Nov 21, 2020
Gli anziani rappresentano la fascia di popolazione maggiormente a rischio di esiti gravi o infausti a causa del covid 19. Questo stato di cose, che ci sentiamo continuamente ripetere dai media negli ultimi mesi, ha contribuito ad aumentare lo stato di isolamento sociale tra le persone anziane.
In seguito a vari livelli di lockdown, infatti, gli anziani si sono trovati a dover rinunciare a tutte quelle attività che riempivano le loro vite: l’associazionismo, la. frequentazione delle Università della Terza Età, il volontariato, ma anche semplicemente la frequentazione di luoghi di aggregazione come i Centri anziani o i bar.
Ci siamo quindi chieste quali siamo gli effetti sulla salute fisica e psicologica dell’isolamento sociale dovuto al Covid 19 in questa fascia di popolazione.
Isolamento sociale e solitudine
Negli ultimi anni il mondo accademico che si occupa di geriatria ha posto l’attenzione ai concetti di solitudine, intesa come la percezione soggettiva di mancanza di relazioni significative e di isolamento sociale, riconoscendo l’esistenza un’emergenza globale tra gli anziani.
Circa un terzo delle persone anziane, infatti, risulterebbe esperire sentimenti di isolamento e solitudine, fattori che conducono a numerosi outcome negativi a livello di salute fisica e psicologica, oltre che peggiorare la qualità di vita e aumentare la mortalità prematura.
Sono ormai noti molti fattori che possono predisporre gli anziani a trovarsi soli, come per esempio: vivere da soli o in una comunità rurale, un povero stato funzionale, vedovanza, essere donna, basso reddito, bassa scolarità, perdite, depressione e sentirsi incompreso dagli altri.
Nella situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo e che impone una maggiore distanza sociale, diviene di fondamentale importanza tenere attentamente in considerazione questi fattori per la valutazione e l’aiuto delle persone anziane.
Durante il primo lockdown, gli operatori sanitari e sociali si sono trovati a dover ricorrere a numerose nuove strategie di intervento per non lasciare soli gli anziani, da cui si sono imparate delle preziose lezioni: è infatti sempre più evidente la necessità di valutare la solitudine e di predisporre degli interventi per combatterla.
Contatto sociale come fattore preventivo nelle demenze
È ormai risaputo, che l’isolamento sociale costituisca un fattore di aumento del rischio nello sviluppo di decadimento cognitivo.
Secondo il Report sulla prevenzione, intervento e cura delle demenze, aggiornato dalla Lancet Commission nel 2020, infatti, il contatto sociale (considerato un fattore protettivo) migliora la riserva cognitiva e stimola comportamenti salutari, mentre l’isolamento sociale, oltre a essere un fattore di rischio, costituisce un sintomo prodromico della demenza.
Per esempio, uno studio inglese ha rilevato che una buona socialità in persone con 60 anni è correlato con una diminuzione significativa del presentarsi di decadimento cognitivo 15 anni dopo.
Inoltre, anche se le evidenze sono poche, sembrerebbe che la facilitazione di incontri e gruppi di discussione in persone over60 sia associata al miglioramento del funzionamento cognitivo globale e all’aumento del volume cerebrale.
Covid-19 Social Connectivity Paradox
Un gran numero di persone anziane continua efficacemente a vivere la propria vita attivamente e a contatto con gli altri, partecipando ad attività di volontariato, prendendosi cura dei nipoti e di altri familiari in difficoltà, stando insieme ad amici e familairi.
La diffusione del Covid-19 però, ha condotto all’interruzione di tutte queste attività, a causa della necessità di protezione e di attuare il distanziamento sociale al fine di proteggersi da contagio.
Il paradosso consiste nel fatto che per proteggere la salute degli anziani, essi devono isolarsi, stare soli e svolgere meno attività, evitando di mettere in atto comportamenti che a loro volta andrebbero a migliorare la loro salute fisica e psichica.
Più nello specifico, il paradosso postula che all’aumentare del livello di interazione sociale di una persona anziana, essa si protegge dall’isolamento e dalla disconnessione sociale, ma aumenta il rischio di contrarre il covid 19; al contrario, se l’attivazione fisica e le interazioni con gli altri diminuiscono, l’anziano è più a rischio di isolamento e disconnessione ma si protegge dal contrarre il Covid 19.
Come uscire dal paradosso?
Secondo alcuni autori, un modo efficace per far fronte a questo circolo vizioso è sperimentare una “connettività. distanziata”, ossia favorire la socialità delle persone anziane attraverso telefono, computer e smartphone.
In effetti durante la pandemia si son sviluppati molti servizi che si avvalgono di questi strumenti tecnologici, sebbene in alcuni casi si debba far fronte con un po’ di diffidenza degli anziani e con il fatto che fino ad ora sono stati poco abituati all’utilizzo della tecnologia.
Anche noi che lavoriamo con questa fascia di popolazione, però, notiamo con piacere ancora una volta come molte persone over 65 siano sempre più disponibili a mettersi in gioco, sperimentando nuove forme di interazione.
Bibliografia
Berg-Weger, M., & Morley, J. E. (2020). Loneliness and social isolation in older adults during the Covid-19 pandemic: Implications for gerontological social work.
Livingston, G., Huntley, J., Sommerlad, A., Ames, D., Ballard, C., Banerjee, S., … & Costafreda, S. G. (2020). Dementia prevention, intervention, and care: 2020 report of the Lancet Commission. The Lancet, 396(10248), 413-446.
Sepulveda-Loyola, W., Rodríguez-Sánchez, I., Perez-Rodriguez, P., Ganz, F., Torralba, R., Oliveira, D. V., & Rodríguez-Mañas, L. (2020). Impact of social isolation due to COVID-19 on health in older people: Mental and physical effects and recommendations. The journal of nutrition, health & aging, 1-10.
Smith, M. L., Steinman, L. E., & Casey, E. A. (2020). Combatting Social Isolation Among Older Adults in a Time of Physical Distancing: The COVID-19 Social Connectivity Paradox. Frontiers in public health, 8, 403.
Nov 8, 2020
A tutti è capitato nella vita di sentirsi annoiati, ma in questo periodo in cui siamo costretti a casa, senza i nostri hobbies e passatempi, la noia è diventata una preoccupazione diffusa.
Ma cos’è esattamente la noia?
Secondo la definizione di Eastwood e collaboratori (2012), la noia è uno stato emotivo negativo che si verifica quando:
- non riusciamo a impegnare efficacemente la nostra attenzione su pensieri o stimoli esterni necessari a fare qualcosa di soddisfacente
- ci focalizziamo sul fatto di non essere in grado di impiegare la nostra attenzione e fare qualcosa di soddisfacente
- attribuiamo la causa di tutto ciò alle condizioni ambientali.
Quindi, tendiamo a pensare che la causa della noia sia la mancanza di stimoli e il contesto in cui ci troviamo. Spesso, però, la noia nasce dentro di noi e per superarla è necessario entrare in contatto con le nostre emozioni. In questo periodo di lockdown, possiamo quindi leggere il desiderio di molti di riempire ogni minuto della giornata per evitare la noia come un tentativo di evitare di entrare in contatto con se stessi, con la propria fragilità e preoccupazione circa la situazione attuale?
I risvolti positivi della noia
Tendiamo ad associare la noia a esperienze e sentimenti negativi, ma in realtà sembra che assecondare la noia possa avere un effetto positivo accrescendo immaginazione e ingegno!
Secondo uno studio condotto dalla University of Central Lancashire, infatti, le attività passive e noiose aumentano la creatività, mentre altre più attive possono ridurla. Vine quindi spontaneo chiedersi perché allora tendiamo a occupare ogni momento della giornata, proprio per non sentire la noia.
Per rispondere a questa domanda, è necessario fare un passo indietro e osservare la società in cui viviamo.
La nostra società, infatti, è iperconnessa e iperstimolata. in questo contesto, la noia corre il rischio di essere additata come segnale del fatto che non stiamo facendo niente di utile e la priorità diventa tenersi impegnati.
Dobbiamo, forse, imparare a immergerci nel momento presente e godere del nostro tempo libero. Non avere niente da fare può essere utile per imparare ad ascoltare noi stessi e scoprire cosa cerchiamo di nasconderci tenendoci impegnati.
Il diritto dei bambini di annoiarsi
Così come per gli adulti, anche per i bambini la noia non è sempre un problema da risolvere!
Anzi, c’è chi addirittura sostiene che i bambini dovrebbero avere il diritto di annoiarsi. I momenti senza impegni e programmi, infatti, permettono anche ai più piccoli di guardarsi dentro, di sperimentare l’inattività e di inventare e creare qualcosa da fare per superare la noia.
Essere in grado di trovare una soluzione da soli è fondamentale per la crescita dei bambini, è importante che non siano sempre gli adulti a fornire innumerevoli attività per tenerli impegnati.
Un momento di noia è l’occasione ideale per guidare i bambini ad allenare la loro creatività o a godersi il relax! Attraverso la noia i bambini possono imparare a diventare più autonomi, sperimentare la libertà e accrescere la loro responsabilità.
Ago 4, 2020
L’attenzione è una delle abilità cognitive di base, senza la quale faremmo fatica a portare a termine anche le attività più semplici della vita quotidiana. Abbiamo sostanzialmente due canali attraverso cui prestare attenzione: gli occhi e le orecchie. L’attenzione filtra quello che vediamo e che sentiamo lasciando passare le informazioni rilevanti e ignorando quelle al momento inutili.
Le componenti dell’attenzione
L’attenzione può essere scomposta in diverse componenti:
- attenzione divisa: entra in gioco quando stai facendo due cose contemporaneamente, come parlare mentre stai guidando
- attenzione selettiva: è la capacità di selezionare, tra tante, le informazioni rilevanti tralasciando le altre. Se siete in un ambiente affollato e rumoroso ma state chiacchierando con qualcuno riuscite a concentrarvi solo su quello ignorando quello che viene detto dagli altri!
- attenzione sostenuta: prestare attenzione a un’unica fonte di informazioni è una capacità fondamentale se stiamo seguendo una lezione a scuola!
Lo sviluppo dell’attenzione
L’adolescenza rappresenta un periodo di vita caratterizzato da profondi cambiamenti non solo a livello comportamentale, ma anche a livello cognitivo tanto che portano i ragazzi a raggiungere le modalità di pensiero, ragionamento e azione simili a quelle degli adulti.
In questo periodo della vita raggiunge, infatti, la completa maturazione un’area corticale particolare: la corteccia prefrontale. Si tratta del correlato neurale di diverse funzioni esecutive tra cui l’attenzione. Tali funzioni maturano lentamente durante l’infanzia e l’adolescenza e raggiungono livelli prestazionali analoghi a quelli adulti ad età diverse.
Verso i 14-15 anni alcune funzioni, come la capacità di inibire le risposte non pertinenti, hanno raggiunto la piena maturità funzionale, mentre altre come la capacità di pianificare vanno incontro ad ulteriori modificazioni fino alla giovane età adulta.
A livello comportamentale questa disparità di maturazione tra aree cerebrali e funzioni cognitive può riflettersi nel fatto che l’attivazione emotiva venga scarsamente controllata dalla cognizione. Questo disequilibrio è ritenuta una delle possibili cause dell’aumento della propensione al rischio in adolescenza.
L’attenzione sotto stress
“Ansia” è un termine comunemente usato per indicare una serie di reazioni fisiologiche, cognitive e comportamentali che si verificano in seguito alla percezione di uno stimolo ritenuto minaccioso.
L’ansia di per sé non è un fenomeno anormale, anzi ci prepara ad affrontare una data situazione aumentando il nostro stato di vigilanza e di attenzione sulle potenziali fonti di pericolo. Ci permette di focalizzare le risorse cognitive sulle azioni necessarie a prevenire, contenere o evitare situazioni potenzialmente spiacevoli o letali.
Se le cose stanno così allora qual è il problema di essere in ansia?
Accanto a quest’ansia fisiologica ne esiste anche una disfunzionale, di cui tutti prima o poi abbiamo fatto esperienza. Uno stato ansioso prolungato e in assenza di un reale pericolo ci mantiene in allerta continua e fa scattare campanelli d’allarme nel sistema attentivo che non è più sotto il nostro controllo volontario e fa fatica ad elaborare le informazioni.
In un certo senso l’ansia monopolizza le risorse cognitive che sono completamente assorbite dai segnali di allerta, la percezione che ne consegue è che il mondo sia pieno di difficoltà e pericoli di cui occuparsi! Stili di vita stressanti e periodi prolungati d’ansia hanno, quindi, un effetto negativo sulle nostre funzioni cognitive e fanno sì che sia molto più facile distrarsi, perdere la concentrazione e commettere errori!
Il neglect
Il neglect (o negligenza spaziale unilaterale) è stato descritto per la prima volta dal neurologo Russell Brain negli anni ’40 del secolo scorso.
Brain aveva osservato che i pazienti che avevano riportato delle lesioni al lobo parietale inferiore destro a causa di ictus, tumori o traumi avevano delle difficoltà a esplorare la porzione sinistra dello spazio o del loro stesso corpo.
Spesso questi pazienti non mangiano il cibo presente nella parte sinistra del piatto o non si radono la barba nella parte sinistra del viso. Tendono a perdersi nell’ambiente perché ignorano tutto quello che sta alla loro sinistra. La negligenza può riguardare particolari modalità sensoriali o tipi di stimolo, per esempio le parole. I pazienti con dislessia da negligenza non elaborano la parte sinistra della parola non riuscendo più, di conseguenza, a leggere.
È importante notare che non si tratta di deficit sensoriali o motori che riguardano il lato sinistro del corpo e dello spazio, cioè questi pazienti ci vedono e ci sentono benissimo e sono in grado di eseguire delle azioni verso quella parte di spazio. Sembra proprio che il neglect sia dovuto a un’incapacità di orientare attivamente l’attenzione verso lo spazio dal lato opposto a quello della lesione cerebrale.
Queste evidenza cliniche implicano che il lobo parietale destro sia particolarmente implicato nel controllo attentivo; lesioni simili del lobo parietale sinistro, infatti, non causano neglect analogo a destra. La causa più comune di negligenza spaziale unilaterale è l’ictus cerebrale e i deficit di attenzione sono evidenti fin da subito: di solito gli effetti tendono a risolversi in poche settimane o mesi ma nel caso di lesioni estese è importante impostare fin da subito un buon programma riabilitativo per facilitare il recupero!
L’ADHD
L’ADHD è un disturbo che esordisce durante il periodo dello sviluppo e sarebbe presente nel 5% circa dei bambini e nel 2.5% circa degli adulti. Si caratterizza per la presenza di un quadro di disattenzione e/o iperattività e impulsività che interferiscono con lo sviluppo e il funzionamento.
I bambini fanno estremamente fatica a rimanere concentrati su un compito, mancano di perseverazione, si distraggono con estrema facilità e non riescono ad organizzare il loro lavoro.
L’impulsività si manifesta attraverso comportamenti invadenti o la presa di decisioni importanti senza aver prima riflettuto sulle conseguenze a lungo termine. L’iperattività si riferisce a un’eccessiva attività motoria dei bambini: non riescono a stare fermi, tamburellano, sono particolarmente loquaci in momenti in cui questi comportamenti non sono appropriati.
Queste manifestazioni comportamentali devono presentarsi in più contesti, cioè non basta che i bambini siano irrequieti a scuola o quando si annoiano ma devono mostrare costanza nei sintomi in occasioni diverse.
L’ADHD, oltre a rappresentare un problema per il bambino stesso, costituisce una vera e propria sfida per la famiglia e la scuola. I genitori e gli insegnati spesso sono sono sconfortati e stressati perché impreparati nella gestione di questo tipo di comportamenti. Per questi motivi l’intervento deve sempre essere di tipo multimodale, deve cioè coinvolgere la scuola, la famiglia e il bambino stesso attraverso programmi psicoeducativi e terapeutici ad hoc per le singole situazioni.
Disturbo cognitivo lieve: quando il deficit è nell’attenzione
Nell’immaginario comune, quando si parla di demenza di pensa alla demenza di tipo Alzheimer dove la perdita della memoria è la preoccupazione maggiore.
In realtà, così come esistono diverse forme di demenza che coinvolgono domini cognitivi diversi, esistono altresì dei quadri clinici di transizione tra il normale invecchiamento e demenza: il decadimento cognitivo lieve (o mild cognitive impairment, MCI). Le persone con MCI hanno delle prestazioni ai test cognitivi più basse di quello che si aspetterebbe in base all’età e alla scolarizzazione, ma non così basse da interferire con le attività quotidiane.
Esiste, quindi, la possibilità che una persona possa cominciare a manifestare, per esempio, solo dei disturbi di natura attentiva in assenza di altri deficit: fa fatica a stare concentrato per tanto tempo, svolgere due compiti contemporaneamente diventa più impegnativo così come dedicarsi a una conversazione se contemporaneamente la tv è accesa.
È importante sottolineare che non tutte le persone a cui viene diagnosticato un MCI andranno incontro allo destino. In alcuni casi, i sintomi si mantengono stabili nel tempo, in altri, il deficit migliora o addirittura può regredire. Per questo è importante rivolgersi in caso di dubbi al proprio medico e sottoporsi a una valutazione neuropsicologica completa.
Ago 4, 2020
L’alimentazione è una delle basi della nostra salute fisica e psicologica. Il cibo, infatti, è legato molto strettamente con la nostra percezione di noi stessi e delle nostre emozioni, rappresentando fin dall’infanzia il premio per un comportamento adeguato o associandosi a momenti felici come le feste di compleanno o i ritrovi di famiglia. Addirittura alcuni famosi marchi di prodotti alimentari sfruttano questi effetti per le proprie campagne pubblicitarie.
Il cervello e i “cibi spazzatura”
Il nostro cervello e il nostro corpo sono in continua interazione con il mondo che ci circonda.
Vi è mai capitato di provare una fortissima voglia di sushi o di fastfood? Il motivo sta nel cervello!
Molti dei cibi “spazzatura”, infatti, contengono sostanze che oltre ad aumentarne il gusto, agiscono sui circuiti cerebrali come delle droghe. Una di queste sostanze è il glutammato monosodico, contenuto anche nella salsa si soia.
Poiché si attivano i circuiti della dopamina, più assumiamo questi cibi più ne sviluppiamo una tolleranza e di conseguenza aumenta la necessità di assumerne per sentirci soddisfatti. Inoltre, queste sostanze sbilanciano il senso di sazietà, portandoci dopo poche ore ad avere voglia di assumere altro cibo.
Se saltuariamente soddisfiamo questa insana voglia di cibo spazzatura non ci sono grandi conseguenze su mente e corpo, ma è importante stare attenti a non abusarne, per evitare conseguenze spiacevoli quali squilibri glicemici, depressione, insulino-resistenza, e via dicendo.
Funzioni esecutive e abbuffate
Le funzioni esecutive rappresentano un insieme di processi cognitivi necessari per il controllo del comportamento, mediando compiti come il decision-making, l’autocontrollo e l’inibizione dei comportamenti.
Le ricerche hanno indagato se l’inabilità di controllare il comportamento alimentare tipica del Binge Eating Disorder (BED) o Disturbo da Alimentazione Incontrollata possa essere una conseguenza di deficit nelle funzioni esecutive e come questo rapporto possa essere peggiorato dai sintomi depressivi.
Sono stati quindi confrontati i risultati ai test neuropsicologici di soggetti sani, pazienti con BED senza sintomi depressivi e pazienti con BED e sintomi depressivi moderato/gravi. I ricercatori hanno scoperto che i test neuropsicologici non differiscono tra i vari gruppi, ma che all’aumentare della sintomatologia depressiva peggiora la percezione delle proprie abilità esecutive nella quotidianità.
I risultati di questo studio mettono in evidenza l’importanza di prendere in considerazione oltre al comportamento alimentare in sneso stretto anche i disturbi psicologici ed emotivi che possono accompagnarlo per ottenere una prognosi migliore.
L’importanza delle sane abitudini alimentari dall’infanzia….
Il sovrappeso e l’obesità infantili rappresentano una delle maggiori problematiche legate alla salute del 21° secolo.
Si stima che nel mondo ci siano più di 42 milioni di bambini con meno di 5 anni obesi o in sovrappeso, numeri che cresceranno nei prossimi anni coinvolgendo sia i paesi sviluppati sia quelli in via di sviluppo.
Oltre alle conseguenze sulla salute fisica, una review condotta nel 2016 mostra come queste condizioni possano avere ripercussioni importanti anche sulla salute psicologica. Sovrappeso e obesità appaiono legati negativamente a disturbi psicologici come depressione, peggiore percezione della qualità di vita legata alla propria salute, disturbi comportamentali e psicologici e minore autostima durante l’infanzia.
I bambini sovrappeso sarebbero più a rischio di incorrere in problemi quali stigma, bullismo e prese in giro, che a loro volta avrebbero conseguenze negative sulla salute fisica ed emotiva.
Rimane però poco chiaro se le difficoltà psicologiche siano una causa o una conseguenze dei problemi legati al peso. Una buona pratica di prevenzione già da bambini sia potrebbe però influire positivamente sia sul comportamento alimentare sia sull’affettività.
…alla terza età
L’aumento esponenziale della popolazione anziana sta conducendo a migliorare le strategia per rimanere in salute sempre più a lungo.
Secondo i dati raccolti dal progetto “Passi d’argento”, il 60% degli individui tra i 65-74 anni, il 53% di coloro tra i 75 e gli 84 e il 42% degli over 85 sono sovrappeso/obesi.
Anche il modo di mangiare influenza la nostra salute, e in particolare l’età che avanza determina necessità differenti anche dal punto alimentare. Con il passare degli anni:
- il peso corporeo e la massa muscolare diminuiscono, rendendo necessari dei cambiamenti nel proprio stile alimentare.
- l’acuità sensoriale diminuisce con gli anni, ed è di fondamentale importanza comprendere come tali cambiamenti influiscano sulla percezione dei cibi.
- l’esperienza stessa della preparazione e del consume dei pasti si modifica a causa di barriere fisiche (disabilità) o fattori psicosociali (solitudine).
Promuovere un invecchiamento attivo e di salute attraverso la dieta è una tematica primaria nella società attuale e prevede il coinvolgimento di molte figure professionali.
Giu 25, 2020
Il gusto è estremamente importante nel guidarci nella scelta degli alimenti. Ci aiuta infatti a scartare quelli che possono essere tossici e a preferire quelli che contengono sostanze ricche di nutrienti.
E’ credenza comune che il senso del gusto sia un prodotto delle nostre esperienze e della nostra cultura, ma in realtà la genetica ha un peso considerevole.
Tra di noi vi sono infatti dei super-gustatori, ovvero quelle persone in grado di riconoscere ogni sfumatura, e dei non-gustatori che al contrario faticano a cogliere le sfumature dei sapori. La maggior parte delle persone si divide tra cattivi gustatori e normali gustatori ma esiste l’1% della popolazione che appartiene alla categoria dei super-gustatori.
Chi è un super gustatore?
Tendenzialmente sono donne europee. Ciò che contraddistingue un super gustatore è il numero di papille gustative nella misura di >30 per 100mm quadrati rispetto ai < 15 dei cattivi gustatori. Sono persone la cui percezione del gusto è così affinata che a volte faticano a mangiare cibi che in generale piacciono. Generalmente non amano sapori troppo intensi come quelli proposti dai fast food a differenza dei cattivi gustatori che prediligono gusti forti, speziati presenti spesso in cibi altamente calorici. Inoltre i super-gustatori sono coloro che notano anche minime differenze di sapore tra due alimenti o anche (cosa fondamentale nell’antichità) un piccolo cambiamento nel sapore di un cibo. Al tempo saper cogliere queste differenze era fondamentale per la sopravvivenza. Un gusto dolce indicava ed indica tuttora cibi ricchi di carboidrati e quindi ricchi di energia, il gusto salato segnalava la presenza di sale, permettendo quindi di regolarne l’assunzione in base alle effettive necessità. Al contrario il gusto acido e quello amaro mettevano in guardia nei confronti di alimenti andati a male o contenenti sostanze velenose.