Giu 4, 2020
La musica accompagna molte delle nostre attività quotidiane.
A volte siamo noi a scegliere le playlist da ascoltare in base a quello che stiamo facendo o all’umore del momento. Ma cosa succede quando ci ritroviamo inconsapevolmente in ambienti che, più o meno in sottofondo, ci propongo della musica? Negli ultimi anni sono sempre di più gli studi che provano ad indagare come la musica, nello specifico nei negozi, influisca sulla propensione a spendere.
A riguardo uno studio della Bocconi con Mcube ha analizzato il ruolo della musica nei negozi.
In Italia è abbastanza diffuso l’utilizzo della musica e spesso viene considerato come parte integrante del concept store.
Quali possono essere quindi gli effetti degli stimoli uditivi sul comportamento dei consumatori?
Dallo studio sembrerebbe che trascorrere del tempo in un negozio con della musica piacevole porti a spendere dal 2 al 10% in più. Accade questo per due motivi principali:
- perché siamo spinti a trascorrere più tempo nello store e ad occupare il tempo comprando;
- perché se la musica migliora l’umore ha effetti anche sul personale del negozio e lo può portare ad essere più motivato, concentrato e quindi più portato alla vendita.
Ovviamente ogni cliente così come ogni addetto vendita ha dei gusti personali ma possiamo rintracciare alcuni elementi comuni legati al ritmo della musica. Sembrerebbe infatti che a condizionare i nostri movimenti e quindi le nostre scelte di acquisto sia proprio il ritmo.
Musiche lente prolungano il tempo di permanenza del cliente mentre la musica veloce provoca alti livelli di eccitazione spingendo la persona a muoversi in fretta e quindi a concludere la spesa in maniera sbrigativa.
Questo studio sembra proprio sottolineare l’importanza della dimensione sensoriale quando si tratta di esperienze d’acquisto quindi la musica risulta parte integrante dell’offerta di un negozio e non un semplice elemento d’arredo passivo.
https://mcubeglobal.com/wp-content/uploads/2018/09/RicercaBocconi_musica-in-store_LargoConsumo_M-Cube-2017.pdf
Giu 3, 2020
Per migliorare la salute mentale viene utilizzata la musica in differenti contesti terapeutici. La musicoterapia viene infatti utilizzata per casi di depressione, ansia, schizofrenia, disturbi del sonno e anche demenza. Negli ultimi anni la limitata efficacia delle terapie farmacologiche per la cura delle demenze ha comportato una maggiore attenzione nei confronti dei trattamenti non farmacologici. A riguardo la musicoterapia sembrerebbe agire in modo particolare sui sintomi cognitivi e comportamentali.
Essa viene impiegata in molteplici forme, dall’ascolto ad un coinvolgimento più attivo del paziente. Viene proposta in gruppo ma anche in modalità individuale.
Un aspetto molto importante è che può essere utilizzata anche con malati ad uno stadio avanzato di malattia in quanto determinate abilità e competenze musicali fondamentali quali l’intonazione, la sincronia, la ritmica sembrerebbero mantenersi intatte più a lungo prima di venir intaccate dal deterioramento cognitivo.
Quali sono i benefici per i sintomi comportamentali?
La letteratura riporta come la musicoterapia abbia un effetto su una serie di sintomi definiti Bpsd (Behavioural and psychological symptoms of dementia) che includono anche comportamenti aggressivi e forte agitazione. Proporre alle persone affette da demenza un intervento di musicoterapia sembrerebbe esercitare un effetto sui livelli di ansia e di agitazione sperimentata dai pazienti. La musica in questi casi sembrerebbe agire come un farmaco, come uno stabilizzatore dell’umore, che favorisce anche una migliore interazione sociale della persona.
Quali sono i benefici per i sintomi cognitivi?
Non solo la sfera comportamentale ma anche quella cognitiva trae beneficio da questo tipo di intervento. Le aree cerebrali associate alla memoria musicale sembrerebbero subire un danno minore rispetto ad altre zone associate alla memoria. Pertanto stimolando queste aree si cerca di sollecitare indirettamente anche altre funzioni come il linguaggio. In questo modo il paziente trae beneficio dall’ascolto e dal canto di canzoni a lui care. Inoltre anche altre funzioni cognitive sarebbero stimolate dalla musicoterapia come la velocità psicomotoria e le funzioni esecutive.
Utilizzare quindi interventi terapeutici basati sulla musica sembra essere un valido trattamento complementare in grado di apportare miglioramenti non solo sui sintomi comportamentali e cognitivi ma anche sulle relazioni sociali della persona.
Gomez Gallego G., Gomez Garcia J.Music therapy and Alzheimer’s disease: Cognitive, psychological, and behavioural effects. (2017) Neurologia. DOI: 10.1016/j.nrl.2015.12.003
Giu 2, 2020
E’ risaputo che la musica faccia bene ma quello che un gruppo di studiosi sono stati in grado di dimostrare scientificamente è che faccia particolarmente bene a livello cerebrale ai neonati pretermine.
Numerosi studi in passato hanno preso in considerazione gli effetti dell’ascolto della musica sui neonati pretermine e hanno mostrato effetti stabilizzanti sui seguenti aspetti:
- frequenza cardiaca e respiratoria;
- riduzione del numero di eventi di apnea e bradicardici al giorno;
- miglioramento del dispendio energetico a riposo;
- miglioramento dell’alimentazione e aumento di peso;
- modelli di sonno più maturi.
La maggior parte di questi studi riporta un effetto benefico su almeno uno di questi aspetti. Tuttavia, questi studi hanno prodotto risultati un pò equivoci. I fattori che contribuiscono a queste variazioni sono il tipo di musica utilizzata (strumento, live o registrato), la durata dell’esposizione (spesso della durata di pochi giorni), varie età gestazionali alla nascita e al momento dell’intervento e diverse misure di esito (osservazione essenzialmente comportamentale, variabilità della frequenza cardiaca).
Pertanto quello che gli studiosi di questa ricerca hanno voluto fare, e che non era ancora stato analizzato, è lo studio degli effetti di un intervento musicale sullo sviluppo della rete cerebrale.
L’importanza della musica per i neonati
l cervello umano è sia cablato sulle abilità musicali innate che modellato dall’esperienza musicale, a partire dall’utero e continuando per tutta la durata della vita. Un crescente corpus di letteratura (la musicoterapia, la cognizione musicale, la musicologia, le neuroscienze e le scienze affettive e comportamentali) si rivolge alla vita fetale e neonatale, facendo luce sullo sviluppo precoce della percezione del suono e della musica. L’elaborazione della musica a livello neurale coinvolge una rete bilaterale estremamente complessa e diffusa di aree corticali e subcorticali che integrano diverse funzioni uditive, cognitive, motorie sensoriali ed emotive. Sebbene parte del meccanismo alla base dell’elaborazione della musica possa essere spiegato come una semplice elaborazione del suono, la percezione della musica è più della somma delle sue caratteristiche acustiche di base. Oltre alla trasduzione del segnale uditivo, innesca una sequenza di processi cognitivi, motori ed emotivi che coinvolgono un certo numero di aree cerebrali.
Presso l’ospedale di Ginevra è stata allestita un’unità di terapia intensiva neonatale in modo tale da poter applicare un arricchimento ambientale, tramite la musica, per i neonati pretermine.
Tuttavia fino a questo studio non era stata riportata alcuna prova di un effetto della musica sullo sviluppo del cervello pretermine. Usando la risonanza magnetica allo stato di riposo (in assenza di stimoli), i ricercatori hanno considerato come regione di interesse per il loro studio una zona costituita da tre moduli interconnessi attraverso un network coinvolto nel rilevamento e nel filtraggio di stimoli salienti: il “Salience Network” (SN). Questo network è tipicamente implicato in compiti attentivi, motivazionali ed esecutivi.
Che cosa accade alla corteccia nei neonati pretermine?
Durante la prima vita postnatale, l’ambiente dei neonati prematuri, ovvero la terapia intensiva neonatale, è molto diverso da quello dei neonati a termine ancora in utero. Le sollecitazioni e gli stimoli sensoriali sono molto diversi. Nello specifico la corteccia immatura dei neonati pretermine è esposta a stimoli estrinseci e potenzialmente stressanti prima del tempo normale e questa condizione è stata associata ad una alterazione di microstrutture cerebrali. I dati di questo studio forniscono prove che l’alterazione tipica del Salience Network nei bambini prematuri non sia solo a livello dei lobi temporali ma che sia più estesa coinvolgendo zone implicate nell’elaborazione sensoriale e regioni implicate nel generare risposte comportamentali appropriate a questi stimoli. Nello specifico il Salience Network nei neonati prematuri è risultato connesso con l’area frontale superiore, con quella uditiva, con quella dell’area sensomotoria, con il talamo e con il precuneus.
È interessante notare che i neonati pretermine esposti alla musica nell’unità di terapia intensiva neonatale hanno visto un aumento significativo delle connessioni tra quelle reti cerebrali che erano risultate precedentemente ridotte. Pertanto, l’esposizione musicale porta ad architetture cerebrali funzionali che sono più simili a quelle dei neonati a termine. Tali risultati forniscono prove di un effetto benefico della musica sul cervello pretermine.
Lordier L. et al. Music in premature infants enhances high-level cognitive brain networks. PNAS June 11, 2019 116 (24) 12103-12108
Chorna O. et al. Neuroprocessing Mechanisms of Music during Fetal and Neonatal Development: A Role in Neuroplasticity and Neurodevelopment. (2019). Neural Plasticity doi.org/10.1155/2019/3972918
Giu 1, 2020
Se la maggior parte delle persone, compresi i bambini, apprezzano la musica e ne traggono piacere, esiste una parte della popolazione (circa l’1,5%) che non mostra alcun interesse per la musica.
A riguardo, a partire dagli anni 80 la neuropsicologia della musica si è sviluppata e si è concentra, fin da subito, su disturbi neurologici musicali descritti come amusie.
Quali tipologie di amusia conosciamo?
L’ a-musia può essere congenita o acquisita.
Quella acquisita, in assenza di alterazioni della percezione uditiva elementare o di turbe intellettive e linguistiche, implica delle difficoltà di comprendere, eseguire ed apprezzare la musica. A sua volta viene distinta in due componenti :
- Espressiva: perdita della capacità di esprimersi musicalmente;
- Recettiva: perdita della capacità di ricordare e riconoscere le melodie.
Non stiamo parlando di persone stonate. Queste ultime infatti non sono capaci di emettere note nel modo adeguato, spesso per motivi di mancanza di tecnica e non per amusia. Un “amusico” invece non è in grado di comprendere l’altezza delle note, né di distinguere una melodia da un’altra. Sono persone che mostrano grandi difficoltà nel seguire un ritmo e percepiscono sia la voce che la musica come monotonali.Talvolta gli amusici, nei casi più gravi, non sono capaci di sentire la musica o di distinguere una cantilena da un motivo famoso. Spesso arrivano addirittura a percepire la musica come irritante e sgradevole.
L’amusia congenita invece consiste in un deficit nell’elaborazione musicale. Le persone con questa patologia non sono in grado di elaborare l’altezza dei suoni. Ma cosa avviene nel cervello di chi ha un’amusia congenita?
Sono state fatte molte ricerche sui correlati neurali dell’amusia congenita (Peretz, 2008). Il problema sembra essere riconducibile ad un deficit funzionale del sistema fronto temporale destro, in cui la sostanza bianca, a livello del fascicolo arcuato destro, risulta ridotta.(Peretz, 2016).
Le difficoltà che si riscontrano in un amusico congenito riguardano un’incapacità di comprendere se chi sta cantando sia intonato o meno oppure si riferiscono ad una difficoltà nel riconoscere e cantare una melodia familiare senza l’aiuto delle parole. Più specificatamente l’amusia congenita consiste in un disturbo che impedisce di individuare deviazioni di altezza inferiori a due semitoni. Cionostante il cervello delle persone amusiche risponde ai cambiamenti di altezza, ma questo non dà luogo a nessun resoconto cosciente da parte dell’individuo.
Lo studio dell’amusia si dimostra interessante in quando indaga fino a che punto un’anomalia di connessione fra due sistemi integri dia luogo ad un disturbo di percezione, produzione e apprezzamento della musica.
Peretz I. e Duvan D. Prevalence of congenital amusia. (2016). BioRxiv, doi.org/10.1101/070961
Mag 29, 2020
Il trauma cranico lieve, compresa la commozione cerebrale, è molto più comune di quello che si pensi nei bambini e negli adolescenti, soprattutto per il fatto che tali fasce d’età sono quelle che più frequentemente fanno sport, cadono, e fanno incidenti stradali.
Ogni anno, negli Stati Uniti, vengono ricoverati in ospedale almeno 700 mila ragazzi da 0 a 19 anni con un trauma cranico, di cui l’80% circa sono lievi.
Il trauma cranico lieve è molto difficile da rilevare, in quanto spesso non è associato a una lesione cerebrale visibile agli esami neuroradiologici, e deve essere osservato con un’attenta valutazione clinica.
Le conseguenze cognitive…
Anche se è raro accedere alla valutazione cognitiva nei casi di trauma cranico lieve, alcune ricerche mostrano che, rispetto alle altre lesioni, è frequente che i sintomi possano essere persistenti, per esempio implicando numerose lamentele e disturbi legati alla sfera cognitiva, comportamentale ed emotiva, come per esempio mal di testa, difficoltà di concentrazione, apprendimento e malumore.
Se nella maggior parte dei casi i sintomi rientrano dopo qualche giorno, alcuni soggetti li sperimentano per una durata di anche 3 mesi.
. . .e psicologiche
I dati che mostrano un aumento di difficoltà comportamentali, psicologiche e psichiatriche nei bambini che hanno subito un trauma cranico lieve sono molto eterogenee.
Sembrerebbe che l’aumento dei sintomi sia prevalentemente legato ad alcuni fattori:
- il ricovero in ospedale
- l’età inferiore a 6 anni
- la presenza di traumi cranici multipli
- malattie psichiatriche preesistenti
Sicuramente è necessaria molta ricerca su questi fattori per capire con certezza se i traumi cranici, anche lievi, possano aumentare il rischio di sviluppare dei sintomi psicologici.
Biblografia
Emery, C. A., Barlow, K. M., Brooks, B. L., Max, J. E., Villavicencio-Requis, A., Gnanakumar, V., … & Yeates, K. O. (2016). A systematic review of psychiatric, psychological, and behavioural outcomes following mild traumatic brain injury in children and adolescents. The Canadian Journal of Psychiatry, 61(5), 259-269.