, provano meno vergogna e senso di perdita di controllo (Munno et al., 2005). Per contro, l’attività fisica nei maschi pare avere una frequenza dal 30 al 48%, maggiore rispetto alle altre condotte (Serdula et al., 1993; Munno et al., 2005).
Negli Stati Uniti, fino al 60% dei ragazzi dichiara di manipolare deliberatamente pratiche alimentari al fine di perseguire una maggiore muscolosità (Eisemberg et al., 2012).
L’Anoressia Nervosa correlata alla ricerca di una migliore muscolosità si riferisce a una serie di comportamenti alimentari disordinati che sono guidati dal perseguimento degli ideali muscolari. In accordo con lo spostamento dell’ideale corporeo maschile, enfatizzante sia magrezza sia muscolosità, i comportamenti alimentari dei soggetti maschi paiono volti a ridurre l’adiposità del corpo, la quale a sua volta migliora la visibilità dei muscoli (Murray et al. 2016; Levender et al., 2017).
Una tematica centrale nei maschi, quindi, pare proprio riguardare il legame tra l’Anoressia Nervosa e la Dismorfia Muscolare.
La Dismorfia Muscolare, in precedenza definita “Anoressia Nervosa al contrario” (reverse Anorexia Nervosa, Pope et al.1993), è principalmente contraddistinta da alcuni aspetti caratteristici, quali la persistente preoccupazione per la dimensione e l’inadeguatezza della propria muscolatura (sebbene tali soggetti siano muscolosi), tanto da evitare attività e luoghi in cui questa potrebbe essere osservata, presenza di significative difficoltà o riduzione del funzionamento in ambito sociale, professionale o in altre dimensioni di vita, mancanza di controllo sull’attività di potenziamento muscolare, che assume tratti compulsivi, così come nel regime dietetico.
Il “bulk-and-cut”
Il “bulk-and-cut” è una pratica dietetica, sempre più utilizzata, che prevede l’oscillazione di periodi di accrescimento muscolare e periodi volti agli obiettivi di magrezza legati alla muscolosità.
Nella fase “bulking” vi è un’eccessiva regolamentazione del consumo di proteine, con regole relative alla quantità di consumo, ai tempi e al tipo di proteine da ingerire; eventuali deviazioni da tale regime causano un disagio marcato. Tuttavia, nel corso di tale fase, non è rara l’insorgenza di insoddisfazione circa la propria magrezza, in quanto la concentrazione su un surplus calorico necessario a sostenere la crescita muscolare, potrebbe causare una maggiore adiposità corporea. Pertanto, segue una fase “cutting”, orientata a eliminare ogni sorta di caloria alimentare per ottenere una riduzione del grasso corporeo che migliora la visibilità della muscolatura. Tuttavia, in tale fase, può emergere nuovamente malcontento verso lo scarso sviluppo muscolare.
Risulta allora evidente come l’insoddisfazione verso il proprio corpo permanga in entrambe le fasi con l’insorgenza di un modello dietetico patologico e ciclico (Griffiths et al., 2013).
Accanto al fenomeno del “bulk-and-cut” è comparso, recentemente, il concetto di “imbrogliare i pasti”, ossia di includere nel regime dietetico alcuni pasti nei quali si assumono cibi molto calorici (1000-9000cal.) al fine di aumentare i processi metabolici utili per il raggiungimento degli ideali di magrezza (Levender et al., 2017).
Quali cause dietro la ricerca di magrezza e muscolosità?
Le cause che, nel corso del secolo scorso, sono state maggiormente adottate per spiegare i sintomi e le manifestazioni dell’anoressia nervosa, fanno riferimento a una percezione alterata della propria immagine corporea, e al tentativo di uniformarsi a un’immagine del corpo centrata sulla magrezza per le donne e sulla muscolosità per gli uomini, che è stata nel corso del tempo enfatizzata dai media e filtrata dalla cultura quotidiana. In particolare, l’esposizione agli ideali di bellezza rappresentati dai media in modo “irrealistico”, è generalmente considerata una delle ragioni centrali per comprendere nel mondo occidentale l’alto livello di insoddisfazione per il proprio corpo e per lo sviluppo di disturbi alimentari, come l’anoressia nervosa.
Ma è veramente la modificazione dell’immagine corporea il vero problema, oppure possiamo rendere conto di quella relazione fra il corpo, il cibo e l’immagine in altro modo?
In riferimento agli ideali modelli di bellezza risulta, per esempio, curioso domandarsi per quale motivo la letteratura medica individui svariati casi di anoressia nervosa in periodi in cui non esistevano modelli di bellezza in nessun modo legati alla magrezza e senza la possibilità di alcuna diffusione massiva dello stesso (Vandereycken &van Deth, 1995; Liccione, 2011).
Secondo una visione fenomenologica, il nucleo patologico dei Disturbi Alimentari andrebbe cercato nel peculiare rapporto con l’altro alla base della stabilità personale (Arciero & Bondolfi, 2012). L’altro, infatti, rappresenta una fonte di aspettative da emulare o un polo di opposizione, ma anche una commistione di queste, rimanendo comunque un sistema di coordinate attraverso cui sentirsi situati e mantenere il senso della propria esistenza; il corrispondere all’altro diviene il modo tramite cui co-percepirsi, mentre nello stesso tempo l’altro è il referente nei confronti del quale distinguersi. Eventi di vita critici, che danno origine a una alterazione del senso di stabilità personale, possono far crollare i modi consueti dell’individuo di sentirsi a partire dall’altro.
Ad esempio, se una ragazza pre-adolescente, a causa di una disconferma (reale o solo immaginata) da parte di una figura affettivamente importante, fosse impossibilitata a trovare nuovi e immediati punti di riferimento con i quali co-percepirsi e sentirsi stabile, avrebbe a disposizione un unico luogo certo di co-percezione, il corpo. La configurazione e l’intensità dell’enterocezione andranno modulate su modalità attivanti (nel nostro caso rappresentate dalla fame o l’esperienza muscolare), in modo da fungere da nuove coordinate per dare senso alla propria esperienza.
È come se l’esperienza personale, privata della simultanea referenza dell’altro, fosse a priori incompleta sia nel valore che nella qualità, con la conseguente genesi di un senso del sé molto fluttuante e vago (ibid.). Da qui si comprende il motivo per cui spesso la mancanza di figure di riferimento sia portatrice di insicurezza nei giovani adolescenti.
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