Apr 20, 2020
Sappiamo che le emozioni sono molto di più di impulsi cerebrali.
Tuttavia esistono dei correlati neurali che le rendono possibili: l’attività del nostro cervello costituisce la base neurale delle emozioni, anche se per comprendere i motivi per cui le proviamo non è sufficiente osservare l’attivazione cerebrale, ma è necessario indagare più a fondo la storia e i progetti della persona.
Le emozioni si “producono” nel nostro cervello grazie al lavoro dei neurotrasmettitori nella trasmissione delle informazioni tra i neuroni: questo è anche il modo in cui agiscono gli psicofarmaci, aumentando o inibendo la presenza di determinate molecole a livello cerebrale.
I più noti neurotrasmettitori sono:
- Dopamina: emozioni positive, sistema della ricompensa, sensazione di piacere
- Serotonina: benessere, placa ansia e controlla gli impulsi
- Noradrenalina: eccitazione, potenzia livello dell’umore e le risposte fisiche e mentali
- Acetilcolina: memoria e apprendimento
- GABA: inibizione, modula l’aggressività
Le aree cerebrali delle emozioni
Ad oggi si sa che le principali arre cerebrali implicate nell’elaborazione emotiva sono:
- Amigdala: ruolo chiave nell’elaborazione dei segnali sociali dell’emozione (in particolare la paura), nel condizionamento emotivo e nel consolidamento delle memorie emotive
- Corteccia prefrontale: nella parte orbitofrontale, sembra che questa part del cervello costituisca la base per il comportamento socialmente orientato a uno scopo, permettendoci di districarci nelle situazioni sociali.
- Corteccia cingolata anteriore: implicata dell’integrazione delle informazioni viscerali, attentive ed emozionali coinvolte nella regolazione emotiva e in altre forme di controllo top-down.
- Ipotalamo: sembrerebbe parte di un network più ampio coinvolto nel processamento della ricompensa, nella motivazione sessuale e nella rabbia
Bibliografia
Dalgleish, T. (2004). The emotional brain. Nature Reviews Neuroscience, 5(7), 583-589.
Apr 19, 2020
Che cosa sono le emozioni?
La parola emozione deriva dal verbo latino “emovere“, che significa rimuovere, trasportare fuori, scuotere. L’emozione è dunque qualcosa che ci fa scuotere dal nostro stato abituale, che ci fa muovere.
Essa è definibile come una risposta affettiva intensa e breve, che si produce come reazione a un avvenimento o a una situazione. È associata a specifici cambiamenti corporei ed è correlata a ciò che è importante per noi (obiettivi, preoccupazioni).
Sono esperienze coscienti che implicano un’attività cerebrale e hanno una valenza positiva o negativa.
Quali sono le emozioni?
Negli anni ’60, Paul Ekman studiò attraverso il metodo Facial Action Coding System (FACS) i movimenti dei muscoli del viso, identificando 6 emozioni comuni in tutte le culture: allegria, tristezza, gioia, disgusto, ira, paura e sorpresa.
In realtà, nel tempo è stato possibile comprendere come ,le sfumature emotive siano molte di più e molto meno definite tra di loro.
Le emozioni possono essere primarie, cioè quelle che dipendono in modo più diretto dai nostri istinti e si manifestano facilmente a livello espressivo, o complesse, che necessitano di maggiore elaborazione a livello mentale e implicano uno scambio di informazioni tra la corteccia e il sistema limbico.
L’utilità delle emozioni
Le emozioni sono il risultato della nostra storia evolutiva: inizialmente servivano a massimizzare l’esistenza della specie e aumentare il benessere dell’individuo.
Se le osserviamo in questo senso, quindi, possiamo sottolineare tre processi per cui esse sono essenziali:
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Adattamento: generano risposte appropriate davanti alle sfide ambientali
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Motivazione: entrano in gioco nei processi decisionali
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Comunicazione: l’espressione delle emozioni ci permette di prevedere il comportamento altrui e hanno un valore enorme nei rapporti interpersonali e nell’adattamento all’ambiente sociale
Se osserviamo le emozioni con uno sguardo meno evolutivo e più utile a comprenderle al giorno d’oggi, ci accorgiamo subito di come esse siamo fondamentalmente la base della nostra quotidianità, in quanto danno senso all’esperienza. Le emozioni ci orientano nel rapporto con gli altri e nel rapporto con il mondo.
Apr 17, 2020
L’adolescenza è un periodo della vita caratterizzato da conflitti, ribellioni, voglia di libertà e al contempo dal bisogno di sentirsi rassicurati. Se a questo quadro si aggiungono difficoltà inespresse, continui insuccessi scolastici o forti carenze il disagio del ragazzo può sfociare in veri comportamenti anticonformistici.
Molto spesso quando un disturbo specifico dell’apprendimento, come una dislessia, non viene sospettato dagli insegnanti e non viene diagnosticato dagli operatori sanitari, il bambino tende ad essere giudicato dagli insegnanti e dai genitori pigro e svogliato. Ben presto possono iniziare delusioni e frustrazioni che continuano e che si fanno più pesanti all’ingresso della scuola media inferiore.
Pertanto è molto importante riconoscere le fragilità del ragazzo per evitare una serie di conseguenze come:
- non favorire la formazione di una buona autostima nell’adolescente;
- influenzare negativamente le relazioni con i pari;
- far sperimentare costantemente la sensazione di difficoltà scolastica;
- rafforzare nell’adolescente l’immagine dei genitori come figure giudicanti e screditanti a causa degli insuccessi scolastici;
- spingere il ragazzo ad allontanarsi dalla scuola favorendo l’abbandono scolastico;
- portare all’emergenza di condotte sociali devianti o antisociali.
Si ritiene infatti che molti percorsi adolescenziali devianti connotati da violenza, alcool e tossicodipendenza abbiano come comune denominatore difficoltà scolastiche la cui causa principale è la dislessia. Nelle carceri minorili il 25% degli adolescenti risulta dislessico. Il 50% degli adolescenti che si suicidano hanno avuto ripetuti insuccessi scolastici: la causa di questi insuccessi è spesso proprio la dislessia. Inoltre disturbi depressivi e d’ansia negli adolescenti con dislessia sono 3-6 volte più frequenti che nella popolazione generale.
Risulta quindi importante non escludere, in un adolescente fragile, l’impatto che possono avere le difficoltà scolastiche nella sua vita. Meglio attivarsi (anche alle medie) che continuare ad ignorare o a sottovalutare un problema.
Un problema che se intercettato, potrebbe migliorare non solo il rendimento scolastico, ma soprattutto la qualità della vita del giovane.
Apr 16, 2020
E’ in corso, ormai da diverso tempo, una diatriba tra la lettura digitale e quella su carta stampata.
In effetti scegliere quale supporto utilizzare, per un passatempo così importante, non è secondario.
La letteratura, su questo argomento, considera il supporto cartaceo migliore di quello digitale per diversi motivi. Vediamone alcuni nel dettaglio.
Innanzitutto sembrerebbe che la lettura su carta faciliti la comprensione e la memorizzazione del testo. Tendiamo a ricordare di più e meglio quello che leggiamo su un libro.
Il supporto cartaceo è in grado di favorire una maggiore concentrazione mentre la lettura su dispositivi spesso è più veloce e frammentaria. Il passaggio da un link all’altro non permette una completa assimilazione del contenuto letto.
Inoltre le persone tendono a mettere in atto un bias cognitivo considerando il contenuto su dispositivi meno importante rispetto a quello su carta. Questo sarebbe causato dalla tendenza ad associare ai device elettronici notizie di poco conto come quelle che spesso si scambiano sui social.
Infine i supporti cartacei consentono il contatto con la carta, permettendo di sfogliare le pagine e di percepire le parole come oggetti fisici. Queste azioni sembrerebbero agevolare l’orientamento all’interno del testo consentendo di ricordare i concetti di interesse.
Apr 15, 2020
Leggere mantiene il cervello giovane.
Questo è quanto è emerso da una ricerca pubblicata su Neurology (Wilson et al., 2013) in cui la lettura sembra essere in grado di modificare il cervello mantenendolo giovane.
I ricercatori hanno analizzato post mortem il cervello di 294 ottantenni e dalle analisi è emerso che il declino cognitivo era inferiore nel cervello delle persone che leggevano o che erano dedite ad attività di stimolazione del ragionamento.
Ma non solo, la lettura è un fattore protettivo nei confronti della demenza. Sappiamo che l’avanzare dell’età espone a particolari fattori di rischio che si associano alla demenza: diabete, ipertensione, obesità, fumo di sigarette, depressione, inattività cognitiva e basso livello di istruzione.
Uno studio longitudinale condotto su 983 soggetti suddivisi tra analfabeti e istruiti (coloro che avevano almeno 4 anni di scolarità) ha rilevato che gli analfabeti hanno una probabilità tre volte superiore di ammalarsi di demenza e tra di loro le donne sono maggiormente esposte allo sviluppo della patologia.
Sembra proprio che una stimolazione cognitiva continua, esercitata con lo studio, sia fondamentale per mantenere una mente attiva.
La lettura rientra quindi a pieno titolo tra i fattori di protezione che contrastano l’insorge della demenza!