Apr 2, 2021
Le funzioni esecutive: che cosa sono?
Le funzioni esecutive sono costituite dall’insieme di processi cognitivi superiori che pianificano, dirigono e supervisionano le funzioni di base come linguaggio, memoria e percezione per ottenere comportamenti orientati a uno scopo.
Le funzioni esecutive entrano in gioco per:
- pianificare una serie di azioni o movimenti
- raggiungere un obiettivo
- trattenerci dal mettere in atto comportamenti socialmente inadeguati
- egolare il nostro stato emotivo
La base neurale delle funzioni esecutive è costituita dai lobi frontali.
I lobi frontali sono tra le aree più giovani del cervello sia dal punto di vista filogenetico che ontogenetico. Infatti, sono le aree del cervello che raggiungono la maturità più tardi nel corso dello sviluppo e sono anche tra le ultime ad essersi sviluppate nel cervello dell’essere umano.
Un danno a queste aree può portare anche a gravi deficit a livello delle funzioni esecutive tanto da compromettere il funzionamento sociale o lavorativo dei pazienti.
Le funzioni esecutive: valutazione
Durante un’accurata valutazione neuropsicologica è necessario andare a verificare lo stato delle funzioni esecutive dei nostri pazienti.
Ma quali test usare?
Dato che non si tratta di una funzione unitaria ma di più processi diversi, bisognerà scegliere il test giusto in base a quello che si vuole valutare. Vediamone alcuni:
- Frontal Assessment Battery (FAB) è una batteria di screening veloce da somministrare che permette di valutare la funzionalità esecutiva globale. Può costituire un primo step a cui far seguire una testistica più specifica in base ai deficit rilevati.
- Torre di Londra. Il test è stato ideato per misurare la capacità di mettere in atto processi di decisione strategica e di pianificare soluzioni efficaci tese alla risoluzione di un compito.
- Wisconsin Card Sorting Test e Weigl’s Sorting Test sono due test che permettono di valutare le capacità di categorizzazione e di flessibilità cognitiva, cioè la capacità di cambiare schema comportamentale in risposta ad un feedback.
- Matrici Progressive di Raven. Permettono di valutare le capacità di ragionamento astratto su stimoli visivi.
- Test di Stroop. Valuta la capacità di inibire risposte precedentemente apprese e di controllare l’effetto di interferenza di stimolo irrilevanti.
Le funzioni esecutive: riabilitazione
In seguito a una valutazione neuropsicologica abbiamo rilevato la presenza di un deficit a carico delle funzioni esecutive. Cosa comporta a livello di riabilitazione cognitiva?
Un danno a livello esecutivo può impattare sulle altre funzioni cognitive in due modi:
- può compromettere a cascata l’integrità di altre abilità che non hanno subito un danno specifico. Un paziente facilmente distraibile e con scarse abilità di pianificazione, infatti, farà fatica a ricordarsi le cose anche se la memoria non è stata intaccata dalla lesione.
- Può interferire con la riabilitazione di altre abilità che hanno subito un danno specifico. Un paziente afasico con concomitante deficit esecutivo avrà difficoltà a rimanere concentrato sulla riabilitazione del linguaggio.
La riabilitazione cognitiva, quindi, non può prescindere dall’integrità delle funzioni esecutive o dal recupero delle stesse. Nell’impostare un programma riabilitativo sarà, dunque, necessario tener conto delle problematiche a livello esecutivo costruendo le sedute di riabilitazione cognitiva intorno alle esigenze e difficoltà dei pazienti.
Feb 20, 2021
La figura dello psicologo è trasversale a molti contesti in quanto focus del suo sapere è il comportamento umano.
La psicologia del marketing, ad esempio, si concentra sullo studio dei comportamenti di consumo. La psicologia delle organizzazioni si occupa invece dell’analisi psicologica del comportamento degli individui e dei gruppi in relazione al funzionamento delle organizzazioni.
Ecco come nell’ambito della comunicazione e del marketing le competenze psicologiche siano molto ricercate perché in grado di dare una lettura più ampia ai processi in atto.
Come afferma il dottor Igor Graziato (psicoterapeuta consulente e formatore aziendale) lo psicologo, all’interno delle organizzazioni, è spesso un abile problem solver. Riesce infatti a risolvere determinati problemi perché in grado di comprendere e di avere una visione d’insieme delle caratteristiche formali e non di un determinato contesto.
Vediamo ora quali sono le nuove opportunità per gli psicologi
Ai settori tradizionali come la selezione del personale, la valutazione del potenziale delle risorse, la formazione delle soft skills, oggi gli psicologi possono aggiungere un nuova area d’intervento legata alla gestione delle nuove tecnologie. Più aumenta la componente tecnologica più diventa fondamentale il fattore umano, come sottolinea il dottor Graziato, durante il terzo talk di Nepsi. Gli psicologi possono essere protagonisti della trasformazione digitale. Formandosi sulle nuove tecnologie possono offrire il loro supporto per una corretta gestione degli strumenti. Durante la pandemia, ad esempio, abbiamo avuto modo di cogliere come un eccesso di informazioni e di dati risultino confusivi. Sono dunque necessarie pianificazione e organizzazione per ottimizzare al meglio il rapporto tra uomo e macchina.
Le competenze dello psicologo possono adattarsi a molteplici contesti: oltre a quelli del marketing classico in cui tale figura può essere utile per comprendere e orientare le comunicazioni commerciali, anche i contesti di marketing legati agli ambiti culturali, possono beneficiare della sua presenza.
Lo psicologo può fare molto in termini di comunicazione, basti pensare a quanto sarebbe stato prezioso il suo contributo nei primi momenti della pandemia quando, una comunicazione più mirata, avrebbe potuto evitare determinate polarizzazioni nei comportamenti delle persone.
Pertanto lo psicologo che vuole ampliare i propri ambiti di intervento se sarà in grado di mantenersi al passo con le innovazioni tecnologiche, in un processo di continua formazione, potrà sperimentarsi in nuovi contesti di lavoro.
Feb 7, 2021
Tra le psico-patologie dei giorni nostri sono sempre più presenti le dipendenze senza sostanze.
A differenza delle classifiche dipendenze come quella da alcol, da cannabis, da oppiacei, qui l’oggetto della dipendenza è un comportamento, generalmente socialmente accettato. Si parla infatti di attività lecite come navigare su internet, fare shopping, lavorare, fare sport.
Valleur e Matysiak parlano di malattie emblema della postmodernità. L’uomo si è sentito sempre più disorientato all’interno di una cultura caratterizzata dell’estremo allargamento dei confini e da una sempre più crescente complessità sociale. Venendo a mancare dei solidi punti di riferimento, l’uomo postmoderno si autoinduce stati di trance che non sono altro che rifugi mentali, in cui vivere realtà parallele.
Generalmente questi comportamenti passano inosservati proprio perché vengono considerati “normali”; aspetto che porta a sottostimarne l’incidenza.
Come riconoscere una dipendenza comportamentale?
Una dipendenza comportamentale si definisce sulla base di precisi criteri:
- La preminenza intesa come quel comportamento che tende ad assumere la maggiore rilevanza nella vita della persona, a discapito di altri pensieri, sentimenti e azioni;
- L’influenza sul tono dell’umore che riguarda le conseguenze emotive del comportamento di dipendenza;
- La tolleranza che riguarda l’intensificarsi del comportamento per indurre effetti sufficientemente intensi;
- I sintomi da astinenza che riguardano gli stati d’animo o le conseguenze fisiche spiacevoli;
- II conflitto interpersonale derivato dalla dipendenza instauratasi;
- La recidiva che riguarda la presenza di ricadute plurime dopo le fasi di sospensione.
Che cosa accomuna una dipendenza comportamentale alle forme tipiche della dipendenza?
Le dipendenze comportamentali, così come quelle da sostanze, si caratterizzano per il fatto che l’individuo non possa fare a meno di qualcosa (sostanza) o perché gli venga impossibile rinunciare a qualcosa (comportamento) senza sperimentare un disagio.
Come nelle dipendenze da sostanze, all’inizio si crede di avere il controllo della situazione e di potersi fermare quando lo si vuole, solo successivamente ci si vede sopraffatti dall’oggetto della dipendenza.
Gen 10, 2021
Con l’avvento degli smartphone e lo sviluppo della tecnologia, il mondo online è diventato sempre più una costante nelle nostre vite. Negli ultimi mesi, poi, complice la necessità di distanziamento sociale, anche chi ancora era diffidente si è dovuto adattare e l’incontro online è diventata una costante nella quotidianità.
Si sono spostate online la scuola, le visite mediche, la psicoterapia, i convegni, le lezioni di yoga, i corsi di fitness, e chi più ne ha più ne metta. Ma se è vero che l’identità di un essere umano si costituisce nel mondo e nella relazione con l’altro, cosa accade se il mondo diventa il web e la relazione è mediata da uno schermo?
L’incontro online
In particolare, vogliamo porre l’attenzione a un aspetto fondamentale del nostro lavoro di psicologhe e psicoterapeute: l’incontro con la persona. Cosa cambia nell’incontro online, rispetto al classico colloquio in presenza?
In realtà, sono già parecchi anni che gli psicologi svolgono terapie online, addirittura negli anni 50 si era aperto un dibattito sull’efficacia della psicoanalisi telefonica! Appurato che la modalità a distanza esiste già da parecchio tempo, quello su cui dovremmo interrogarci è se qualcosa cambia nella relazione tra terapeuta e paziente.
Sebbene si possano ravvedere delle differenze, anche dovute alla mancanza effettiva di una corporeità, tra incontro online e offline, è sempre necessario calare la questione in un contesto e in un preciso momento storicamente situato.
Nella nostra ottica, di terapeute nate e cresciute in un mondo digitale, l’incontro online differisce davvero poco rispetto a quello in presenza: questo tipo di incontro fa parte da sempre della nostra vita. Nel momento in cui parliamo di relazione, però, bisogna considerare che si è sempre (almeno) in due e quindi non va mai trascurato l’effetto che questa modalità può avere sui nostri pazienti.
Per approfondire questo tema, vi lasciamo i link di due interviste a Paolo Migone e Giancarlo Dimaggio, pubblicate sul sito Psicologia Fenomenologica nel periodo di marzo-aprile.
👉 https://tinyurl.com/yxla22f6
👉 https://tinyurl.com/y3u8th7q
L’efficacia delle psicoterapie online
Uno dei dubbi più frequenti rispetto ai colloqui psicologici online è che non siano efficaci tanto quanto quelli resi di persona. Lo scetticismo nei confronti della modalità online appare ingiustificato alla luce della mole dei dati riguardo l’efficacia degli interventi mediati dalle nuove tecnologie prodotta dalla ricerca scientifica degli ultimi anni.
Una revisione di Andersson pubblicata nel 2016 sulla rivista Clinical Psychology Review ha raccolto i risultati degli ultimi 15 anni di ricerca sull’argomento. Gli interventi psicoterapici e psicologici condotti attraverso internet sono risultati essere efficaci per moltissime condizioni sintomatologiche e psichiatriche in oltre 100 studi randomizzati controllati.
Gli psicologi, quindi, dovrebbero cominciare a offrire più frequentemente questo tipo di servizi, poiché permettono l’accesso al trattamento a persone per cui sarebbe estremamente difficile venire in studio di persona. Pensiamo per esempio alle persone con disabilità motoria o alle persone che per lavoro viaggiano molto o sono costrette a trasferirsi o ancora a quelle persone che vivono in luoghi più isolati in cui c’è una ristretta offerta di servizi. La terapia o la consulenza online sono convenienti anche dal punto di vista economico sia per i pazienti che per il professionista data la riduzione di tempi e costi (meno spostamenti, meno costi di affitto degli studi e di conseguenza consulenze meno care).
La didattica a distanza (DAD)
Nel mese di marzo, improvvisamente le attività scolastiche si sono spostate online, attraverso la ormai famosissima didattica a distanza distanza, o DAD. Questo repentino cambiamento delle abitudini di migliaia di studenti, ha aperto anche la discussione su numerose preoccupazioni circa i possibili effetti negativi sull’apprendimento e sulla socializzazione del remote schooling.
Ad oggi, è passato ancora troppo tempo per poter determinare le conseguenze della didattica a distanza sull’apprendimento dei bambini e ragazzi, ma un’indagine condotta in molti paesi europei nelle scuole di primo e secondo grado ha mostrato che molti dei bambini e ragazzi coinvolti è riuscita a svolgere le lezioni online, interagendo con gli insegnanti o (anche se a livelli diversi) e che molti genitori hanno supportato i figli con attività didattiche aggiuntive.
In generale, la ricerca rileva una effettiva preoccupazione diffusa, soprattutto nei genitori, per gli effetti della pandemia sull’educazione. Un altro dato interessante che emerge da questo studio è la necessità espressa dalle famiglie di ricevere un. supporto psicologico per i propri figli.
Gen 10, 2021
Come da previsioni dei mesi scorsi, con l’arrivo dell’autunno siamo entrati nella seconda ondata di Covid19.
Per capire come affrontarla, dobbiamo per prima cosa trovare il senso narrativo di quello che sta succedendo, calandolo nell’individualità di ognuno di noi. L’effetto della pandemia, infatti, non può essere comune per tutti e il significato di ciò che ci succede va rintracciato proprio nell’unicità di ognuno di noi, alla luce del nostro modo di fare esperienza, della nostra storia personale e dei progetti che a causa dell’emergenza abbiamo interrotto o abbiamo visto cambiare.
Il senso di sospensione
La sospensione in cui la pandemia ci ha catapultati ci ha costretti a sentirci, a metterci davanti a una serie di interrogativi sulla nostra vita, mettendo in discussione la nostra esistenza. In questo contesto, ansia e depressione (a quanto pare gli stati psicopatologici più comunemente osservati) assumono un significato differente, personale e in fin dei conti adattivo, in quanto strettamente associati a momenti di vita difficili. Ciò che sembra caratterizzare più nel profondo la sofferenza legata alla pandemia è proprio la messa in discussione la nostra identità, che non è più sorretta dalla frenesia quotidiana.
Pandemic Fatigue
A settembre 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha osservato l’emergere graduale nella popolazione europea dei segni di uno stato di demotivazione rispetto ai comportamenti protettivi raccomandati. Questo stato è detto Pandemic Fatigue e sta incidendo su emozioni, #esperienze e #percezioni, oltre che portare a una scarsa efficacia delle restrizioni.
La Pandemic Fatigue è una risposta normale e prevedibile a una situazione prolungata di crisi sanitaria, quando le sue conseguenze incidono fortemente sulla vita quotidiana. Nella prima fase della crisi, infatti, la maggior parte delle persone ha adottato una serie di stati mentali e comportamenti per affrontare una situazione altamente stressante e di pericolo acuto, ma temporalmente limitata.
Nel momento in cui però la crisi si è prolungata, le prospettive sono cambiate e la demotivazione è il risultato. La minaccia percepita del virus è diminuita, in quanto ci siamo abituati alla sua presenza e nonostante il fatto che i dati epidemiologici non vanno in questa direzione. Nello stesso tempo, tale situazione fa percepire la mancanza di efficacia delle misure restrittive, che diventano un costo eccessivo rispetto al beneficio percepito. Inoltre, un incarnato impulso di autodeterminazione e libertà cresce se le restrizioni continuano per molto tempo.
È stato quindi pubblicato un documento di supporto (revisionato a novembre 2020) per la realizzazione di key strategies a livello nazionale e locale per mantenere e migliorare il pubblico supporto nella prevenzione del #covid19:
- Comprendere le persone: raccogliere evidenze per strutturare politiche, interventi e comunicazione su misura
- Permettere alle persone di vivere le proprie vite, ma riducendo i rischi: a lungo termine restrizioni ad ampio raggio non sono fattibili
- Coinvolgere le persone come parte della soluzione: bisognerebbe trovare il modo di coinvolgere individui e comunità a tutti i livelli
- Riconoscere e affrontare le difficoltà vissute dalle persone e il profondo impatto che la pandemia ha sulle loro vite.
Fonti
WHO, 2020, Pandemic fatigue Reinvigorating the public to prevent COVID-19, disponibile su https://tinyurl.com/y6o95kr9
Raffaele Vanacore, 2020, Vivere la seconda ondata, disponibile su https://www.psicologiafenomenologica.it/articolo/vivere-seconda-ondata/