Nov 2, 2019
Mente e corpo: entità spesso considerate come separate che invece sono strettamente collegate e interdipendenti, la psiche rappresenta infatti una complessa funzione del nostro corpo inscindibile da esso.
Da sempre il disturbo psicosomatico riveste un ruolo importante tra le malattie psichiche, poiché evidenzia come il corpo sia un perfetto strumento di comunicazione di uno stato di sofferenza mentale o di un disagio psichico. Tale disturbo rappresenta una condizione in cui lo stress psicologico influenza negativamente il funzionamento fisiologico (somatico) fino a causare sofferenza. Spesso la sintomatologia psicosomatica insorge in concomitanza di un disturbo d’ansia o depressivo, tuttavia esistono dei disturbi psicosomatici che si manifestano in assenza di altri sintomi psicologici.
Ma i sintomi somatici e il timore di avere una determinata malattia sono presenti nella stessa misura in tutte le culture?
Ebbene si; ciò detto vi sono delle differenze nella descrizione dei sintomi somatici che variano a seconda di fattori linguistici e culturali. In culture differenti i sintomi somatici possono avere significati particolari e danno forma a delle interazioni particolari tra medico e paziente. Inoltre tra i gruppi culturali possono esserci delle differenze nella richiesta di trattamento medico. Alcuni sintomi quali il burnout, sensazione di pesantezza, bruciore alla testa sono tipici di alcune culture e più rare in altre.
Negli adulti occidentali cosa accade?
Generalmente negli adulti in cui si assiste all’insorgenza di manifestazioni psicosomatiche, il disturbo è associato ad una significativa compromissione dello stato di salute fisico e mentale. Vi è spesso un elevato utilizzo di cure mediche che raramente alleviano le preoccupazioni dell’individuo. Spesso queste persone chiedono consulenza per gli stessi sintomi a medici diversi e raramente rispondono alle cure mediche. In loro vi è la sensazione che la valutazione medica e il trattamento cui sono stati sottoposti siano inadeguati.

Cosa accade invece nei bambini? Cosa comunicano attraverso il corpo?
Parlare di somatizzazione infantile significa far riferimento al delicato rapporto tra psiche e soma in età evolutiva: più il bambino è piccolo, più il suo disagio psicologico è veicolato attraverso i sintomi corporei.
Il corpo è per il bambino il primo strumento di linguaggio, attraverso cui esprimere una sofferenza psicologica. Attraverso la somatizzazione l’emozione viene spostata su un organo o apparato, trovando così una via di sfogo e un modo per richiamare l’attenzione su di sé. Il corpo del bambino diventa così il mezzo attraverso cui esprimere la sofferenza e i disagi vissuti nell’ambiente familiare e/o nell’ambiente scolastico, portando all’insorgenza di disturbi, senza cause organiche, a carico dell’apparato gastrointestinale, dell’apparato respiratorio, del sistema muscolo scheletrico e del sistema cutaneo. Questi disturbi generalmente richiedono un intervento psicologico, ma ciò che farà la differenza è riuscire a cogliere e a comprendere il messaggio che il bambino sta inviando attraverso il sintomo psicosomatico.
Nell’anziano invece come si presentano i sintomi psicosomatici?
La spossatezza e il dolore sono sintomi somatici considerati tipici della condizione anziana poiché vengono ritenuti parte del normale invecchiamento. Temere infatti di essere malati è considerato comprensibile negli individui che soffrono di un numero elevato di malattie organiche rispetto alle persone più giovani. Pertanto tra gli anziani, con buona probabilità, il disturbo è sottodiagnosticato dal momento che si ritiene normale che in età avanzata siano più spesso presenti sindromi dolorose, stanchezza, affaticabilità e piccoli disordini funzionali di vario tipo.
A volte, lo sviluppo di disturbi da sintomi somatici, può precedere l’insorgenza di un altra malattia psichiatrica, come il disturbo depressivo maggiore o il disturbo di panico. Nell’anziano con patologia somatica la depressione si può manifestare con sintomi atipici con accentuazione o comparsa di nuovi sintomi somatici, o con disturbi comportamentali o psichiatrici.
I sintomi somatici con cui si può manifestare una condizione depressiva sono i più svariati e vanno dalle algie, ai disturbi gastrointestinali ,a quelli cardiaci, ai disturbi respiratori, ai disturbi del sonno, all’astenia e ad un’eccessiva stanchezza nel corso della giornata.
Set 24, 2019
La recente Giornata Mondiale Alzheimer ci ha dato modo di riflettere su questa patologia e sulle informazioni che secondo noi sono importanti da sapere e conoscere su di essa.
L’articolo di oggi, quindi, vuole riassumere tutte le notizie sulla Malattia di Alzheimer che abbiamo condiviso recentemente.
Che cos’è la demenza?
Le forme di demenza sono una delle patologie più dilaganti nella nostra epoca, complice l’allungamento dell’aspettativa di vita, che determina un aumento della popolazione anziana. Solo in Italia, le persone con più di 65 anni che soffrono di demenza sono 1,2 milioni. E 3 milioni sono i familiari caregiver coinvolti nell’assistenza.
Per “demenza” si intende una sindrome che causa molteplici difficoltà nel funzionamento cognitivo e comportamentale, tali da interferire con il funzionamento quotidiano della persona.
Nelle fasi iniziali si assiste al deterioramento delle funzioni relazionali più complesse nelle quali è maggiore la competenza cognitiva (sono le cosiddette funzioni strumentali, quali gestire le finanze, utilizzare i mezzi di trasporto e di comunicazione, gestire la casa ed i farmaci) e con la progressione della patologia vengono compromesse anche le attività quotidiane di base (igiene personale, abbigliamento, bagno e mobilità, continenza).
Ai sintomi che riguardano le funzioni cognitive si accompagnano quasi sempre alterazioni della personalità e del comportamento che possono essere comunque di entità piuttosto varia nel singolo paziente.
La forma più frequente di demenza è la famosa Malattia di Alzheimer, che è definita una demenza primaria, cioè è causata da una degenerazione cerebrale a livello corticale o sottocorticale. Altre forme frequenti di demenza sono la Demenza Frontotemporale, la Demenza Vascolare, la Demenza ai Corpi di Lewy, la Demenza Mista (Alzheiemr + Vascolare).
La Malattia di Alzheimer, si caratterizza per un progressivo deterioramento cognitivo a esordio insidioso, in assenza di un quadro neurologico specifico. I sintomi devono essere presenti in almeno due domini tra memoria, linguaggio . abilità attentivo-esecutive. Sono concomitanti (secondo alcune ipotesi addirittura precursori) i disturbi emotivi.
I 10 campanelli d’allarme secondo l’Alzheimer Association
Ad oggi non esiste cura per i malati di demenza, ma sicuramente scoprire per tempo i sintomi e iniziare ad agire precocemente può aiutare tantissimo nel migliorare la progressione della patologia, sia dal punto della persona sia da quello dei familiari.
Ma quali sono i primi segni e sintomi, quelli a cui bisogna fare attenzione e andare a fare un controllo?
Ecco i 10 più comuni secondo l’Alzheimer’s Association e come distinguerli dai cambiamenti normali che possono insorgere con l’età.
- La perdita di memoria che sconvolge la vita quotidiana
- Sfide nella programmazione o nella soluzione dei problemi
- Difficoltà nel completare gli impegni famigliari a casa, al lavoro o nel tempo libero
- Confusione con tempi o luoghi
- Difficoltà a capire le immagini visive e i rapporti spaziali
- Nuovi problemi con le parole nel parlare o nello scrivere
- Non trovare le cose e perdere la capacità di ripercorrere i propri passi
- Ridotta o scarsa capacità di giudizio
- Ritiro dal lavoro o dalle attività sociali
- Cambiamenti di umore e di personalità
La diagnosi precoce
La Malattia di Alzheimer è spesso non diagnosticata o arriva troppo tardi all’attenzione degli specialisti. Addirittura si stima che solo una percentuale tra il 20 e il 50% dei pazienti abbiano ricevuto una diagnosi formale, che permette quindi l’accesso ai trattamenti.
Secondo la letteratura scientifica, identificare precocemente le demenze sarebbe un grande vantaggio sia per la scienza sia per la società, dando la possibilità di studiare la progressione dei sintomi e riducendo nettamente i costi socio-economici della malattia.
L’identificazione tempestiva di questa patologia offrirebbe infatti l’opportunità di implementare servizi già nelle fasi lievi, gestendo meglio i sintomi cognitivi e comportamentali, ottenendo una migliore qualità di vita del paziente e della famiglia, ritardando l’istituzionalizzazione e abbassando i costi socio-sanitari.
Per ottenere una diagnosi precoce, è necessario partire dal presupposto che l’invecchiamento di per sé non si accompagna per forza con difficoltà della memoria e delle altre funzioni cognitive. Questo è uno dei falsi miti da sfatare sulla condizione anziana.
Se si verificano dei cambiamenti, in te stesso o in tuo familiare, è sempre meglio portarli all’attenzione di uno specialista (di solito un neurologo o uno psicologo esperti in neuropsicologia).
Come prevenire il declino cognitivo
Se effettivamente è fondamentale identificare le demenza nelle fasi iniziali, esistono dei fattori che predispongono allo sviluppo di questa malattia? Ed esistono dei modi per aiutarci a prevenirla?
La risposta è sì!
La Lancet Commission nel 2017 ha stilato un rapporto secondo cui ben il 35% dei fattori di rischio per la demenza sarebbero modificabili durante il corso della vita, a fronte si solo il 7% di rischio genetico.
I fattori di rischio non costituiscono le cause dirette della malattia, ma contribuiscono fortemente ad aumentare la probabilità che essa si manifesti.
Ce ne sono in tutte le fasce di età, a partire dalla scolarizzazione in età infantile, passando per ipoacusia e fattori cardiovascolari nella middle age, fino ad arrivare all’inattività fisica e alla depressione in età avanzata.
Quello che è importante sapere, è che ad ogni età è possibile migliorare il proprio stile di vita per ridurre la possibilità di manifestare i sintomi di declino cognitivo.
La stimolazione cognitiva
Abbiamo parlato di come prevenire e identificare le demenze, ma che cosa si può fare se si ha già una diagnosi?
Come abbiamo già detto sopra, ad oggi non esiste una cura efficace per guarire dalla demenze, ma si può ricorrere a una serie di trattamenti farmacologici e non farmacologici per migliorare il decorso della malattia.
In particolare, l’effetto migliore si ottiene associando i farmaci al trattamento di stimolazione cognitiva.
La stimolazione cognitiva, oltre a essere uno strumento usato in maniera preventiva per mantenere la mente attiva, si configura come vero e proprio trattamento specifico nel caso di una patologia neurodegenerativa.
La stimolazione cognitiva non ha lo scopo di arrestare la malattia, ma si prefigge di sollecitare le potenzialità residue della persona per rallentarne il decadimento e ottenere una positiva ripercussione sul benessere quotidiano.
È un’attività altamente strutturata, che deve essere condotta da un professionista (di solito uno psicologo) con sessioni individuali o in piccoli gruppi.
Il familiare che assiste
Ultimo, ma non per importanza, punto che vogliamo evidenziare è il ruolo del caregiver nell’assistenza delle persone malate di demenza. Come accennato sopra, per ogni malato ci sono almeno due persone coinvolte nella sua cura.
Il caregiver è stato definito come la “vittima nascosta” della malattia, in quanto il carico psico-fisico richiesto dall’assistenza di una persona malata è elevatissimo.
I familiari, infatti presentano molti rischi legati alla salute fisica, allo stato emotivo, all’isolamento sociale e addirittura hanno un aumentato rischio di sviluppare demenza a loro volta rispetto alla popolazione generale.
Set 17, 2019
Tra tutte le abilità cognitive, il linguaggio è quella più legata al rapporto con le altre persone. La comunicazione, infatti, è quel processo che ci permette volontariamente e intenzionalmente di condividere un messaggio con un altro individuo.
In questo approfondimento vogliamo dare qualche suggerimento a chi si trova a dover comunicare con una persona con demenza. L’insieme di queste malattie infatti, limita le abilità della persona di esprimersi e di farsi comprendere ed è necessario che il familiare o l’assistente si adatti alle esigenze dell’individuo.

Cosa succede alla capacità di comunicazione quando si ha una demenza?
Con l’avanzare della patologia cognitiva, il progressivo declino delle abilità cognitive coinvolge anche le abilità linguistiche, che via via diminuiscono comportando una perdita della capacità comunicativa.
Già dalle fasi lievi è possibile osservare la presenza di anomie, errori letterali e neologismi, riduzione lunghezza frasi, difficoltà nella ripetizione di frasi, deficit di comprensione (specialmente nel linguaggio scritto), poca coerenza tematica (Glosser & Deser, 1990; Mendez, Clark, Shapira, & Cummings, 2003).
La fase moderata è invece caratterizzata da (Papagno, 2001; Kipps et al., 2009; Rousseaux et al., 2010):
-
- Difficoltà a generare alternative logiche da informazioni date
- Difficoltà a comprendere relazioni causa-effetto
- Produzione di risposte irrilevanti, vaghe e incomplete
- Relativo risparmio fino alle fasi gravi della comprensione di linguaggio non letterale (metafore), delle emozioni e del sarcasmo
In questa fase, la conversazione può essere “vuota”, con risposte che non rispondono effettivamente alle richieste dell’ascoltatore, contenuti poco tematici, aumento della frequenza dei turni conversazionali e delle domande a discapito delle affermazioni. Si possono osservare inoltre la difficoltà nel gestire gli argomenti e la diminuzione della gestualità significative a fronte di una gestualità indefinita (Blanken et al.,1988; Ripich & Terrell, 1988; Ripich et al., 1991;Mentis et al., 1995; Carlomagno et al., 2005).
La fase grave è infine caratterizzata dalla perdita quasi totale della capacità di comunicare verbalmente e dall’inabilità alla comprensione del linguaggio verbale. È estremamente importante sottolineare, però, il mantenimento dell’espressione e della comprensione di linguaggio non verbale e paraverbale, caratteristica che come vedremo può venirci in aiuto.
Comunicazione e assistenza
Secondo le stime di Alzheimer Europe, i disturbi di comunicazione sono considerati tra i quattro più problematici dai caregiver, dopo le attività quotidiane di base, il comportamento e la cognizione.
In che modo la comunicazione ha a che fare con l’assistenza della persona?
- Nelle attività funzionali quotidiane: quando si assiste una persona, è necessario comunicare al fine di svolgere attività funzionali quotidiane in modo che mantenga autonomia il più a lungo possibile. Inoltre, il declino delle capacità linguistiche influisce negativamente sull’interazione tra caregiver e assistito poiché porta a vuoti comunicativi durante lo svolgimento delle attività della vita quotidiana (come per esempio lavarsi, mangiare, alzarsi o sedersi). Addirittura, la difficoltà di comunicare può avere come effetto l’aumento del tempo speso in attività funzionali, il quale costituisce una fonte di stress per l’operatore (Williamson & Schulz, 1993; Small et al., 2003).
- Nel rapporto tra assistito e caregiver: il benessere e la qualità di vita sono preservati dalla comunicazione significativa positiva. La Malattia di Alzheimer ha un impatto sia sulle abilità della persona di comunicare, sia sugli approcci degli altri nel comunicare con il paziente: i vuoti comunicativi sono una delle maggiori fonti di stress per il caregiver, portandoli spesso a sentirsi insoddisfatti e incompetenti nella comunicazione con l’assistito (Williamson & Schulz, 1993; Small et al., 2003; Savundranyagam et al., 2009)
Come comunicare al meglio?
Quando la comunicazione verbale va persa, è necessario basarsi su componenti non verbali, come espressioni facciali e sulle vocalizzazioni. L’Alzheimer Association (2015) fornisce qualche consiglio per una comunicazione efficace:
- Dignità e rispetto: non parlare come se la persona non ci fosse
- Approciare il paziente frontalmente, identificandosi e spiegando cosa si sta facendo
- Incoraggiare la comunicazione non verbale: se non capite, chiedete di indicare, di fare un gesto
- Cercare di comprendere le emozioni sottostanti a gesti e suoni
- Usare vista, suoni, tatto, odori, come forma di comunicazione
Nella quotidianità, la qualità della comunicazione sociale durante le conversazioni dipende anche dalle qualità psicosociali positive dell’interlocutore, soprattutto del caregiver, e il comportamento del malato non è la sola variabile da tenere in considerazione (Small, Perry & Lewis, 2005). È Importante avvalersi di tecniche per facilitare la comunicazione: controllano l’ammontare delle informazioni che devono essere mantenute, semplificando la ricerca in memoria e il modo in cui l’informazione deve essere elaborata (Bayles, 2003).

Il metodo FOCUSED
È un programma che mira all’accrescimento delle competenze comunicative per i caregiver dei pazienti con Malattia di Alzheimer, ideato alla fine degli anni 90 (Ripich, 1997), composto da 7 step:
- Face-to-face (faccia a faccia)
- Stare di fronte al paziente
- Attrarre la sua attenzione
- Mantenere il contatto visivo
- Orientation (orientamento)
- Orientare, ripetendo delle parole chiave per molte volte
- Ripetere le frasi non comprese utilizzando le stesse parole
- Dare il tempo di comprendere
- Continuity (continuità)
- Mantenere lo stesso argomento di conversazione il più a lungo possibile
- Preparare la persona se si deve introdurre un nuovo argomento
- Unsticking (slacciamento)
- Aiutare il paziente a essere flessibile quando utilizza una parola sbagliata, suggerendogli la parola che non trova
- Ripetere la frase appena pronunciata, usando però la parola corretta
- Chiedere: “Volevi dire . . .?”
- Structure (struttura)
- Strutturare la domanda per dare una scelta semplice con cui rispondere
- Fornire solo due opzioni alla volta
- Fornire opzioni piacevoli
- Exchanges (scambio)
- Mantenere il normale scambio di idee delle conversazioni normali
- Iniziare le conversazioni con argomenti piacevoli
- Dare al vostro caro indizi su come rispondere
- Direct (diretto)
- Usare frasi corte, semplici, dirette
- Usare nomi propri anziché pronomi
- Usare gesti, figure, ed espressioni facciali
Sebbene il metodo FOCUSED sia un po’ datato, riteniamo che la sua schematicità possa essere molto utile a chi si trova in difficoltà nel comunicare con una persona affetta da demenze.
Un altro grande consiglio che possiamo dare è quello di utilizzare il più spesso possibile dei toni calmi, sereni. Come accennato sopra, infatti, sebbene i malati perdano la capacità di utilizzare il linguaggio, viene mantenuta fine alle fasi più avanzate di patologia l’abilità di esprimere e comprendere le componenti non verbali e paraverbali della comunicazione.
Set 4, 2019
Abbiamo parlato tante volte di come sta cambiando la concezione dell’invecchiamento e della terza età.
Anche nell’immaginario comune, ormai l’ultrasessantacinquenne è un individuo attivo, che svolge innumerevoli attività durante la quotidianità. Tra queste, possiamo annoverare le vacanze e i viaggi.
L’approfondimento di oggi, quindi, riguarda il turismo nella terza età: come si coniuga la voglia di viaggiare con i cambiamenti insisti nell’avanzare degli anni?
Il cambiamento degli over 65
Innanzitutto è utile osservare le caratteristiche dei nuovi anziani.
Questi, rispetto al passato, appaiono più sani, maggiormente istruiti e con una maggiore indipendenza rispetto ai loro coetanei del passato. In questa situazione socio-economica, il turismo si sta configurando come un’aspetto fondamentale per incrementare il benessere psicologico e la qualità di vita, soprattutto dopo il pensionamento.
Il periodo del pensionamento costituisce per l’individuo una transizione importante, con un forte impatto sulla qualità di vita e anche sulle attività di svago che si intraprendono.
Perchè si viaggia (o non si viaggia) durante la terza età?
Alcuni studi hanno rilevato che le motivazioni che spingono i viaggiatori senior a intraprendere una vacanza possono essere: il rilassamento, la voglia di incontrare nuove persone e di socializzare o di stare insieme alla famiglia, la nostalgia o la voglia di fare esperienze che li completino, aumentando le proprie conoscenze (Huang & Tsai, 2003; Sellick, 2004).
Insomma, a quanto sembra durante la terza età si viaggia più o meno per gli stessi motivi che emergono da adulti!
Nonostante le motivazioni legate alla crescita personale e al miglioramento, è frequente che molti anziani percepiscano delle barriere al turismo. Esse possono essere categorizzate in 5 dimensioni:
- Risorse esterne: mancanza di informazioni, difficoltà finanziarie, ecc.
- Fattori temporali (mancanza di tempo, il turismo interrompe la routine quotidiana, importante per gli anziani)
- Approvazione di famiglia e amici, che se manca potrebbe portare la persona a sentirsi in colpa nel partire
- Fattori sociali: mogli o mariti che non amano viaggiare, scarsa compagnia per intraprendere un viaggio che non si vuole fare da soli
- Benessere fisico (problemi di salute, poche energie, disabilità)
Perchè un over 65 dovrebbe viaggiare?
L’intera lettratura scientifica ci mostra come intraprendere attività piacevoli, che mantengono mentalmente e fisicamente attivi e che permettono di instaurare legami sociali sia una delle migliori attività di prevenzione rispetto alle patologie neurodegenerative, in quanto permette di ottimizzare la propria riserva cognitiva.
Senza ombra di dubbio, il viaggio rientra in questo tipo di attività, e questo è già un buon motivo!
Inoltre, poiché gli anziani si mettono in viaggio solo in conseguenza a forti motivazioni psicologiche, sembrerebbe che tale attività contribuisca a migliorare notevolmente il livello di qualità della vita della persona.
Ago 26, 2019
Durante le appena trascorse vacanze estive, molto spesso ho notato i post di conoscenti e amiche in viaggio da sole. Ho osservato come, fortunatamente, anche le donne negli ultimi anni stanno iniziando a viaggiare da sole.
I pregiudizi, però, sono sempre in agguato e si è portati a pensare che se una donna intraprende un’esperienza di viaggio da sola lo faccia perché non ha altre possibilità, prima fra tutti la compagnia di un partner o di un’amica. Come vedremo, in realtà le motivazioni per viaggiare da sola vanno molto oltre alla solitudine di per sé.
Il viaggio in solitaria ha sempre avuto un’accezione spirituale e religiosa, ma dagli anni ’60 in poi, con la diffusione della cultura hippie, ha iniziato a modificarsi anche la visione del viaggio e si è diffusa la cultura del viaggio “zaino in spalla” (o backpackers) per indicare viaggiatori soli o in piccoli gruppi, con un budget basso e la voglia di esplorare luoghi inusuali con un atteggiamento di scoperta anche verso se stessi. Ai giorni nostri, infine, è diventata comune la terminologia di “solo traveler” (cioè viaggiatore solitario) per chi vuole, in solitaria, scoprire la sensazione della scoperta.
Motivazioni per cui una donna viaggia da sola
Se in generale ogni turista è mosso verso la ricerca di esperienza che fornisce la sensazione di fuga, libertà e piacevolezza, sembra che la relazione tra viaggio ed esperienza sia il punto chiave per comprendere la motivazione di una donna a viaggiare da sola. In generale, tali motivazioni sono chiaramente individuali, ma è possibile rintracciarne alcune comuni:
- volontà di uscire dalla propria zona di comfort per sviluppare un senso di autonomia e indipendenza
- sfida e crescita personale
- meaningful travel: viaggio come (ri)scoperta della propria identità, dei propri valori e per acquisire nuove competenze
- interazione con altri turisti e con autoctoni dei posti visitati
Limitazioni al viaggio in solitaria
Sebbene, come già accennato, è sempre più frequente vedere ragazze e donne in viaggio da sole, la società odierna impone ancora dei limiti alla libertà femminile di intraprendere questa avventura.
Analizzando più a fondo la letteratura relativa ai viaggi, si scopre che già da secoli le donne viaggiano da sole, e che chi aveva la fortuna di poterlo fare ha lasciato molte testimonianze, soprattutto nell’epoca vittoriana, ma anche a partire da periodi molto precedenti!
Tuttavia, soprattutto nel passato, il ruolo femminile era relegato alla gestione della casa e della famiglia ed era quindi considerato inappropriato per una “signora” che potesse viaggiare da sola per puro piacere.
Anche al giorno d’oggi, le donne esperiscono maggiori costrizioni nell’intraprendere un viaggio da sole. In primo luogo, è molto più frequente per una ragazza avvertire un esagerato timore di essere aggredita sia durante gli spostamenti, sia durante i pernottamenti.
In generale, le limitazioni esperite da una donna al viaggiare da sola possono appartenere a quattro categorie: socio-culturale (influenza delle aspettative sociali, del ruolo femminile, della percezione altrui del proprio viaggiare e delle attenzioni non volute durante il viaggio), personale (limitazioni relative alla propria percezione di sé, alle proprie credenze ed emozioni), pratica (problematiche quali mancanza di tempo e denaro, conoscenze a destinazione, stress e fatica nel girare da sole) e spaziali (restrizione delle destinazioni adatte a una donna da sola)
Bibliografia
Wilson, E., & Little, D. E. (2005). A “relative escape”? The impact of constraints on women who travel solo. Tourism Review International, 9(2), 155-175.
Pereira, A., & Silva, C. (2018). Women solo travellers: motivations and experiences. Millenium, (6), 99-106.