Bambini lettori… adulti ben pensanti

Bambini lettori… adulti ben pensanti

Un bambino che legge sarà un adulto con buone capacità di pensiero, di conseguenza la lettura fin dalla tenera età è un’attività estremamente importante.

 

Ma come mai è così importante la lettura nei più piccoli?

Migliora il linguaggio. Innanzitutto con la lettura si appende il 15%delle parole conosciute pertanto questa attività permette al bambino di ampliare il proprio vocabolario con una ricaduta positiva non solo sulla qualità del linguaggio ma anche sull’intelligenza verbale (ma non solo!).

Favorisce un atteggiamento positivo. Leggere regolarmente fin da piccoli ha una ricaduta positiva su molti ambiti stimolando un atteggiamento più aperto e propositivo verso la conoscenza, l’apprendimento e la cultura in generale.

Sviluppa il pensiero creativo. I benefici della lettura hanno ricadute positive sullo sviluppo del pensiero creativo a differenza dei bambini che non leggono.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la lettura condivisa. Essa favorisce infatti la vicinanza fisica. Leggere insieme un libro, quando il bimbo è piccolo, significa tenerlo in braccio o stare seduti o sdraiati vicini. Inoltre è uno strumento di intrattenimento che stimola i vari sensi come ad esempio quello tattile nei più piccoli. Durante la lettura ad alta voce l’adulto e il bambino entrano in sintonia e tramite una forte e intima comunicazione condividono sentimenti di affetto, amicizia, fiducia, complicità, emozione e si rafforza il legame affettivo.

Pertanto la lettura, coltivata fin da piccolissimi, è uno stimolo importante per la crescita psicologica, cognitiva e sociale del futuro adulto.

La lettura: medicina per l’anima. Scopriamo insieme otto importanti benefici

La lettura: medicina per l’anima. Scopriamo insieme otto importanti benefici

Sopra la porta della prima biblioteca del mondo, a Tebe, la tradizione vuole che vi fosse questa iscrizione “La medicina per l’anima”.

Che leggere faccia bene non è una novità. Diversi studi rilevano l’importanza della lettura per il corpo e la mente. Vediamo qui di seguito i benefici più importanti.

Migliora la concentrazione

leggere per 15-20 minuti è un buon allenamento per la nostra attenzione. Con la lettura, il resto del mondo rimane fuori e ci si ritrova immersi in ogni dettaglio.

Migliora il linguaggio

a qualunque età più si legge e più si imparano nuovi vocaboli con una ricaduta positiva sulla capacità nell’espressione orale.

Migliora la scrittura

più si legge e più si diventa fluidi nella produzione scritta anche grazie all’influenza degli stili espressivi di altri scrittori.

Migliora il pensiero

la capacità critica e analitica del pensiero vengono stimolate durante la ricerca dei dettagli come ad esempio all’interno di un libro giallo.

Aumenta la conoscenza

qualunque lettura è un tassello che si aggiunge al proprio bagaglio culturale, ampliandolo.

Migliora la memoria

mentre si legge un libro si devono tenere a mente numerosi elementi. I personaggi e i dettagli della trame creano un unico intreccio. Ricordare tutti questi aspetti permette di generare nuove sinapsi rafforzando al contempo quelle già esistenti.

Stimola la mente

leggere rappresenta un fattore protettivo contro le demenze; il cervello come i muscoli del corpo ha bisogno di rimanere in movimento.

Allevia lo stress

un libro può aiutare a vivere più sereni. Uno studio condotto dall’Università del Sussex rileva il potenziale anti-stress della lettura: leggere 6 minuti al giorno riduce la tensione muscolare e la frequenza cardiaca!






Gli audio in 8D: effetto tecnico o ruolo del cervello?

Gli audio in 8D: effetto tecnico o ruolo del cervello?

Gli audio in 8D: da dove arriva il suono?

 

Nelle scorse settimane in quasi tutte le chat sono girati dei file audio da ascoltare con le cuffie, che davano la sensazione che il suono provenisse da varie posizioni spaziali: destra, sinistra, addirittura da dietro la testa dell’ascoltatore. Sono state modificate in questo modo anche varie canzoni famose, e diciamocelo, il risultato è davvero bellissimo e affascinante!

A questo link sul sito della rivista Rolling Store potete trovare la spiegazione tecnica su come vengono prodotti questi effetti, cioè modificando il suono dopo la registrazione. Secondo la rivista, l’8D ci permette di ascoltare la musica tenendo conto di come il nostro cervello interagisce con i suoni, di come li percepisce e di come localizza a livello spaziale la loro provenienza.

Andiamo quindi a capire più precisamente come questo fenomeno prende forma nel nostro cervello!

 

 

La percezione uditiva: dall’ambiente al cervello

 

I suoni si propagano in forma di onde, che attraverso la vibrazione della membrana timpanica stimolano le cellule acustiche situate sulla coclea. Tali cellule generano dei potenziali d’azione, inviando l’informazione al cervello. Dalla coclea, l’informazione raggiunge alcune strutture sottocorticali (nucleo cocleare e follicolo inferiore), che a loro volta trasmettono il segnale al nucleo genicolato mediale, ultima stazione prima della corteccia uditiva (area 41) (Gazzaniga et al., 2005).

Oltre a identificare i suoni, distinguendoli uno dall’altro, la percezione uditiva permette di localizzarli nello spazio.

 

 

Come si percepisce la posizione del suono a livello neurale?

 

Immaginiamo di sentire una porta che sbatte in casa. Se la porta è collocata alla nostra destra, l’orecchio destro riceverà uno stimolo sonoro più intenso e precedente rispetto a quello che verrà ricevuto dall’orecchio sinistro.

La localizzazione spaziale dei suoni è connessa quindi alla capacità di integrare informazioni provenienti da stimoli sensoriali monoaurali (da un orecchio) e binaurali (da due orecchie), che includono la differenza nell’intensità e nel momento temporale con cui gli input arrivano alle due orecchie (differenza di livello interaurale -DLI- e differenza di tempo interaurale -DTI) e le caratteristiche spettrali imposte ai suoni dalla posizione di testa e orecchie.

Il nostro cervello, per poter capire da dove proviene il suono, deve interpretare e combinare correttamente questi segnali (Keating & King, 2015).

 

 

Localizzare i suoni in un ambiente acusticamente complesso

 

Capire la provenienza dei suoni però non è sempre così semplice come negli audio 8D, dove ascoltiamo la traccia in cuffia e senza particolari interferenze.

Per molte specie animali, l’udito spaziale gioco un ruolo critico non solo per identificare la localizzazione dei suoni, ma anche per differenziare tra loro le diverse fonti sonore in ambienti acusticamente complessi (Keating & King, 2015). Pensiamo per esempio di trovarci in un bar, o in un ambiente molto rumoroso, e di dover distinguere il discorso di una persona dal chiacchiericcio di sottofondo e dal rumore delle stoviglie.

L’ascolto nella vita quotidiana è più simile alla situazione del “cocktail party”, fenomeno molto studiato in neuroscienze per quanto riguarda l’attenzione uditiva. Localizzare i suoni in un ambiente acustico confuso, infatti, è un compito cognitivamente complesso, che implica il coinvolgimento di varie abilità come l’attenzione selettiva, la segregazione del flusso uditivo, la corretta localizzazione e l’identificazione dei suoni. Alcuni risultati sperimentali indicano che in questo compito sono attivate aree cerebrali oltre alla corteccia uditiva primaria, e in particolare il precuneus (Zündorf et al., 2013).

 

L’ascolto delle tracce audio in 8D è stato finora utilizzato prevalentemente per scopi artistici e ludici, ma potrebbe avere grandi potenzialità nella riabilitazione psico-acustica delle persone con perdita di udito.

 

 

Bibliografia

 

Keating, P., & King, A. J. (2015). Sound localization in a changing world. Current opinion in neurobiology, 35, 35-43.

Gazzaniga MS, Ivry RB e Magoun GR (2005), Neuroscienze cognitive, Bologna, Zanichelli

Zündorf, I. C., Lewald, J., & Karnath, H. O. (2013). Neural correlates of sound localization in complex acoustic environments. PLoS One, 8(5).

Consigli al tempo del Coronavirus

Consigli al tempo del Coronavirus

In questi giorni il Coronavirus ha portato numerose persone ad avere paura; questa paura è comprensibile in quanto ci siamo trovati a fronteggiare una situazione nuova e minacciosa ma dovremmo anche essere in grado di utilizzare questa emozione nell’orientarci verso soluzioni razionali.  Purtroppo però quando la paura diventa eccessiva rispetto ai rischi oggettivi derivanti dalla frequenza dei pericoli, rischia di trasformarsi in panico e di danneggiarci.  La nostra stabilità personale può andare in crisi nel momento in cui abbiamo la sensazione di non avere più il pieno controllo sulla nostra vita. Inoltre come afferma Oliverio Ferraris “i media non aiutano a gestire la paura in questa situazione perché ci bombardano di notizie allarmanti di minuto in minuto”. 

Cosa fare per evitare che le paure diventino eccessive?

Condividiamo qui di seguito alcuni suggerimenti anti-panico proposte dall’Ordine Nazionale degli Psicologi.

  • Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo: Il Coronavirus è contagioso ma su 100 persone ammalate 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario e solo 5 avranno problemi più gravi;
  • Non confondere una causa unica con un danno collaterale: Finora i decessi legati al Coronavirus stimati nel mondo sono 100 volte inferiori a quelli che si stima causi ogni anno la comune influenza. Molti decessi non sono causati solo dall’azione del Coronavirus!
  • Attenzione a non farsi prendere da comportamenti irrazionali: quando il panico diventa collettivo molte persone provano ansia e sono spinte a fare qualunque cosa pur di contenerla, dimenticando  ad esempio di mettere in atto le azioni protettive più semplici.
  • Non ignorare i dati oggettivi: la nostra capacità di giudizio può affievolirsi se ci facciamo prendere dal contagio collettivo.
  • Non farsi sopraffare dalle troppe emozioni: intense emozioni impediscono un corretto ragionamento e frenano la capacità di vedere le cose da una prospettiva più adeguata.

Ma in questo bombardamento di informazioni c’è un modo per potersi regolare al meglio? 

In questi giorni è sicuramente difficile controbattere le emozioni con ragionamenti però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. Cerchiamo dunque di trovare un equilibrio tra il sentimento di paura e quello che è il rischio oggettivo.

Il Coronavisur spiegato ai bambini

In questi giorni sono inevitabili le domande che i bambini pongono su quanto sta accadendo. Talvolta i genitori possono sentirsi spaesati di fronte a certi interrogativi presentati con tanta genuinità e spontaneità. Qui di seguito il decalogo proposto dal Telefono Azzurro per spiegare e far conoscere meglio ai più piccoli il Coronavirus: 

  • Prima di introdurre l’argomento del Coronavirus con i bambini e gli adolescenti, o di condividere notizie, assicurati di esserti informato sufficientemente e tramite fonti attendibili
  • Supervisiona, per quanto possibile, l’esposizione dei più piccoli alle notizie a riguardo, prevenendo la sovraesposizione e il controllo eccessivo della situazione
  • Cerca di trovare il tempo e la tranquillità necessari per stare insieme ai tuoi figli e offri loro uno spazio di dialogo
  • Ascolta tutte le loro domande, anche se ripetitive, insistenti e contraddittorie e rispondi con sincerità. Non fornire troppi dettagli, che potrebbero essere fonti di preoccupazione
  • Accogli le loro eventuali paure e timori, anche se possono sembrare eccessivi. Anche se non sei in grado di fornire una risposta specifica, l’importante è essere presenti e preservare la stabilità
  • Utilizza parole adatte alla loro età, scegliendo termini comprensibili per spiegare quello che sta succedendo
  • Presta attenzione a possibili manifestazioni di paure e di ansia, che possono esprimersi in diversi modi, per esempio, reazioni psico-somatiche o variazioni nel comportamento
  • Rassicurali sul fatto che la routine non cambierà totalmente. Cerca di mantenere almeno alcune delle vostre abitudini a casa (per es. gli orari della cena, la visione di un film insieme)
  • Attenersi alle indicazioni regionali e nazionali è molto importante, al fine di permettere azioni di prevenzione efficaci. Allo stesso tempo, è bene permettere momenti in cui i tuoi figli (e anche tu) possano mantenere i contatti con la propria rete sociale, anche grazie al supporto mondo digitale
  • Segui i comportamenti indicati dalle linee guida del Ministero della Salute e promuovi la condivisione di queste buone abitudini all’interno della famiglia. 

Anziani e Coronavirus

Spesso nelle situazioni di crisi c’è chi approfitta della situazione di difficoltà per far leva sulle paure della gente. E’ questo quanto sta accadendo, con episodi sparsi in tutta Italia, a pensionati e anziani. Sono stati infatti segnalati e denunciati da Carabinieri, Croce Rossa finti sanitari ASL o volontari che si presentano a casa per effettuare fantomatici test contro il “coronavirus” oppure che telefonano per segnalare la necessità di eseguire a domicilio il tampone. Sono tutte truffe.

Ecco dunque alcuni consigli per contrastare tale fenomeno: 

  •  Nessuna Azienda sanitaria, nessuna Organizzazione sanitaria e nessuna Associazione di volontariato invia personale a domicilio per effettuare visite e test per il coronavirus. Gli operatori sanitari effettuano visite e eventuali esami a domicilio solo se allertati preventivamente dai cittadini stessi che, attraverso il medico di famiglia, il 118, il numero dell’ATS locale e il numero nazionale 1500, abbiano segnalato sintomi sospetti o la necessità di accertamenti.
  • Non bisogna dare ascolto a eventuali sconosciuti che si spacciano per operatori dell’Azienda sanitaria. Non aprire dunque la porta di casa a persone sconosciute.
  • Se ci si sente minacciati o vittima di un reato o per segnalare comportamenti sospetti, bisogna avvisare tempestivamente le forze dell’ordine al 113, 112 o 117 o alla Polizia Locale.
  •  Si può vivere in maniera sicura in casa propria: le persone di fiducia presenti nella gestione del nostro quotidiano sono loro che dobbiamo far entrare in casa!

Essere donna modifica le nostre esperienze?

Essere donna modifica le nostre esperienze?

Durante la settimana appena trascorso ci siamo chieste se e come l’essere donna influenza la vita delle persone, dando vita a modi di fare esperienza differenti rispetto al genere maschile.

D’altronde, in un team fatto da tre psicologhe, era ovvio che prima o poi sarebbe emersa questa domanda!

Negli ultimi 50 anni, infatti, la società italiana è progredita di molto sul tema della parità di diritti di genere e sulla tutela delle donne, a partire dall’introduzione del diritto di voto femminile nel 1946, del diritto al divorzio negli anni ’70, fino ad arrivare a tematiche più recenti come lo stalking, la violenza domestica e il revenge porn.

Tuttavia, in Italia esistono ancora grosse discrepanze di diritti e possibilità tra uomini e donne.

Per esempio, sono le donne a spendere la maggior parte del loro tempo in attività domestiche, dedicandovi circa un’ora al giorno più degli uomini (Istat, 2019). Le motivazioni di queste differenze sono molteplici, ma è fondamentale osservare come gli stereotipi di genere siano estremamente diffusi in entrambi i sessi, dando vita a una visione molto tradizionalista dei ruoli all’interno della famiglia.

Ma ci sono davvero delle differenze strutturali e biologiche, che determinano come maschi e femmine si comportano e vivono la loro quotidianità?

Seguendo questo fil rouge, ci siamo addentrate durante tutta la settimana in questa tematica, scoprendo molte cose interessanti relative a differenti fasi di vita delle donne.

Adolescenza, stereotipi di genere e selfie

I selfie, cioè le fotografie scattate a se stessi, solitamente con il proprio smartphone, sono un modo di auto-rappresentarsi tipico della post-modernità. L’abitudine di condividere i propri selfie sui Social Network come Facebook e Instagram è particolarmente diffusa tra gli adolescenti, e i ricercatori dell’Institute for Media and Communication Science, in Germania, si sono chiesti quanto questo particolare tipo di autoritratto sia rappresentativo degli stereotipi di genere in questa fascia d’età (Döring et al., 2018).

I Social Media, infatti, giocano per gli adolescenti un ruolo chiave nel permettere la socializzazione e la formazione dell’identità. Analizzando e confrontando tra loro 250 selfie scattati da ragazzi maschi e 250 scattati da adolescenti femmine, gli studiosi hanno osservato che i selfie scattati dalle femmine e pubblicati su Instagram sono rappresentativi degli stereotipi di genere addirittura più delle pubblicità che si vedono sulle riviste. In particolare, i selfies femminili riproducono spesso gli stereotipi di subordinazione e di seduzione.

Il team tedesco suggerisce la necessità di ulteriori studi sull’argomento, ma sottolinea come la presenza degli stereotipi di genere nella produzione dei selfie sia un argomento rilevante per l’educazione dei giovani all’uso dei media

Mental overload: “devo pensare a tutto io!”

La lunga e tortuosa strada verso la parità di genere sta conducendo ad alcuni risultati. Nelle famiglie giovani, per esempio, i lavori domestici sono sempre più condivisi tra uomo e donna. Anche quando le faccende domestiche si sbrigano insieme, però, sembra che il carico della pianificazione delle attività rimanga a carico della componente femminile della coppia.

Nelle coppie eterosessuali in cui entrambi i membri lavorano a tempo pieno, secondo un’indagine condotta da Jennifer Garcia-Alonso per il Boston Consulting Group, infatti, è la donna che deve scrivere la lista della spesa, decidere quando è necessario fare le lavatrici e stendere, dividere l’organizzazione quotidiana delle faccende, programmare i week end fuori porta e i ritrovi con amici e parenti.

La situazione si complica ulteriormente quando la famiglia cresce, e la donna si trova a dover incastrare gli impegni anche dei figli. Per esempio, se anche è il papà ad accompagnare i figli alle visite mediche, nella maggioranza dei casi è stata la mamma a valutarne la necessità, cercare lo specialista, prendere l’appuntamento, scrivere la giustificazione per uscire prima da scuola, e via dicendo.

 

Questo sovraccarico di organizzazione domestica è costante, non riconosciuto e non pagato e sembra influire negativamente sulla possibilità di fare carriera e di occupare ruoli dirigenziali, oltre che sui livelli generali di stanchezza e stress quotidiani.

 

Cervello maschile e cervello femminile

Le differenze nel modo in cui vengono trattati uomini e donne e i ruoli sociali ad essi richiesti sono spesso giustificati asserendo che esistono delle diversità a livello di strutture cerebrali, che darebbero luogo all’esistenza di un “cervello maschile” e un “cervello femminile”. Secondo questa posizione, l’esistenza di due categorie così distinte a livello cerebrale si rifletterebbe in tutta una serie di caratteristiche comportamentali, cognitive, psicologiche, relative agli atteggiamenti e alla personalità tipicamente maschili e femminili.

Nell’aprile 2016 vari ricercatori si sono confrontati sul tema in occasione della pubblicazione sulla rivista PNAS di un articolo secondo cui le dicotomie sopra descritte non esisterebbero affatto.

Daphna Joel e il suo team, infatti, hanno studiato attraverso la risonanza magnetica funzionale le immagini cerebrali di 1400 individui, mostrando come le caratteristiche della sostanza bianca, della sostanza grigia e delle connessioni cerebrali fossero sostanzialmente sovrapposte tra i due generi. Secondo questi ricercatori, difficilmente esistono cervelli che si situano ai poli del continuum femminile-maschile, ma le caratteristiche cerebrali degli individui si distribuirebbero “a mosaico”.

Pochi mesi dopo questa diatriba, nel novembre 2016, è apparsa una review sul Journal of Neuroscience Research, a cura di Anna Grabowska, che tentava di sistematizzare i vari risultati. Quest’ultima  autrice asserisce che esistono effettivamente alcune differenze strutturali tra maschi e femmine, ma non tutte darebbero luogo a caratteristiche comportamentali distinte, quanto piuttosto potrebbero essere la conseguenza delle diverse richieste sociali.

La gravidanza cambia il cervello

Se sono le esperienze a modificare il cervello, e non il cervello a determinare il nostro comportamento, bisogna trovare traccia da qualche parte di questa affermazione. Un’esperienza unica che solo la donna può provare è quella della gravidanza, e abbiamo deciso di analizzare la letteratura relativa proprio a questo periodo di vita per verificare il risultato espresso sopra.

Quando una donna decide di diventare mamma, inizia un periodo della vita unico e costellato di numerosi cambiamenti, difficoltà, paure e gioie. Anche il cervello è coinvolto!

Hoekzema e collaboratori (2017) hanno confrontato i cervelli di primipare (donne che diventavano mamme per la prima volta), uomini che diventavano papàper la prima volta e persone senza figli, al fine di osservare se ci fossero delle differenze.

Effettivamente hanno osservato che nelle primipare,  dopo la gravidanza vi erano dei cambiamenti nel volume della materia grigia nella corteccia fronto-mediale, nella corteccia cingolata anteriore e posteriore, nel precuneus, nel giro frontale inferiore, nella corteccia temporale bilaterale. Queste aree cerebrali costituiscono il substrato neurale della cognizione sociale, rendendo possibile ipotizzare che in questo periodo della vita il cervello della futura mamma si modifica al fine di renderla più abile nell’accudimento del proprio bambino, per esempio riconoscendo meglio i bisogni del neonato o le potenziali minacce sociali, o ancora promuovendo il legame mamma-bambino.

Menopausa e Malattia di Alzheimer

Le donne hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto agli uomini, ma sono anche maggiormente a rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer, patologia che si manifesta durante la terza età, ma in realtà il suo decorso inizia ben prima nel cervello. Questo dato rende probabile che la predisposizione delle donne non sia solamente legata alla loro maggiore longevità.

Recenti studi neuroscientifici stanno iniziando a legare il periodo della transizione della menopausa ad alcuni meccanismi che potrebbero favorire il declino cognitivo. In particolare, la menopausa è caratterizzata dalla fine dell’attività riproduttiva, a cui si affiancano numerosi sintomi neurologici, tra cui la distruzione dei sistemi endocrini regolati dagli estrogeni, come la termoregolazione, il sonno, i ritmi circadiani, depressione e difficoltà in molti domini cognitivi. Sembrerebbe quindi che i cambiamento dei network di controllo degli estrogeni abbiano come risultato una minore attività metabolica nel cervello e un maggiore deposito di beta-amiloide.

Secondo questa corrente di studi, il periodo di transizione della menopausa potrebbe costituire una finestra temporale durante la quale attuare specifici interventi di prevenzione per combattere il futuro manifestarsi della Malattia di Alzheimer.

Inoltre, durante la menopausa il 34–62% delle donne riporta cambiamenti del proprio stato cognitivo, ed effettivamente ottengono una performance peggiore in compiti di memoria verbale, fluenza fonemica e funzioni esecutive. Si ipotizza che questa sintomatologia debba essere distinta dal declino cognitvo lieve (MCI), spesso prodromo di demenza, per costituire una categoria diagnostica a se stante, chiamata “declino cognitivo legato alla menopausa” (Devi, 2018).

Bibliografia 

Devi, G. (2018). Menopause-related cognitive impairment. Obstetrics & Gynecology, 132(6), 1325-1327.

Döring, N., Reif, A., & Poeschl, S. (2016). How gender-stereotypical are selfies? A content analysis and comparison with magazine adverts. Computers in Human Behavior, 55, 955-962.

Hoekzema, E., Barba-Müller, E., Pozzobon, C., Picado, M., Lucco, F., García-García, D., … & Ballesteros, A. (2017). Pregnancy leads to long-lasting changes in human brain structure. Nature Neuroscience, 20(2), 287.

Istat, 2029. I tempi della vita quotidiana. Lavoro, conciliazione, parità di genere e benessere soggettivo. Istituto Nazionale di Statistica, Roma

Garcia-Alonso, J., Krentz, M., Lovich, D., Quickenden, S., Brooks Taplett, F., (2019). Lightening the mental load that holds women back. Boston COnsultin Group. Boston.

Grabowska, A. (2017). Sex on the brain: Are gender‐dependent structural and functional differences associated with behavior?. Journal of neuroscience research, 95(1-2), 200-212.

Joel, D., Berman, Z., Tavor, I., Wexler, N., Gaber, O., Stein, Y., … & Liem, F. (2015). Sex beyond the genitalia: The human brain mosaic. Proceedings of the National Academy of Sciences, 112(50), 15468-15473.

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