Mag 15, 2020
L’oggettivazione sessuale è la valutazione di un individuo solo per la sua funzione sessuale, rappresentandone solo le parti del corpo tipicamente erotiche: glutei, seno, inguine.
Nei media, essa è presente ogniqualvolta una donna viene rappresentata in modi erotici vicino agli oggetti da pubblicizzare: per esempio una ragazza semi-nuda e in pose sensuali che indossa un orologio, un gioiello o una automobile.
L’Italia ricopre un triste primato, in quanto è una delle nazioni in cui la pubblicità è più sessiste al mondo: le donne vengono spesso rappresentate come sessualmente disponibili.
Conseguenze dell’oggettivazione sessuale
È un problema se una donna vuole mostrarsi in modo erotico? Assolutamente no!
ll problema emerge nel momento in cui i media fornisco quasi esclusivamente questo modello di donna: nel 2006 il 53% delle donne era muta, il 46% associata a temi inerenti il sesso, la moda la bellezza, solo il 2% a temi sociali o professionali.
Queste rappresentazioni, veicolando significati sociali, concorrono al rafforzamento degli stereotipi di genere, che sono già enormemente radicati nella nostra cultura. Tali immagini danneggiano sia le donne (e bambine) sia gli uomini, in quanto contribuiscono a peggiorare i rapporti tra i generi.
Adolescenza: la costruzione dell’identità
L’adolescenza è un periodo della vita in cui l’influenza dei modelli imposti dalla società e dal gruppo dei pari è molto forte. È il momento di passaggio in cui le ragazze passano dall’infanzia alla vita adulta, strutturando la propria personalità e la propria identità
È facile capire come una rappresentazione femminile di questo genere, in una società in cui l’educazione di genere è già di per sé molto carente, possa contribuire alla diffusione di un modello di donna-oggetto: questo si traduce da parte dei compagni maschi, alla valutazione della donna prevalentemente sulla base degli attributi fisico-sessuali; a livello soggettivo, invece, le ragazze impareranno a vedere se stesse come oggetti, valutandosi attraverso il desiderio suscitato.
La mancata corrispondenza a questi stereotipi femminili, inoltre, porta a sperimentare una sensazione di inadeguatezza tale da causare un peggioramento del benessere psico-fisico.
Bibliografia
Martini SA (Ed). (2020) Voci di donna. Il complesso intreccio tra psicologia e femminismo. Edizioni underground
Mag 14, 2020
Gli stereotipi di genere che caratterizzano il nostro contesto sociale e culturale pongono delle grandi limitazioni alle donne per quanto riguarda lo sviluppo di obiettivi lavorativi coerenti con la loro preparazione.
Come si manifestano queste limitazioni?
Si è sempre libere di scegliere di stare a casa ad accudire i propri figli?
In ambiente di lavoro come vengono percepite le donne in alte posizioni?
Maternità e lavoro
Secondo un Rapporto Istat sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, nella fascia d’età tra i 18 e i 64 anni sono oltre 10 milioni i genitori con figli minori di 15 anni e la responsabilità della loro cura grava nella maggior parte dei casi sulle donne, che risultano penalizzate nel mondo del lavoro.
Il tasso di occupazione delle madri è, infatti, molto inferiore sia rispetto a quello dei padri, soprattutto se i bambini hanno meno di 6 anni, sia rispetto a quello delle donne senza figli. Le differenze tra donne che lavorano sono molto accentuate a livello territoriale: nel sud italia sono molte di più le donne inoccupate. Anche il titolo di studio è una variabile importante, in quanto tra le madri laureate l’80% lavora, a fronte del 34% tra le donne con la licenza media. Il divario con le donne senza figli scende da 21 punti percentuali se il titolo di studio è basso a 3,7 punti se pari o superiore alla laurea.
Nel momento in cui si hanno dei figli, i cambiamenti nell’attività lavorativa riguardano quasi esclusivamente le madri, di cui il 50% interrompe la propria attività. Nel momento in cui invece riprendono a lavorare, moltissime riferiscono difficoltà nel conciliare l’accudimento dei figli, soprattutto se piccoli, con gli orari lavorativi. A questo consegue una rimodulazione del lavoro, (che riguarda il 38 3 % delle madri a fronte dell’11,% dei padri) che consiste nella diminuzione o del cambiamento delle ore.
Gli stereotipi di genere, che spesso agiscono implicitamente, conducono le famiglie (e le donne stesse) a creare la narrazione di se stesse come prevalentemente donne-madri, unico ruolo che le renderebbe complete nella propria identità.
La leadership è donna?
Le donne fanno molta fatica ad affermarsi ad alti livelli lavorativi, tanto che è stato coniato il termine leadership labyrinth per indicare il tortuoso percorso che devono affrontare per arrivare in posizioni di responsabilità.
Se abbiamo chiarito che non esistono differente cognitive e innate, come mai avviene questo?
Anche nel momento in cui una donna riesca ad affermarsi in una buona posizione lavorativa, è difficile per gli altri riconoscerle come leader, proprio perché il “ruolo di leader” e il “ruolo di donna” corrispondono a stereotipi molto diversi tra loro nell’immaginario comune.
La continua adesione al modello che gli altri e il mondo hanno scritto per noi, può addirittura condurre a vivere delle esperienza di vita in cui non siamo i protagonisti del racconto, ma solo i personaggi, con conseguente perdita dell’autenticità della propria esperienza. Il problema emerge soprattutto quando l’adesione alla strada tracciata da altri diventa fondamentale per il mantenimento del nostro senso di stabilità personale, per sentirci noi stessi.
Mag 12, 2020
Il termine “demenza” indica una serie di sindromi caratterizzate dalla progressiva perdita delle abilità cognitive e funzionali. Ce ne sono diverse, a seconda della patologia cerebrale sottostante. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia ci sono più di un milione di persone affette da patologie neurodegenerative. Circa 3 milioni sono invece i familiari coinvolti nella loro cura.
Gender gap: le donne che si prendono cura
I caregiver sono coloro che si prendono cura di una persona non autosufficiente. Secondo il World Alzheimer Report del 2013 la maggior parte dei caregiver sono donne.
Assistere un familiare con una demenza è a tutti gli effetti un lavoro non retribuito, che può arrivare a occupare circa 20 ore la settimana. Spesso queste persone, con un’età che va dai 45 ai 60 anni circa, non si prendono cura solo del genitore (o suocero, o familiare) anziano, ma sono chiamate a provvedere ai bisogni dei figli, magari adolescenti, e a gestire la propria attività lavorativa. Tale fetta di popolazione è definita Sandwich Generation, perché si trova schiacciata tra le necessità di diverse generazioni.
Nel caso della demenza, la complessità dell’assistenza di un malato è molto elevata, e spesso il caregiver, soprattutto se è un membro della famiglia, non è preparato ad assolvere questo compito. Tale situazione può condurre a sperimentare un intenso carico psico-fisico, chiamato caregiver burden.
Questo disagio emotivo spesso è legato strettamente al ruolo che si viene chiamati a ricoprire: si può sperimentare l’ansia di non fare la cosa giusta nell’assistenza, oppure si può temere di non dedicare abbastanza tempo ai figli e al proprio lavoro. Frequentemente, non si ha abbastanza tempo per sé, per svolgere attività piacevoli e legate all’interazione sociale. Il carico di lavoro dedicato alla cura può portare alla diminuzione o addirittura all’abbandono della propria attività lavorativa, sperimentando un senso di perdita di prospettive e di obiettivi che può condurre a sintomi depressivi.
Le caregiver donna, inoltre, sono più a rischio di sperimentare sia il caregiver burden, sia lo stigma relativo all’essere un caregiver. Una delle spiegazioni potrebbe essere l’ingente carico di altre responsabilità nell’ambito familiare, oltre che a un approccio alla cura più orientato all’utilizzo di strategie di resilienza emotivamente focalizzate (Kahn et al., 2016).
Il motivo per cui nella stragrande maggioranza dei casi sono le donne a farsi carico delle esigenze familiari è, come sempre, culturale: già da bambine, impariamo l’arte dell’accudimento e della comprensione. Se in una famiglia qualcuno deve rinunciare all’attività lavorativa, quasi sempre è la donna, anche a fronte delle minori possibilità di guadagno.
Bibliografia
Kahn, P. V., Wishart, H. A., Randolph, J. S., & Santulli, R. B. (2016). Caregiver stigma and burden in memory disorders: an evaluation of the effects of caregiver type and gender. Current gerontology and geriatrics research, 2016.
Prince, M. J., Prina, M., & Guerchet, M. (2013). World Alzheimer report 2013: Journey of caring: an analysis of long-term care for dementia. Alzheimer’s Disease International.
Mag 12, 2020
Il gioco è un’attività chiave nello sviluppo dei più piccoli. Attraverso tale esperienza, infatti, i bimbi acquisiscono numerose competenze cognitive, emotive e sociali. Inoltre, esso contribuisce fortemente allo sviluppo dell’identità di genere: la scelta dei giochi “da maschio” o da “femmina” è operata dagli adulti che accudiscono il bambino e proietta su di esso tutte le aspettative legate ai ruoli di genere.
Ieri abbiamo visto come il diverso insegnamento delle materie scientifiche può contribuire allo sviluppo di interessi differenti.
Può succedere anche con i giochi?
Identità e ruolo di genere
Quando si parla di identità di genere ci si riferisce alla relazione tra il proprio sesso biologico e i vissuti relativi ad esso. Il ruolo di genere, invece, è costituito dalle aspettative che le altre persone hanno rispetto ai comportamenti “appropriati” di un maschio o di una femmina.
Il ruolo di genere viene appreso tra i 3 e i 7 anni, attraverso l’apprendimento di ciò che è considerato caratteristico del proprio genere.
I principali luoghi di questo tipo di apprendimento sono la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari, e soprattutto gli adulti condizionano il modo di comportarsi di bimbi in modo che si conformino alle norme sociali previste per il loro genere.
Giochi da maschio e giochi da femmine
Entrando in un negozio di giocattoli per bambini è molto facile identificare il reparto femmine e quello dedicato ai maschi. Il primo è caratterizzato dalla presenza di giochi pensati per indurre una maggiore espressione emotiva, proponendo loro attività in cui ci si prende cura degli altri (bambole, accessori per la cucina) o di se stesse (trucchi, vestiti).
Nel reparto dei maschietti, invece, troveremo per lo più giochi che tendono a valorizzare la competizione e l’aggressività (supereroi, guerra) oppure a svolgere alcune attività (palle, giochi scientifici).
Spesso i bambini si adattano a questi stereotipi, chiedendo loro stessi i giochi che noi adulti riteniamo più adatti. Come si spiega questo comportamento?
Già da molto piccoli, impariamo ch verremo maggiormente apprezzati dagli altri se confermeremo le loro aspettative: chider e utilizzare i giocattoli “giusti” è un ottima strategia per farsi accontentare dai grandi (per esempio è molto più facile che un genitore sia propenso ad acquistare una bambola a Giovanna piuttosto che a Luca) e per essere accettati nel gruppo dei pari.
Quali giochi proporre quindi?
Ogni bambino, maschio o femmina che sia, dovrebbe essere lasciato libero di esplorare qualsiasi attività trovi interessante.
Proporre ai piccoli giochi pensati per entrambi i generi, contribuisce allo sviluppo di una serie di capacità emotive, cognitive e relazionali che dovrebbero essere trasversali alle persone e non legati al proprio genere!
Bibliografia
Martini SA (Ed). (2020) Voci di donna. Il complesso intreccio tra psicologia e femminismo. Edizioni underground
Mag 11, 2020
Le differenze nel modo in cui vengono trattati uomini e donne e i ruoli sociali ad essi richiesti sono spesso giustificati asserendo che esistono delle diversità a livello di strutture cerebrali, che darebbero luogo all’esistenza di un “cervello maschile” e un “cervello femminile”. Secondo questa posizione, l’esistenza di due categorie così distinte a livello cerebrale si rifletterebbe in tutta una serie di caratteristiche comportamentali, cognitive, psicologiche, relative agli atteggiamenti e alla personalità tipicamente maschili e femminili.
In Europa, per esempio, la maggior parte dei laureati in materie tecnico-scientifiche (com per esempio ingegneria, matematica, biologia, ecc.) sono uomini.
È possibile che ciò accada perché i maschi sono più “portati” per questo tipo di materie, mentre le femmine sono maggiormente propense a condurre studi in ambiti quali la psicologia, l’educazione che generalmente conducono a svolgere lavori dii cura della persona.
Insegnare la scienza
Già ben prima dell’età scolare, per esempio, i bambini sono esposti a tematiche scientifiche in modo informale attraverso il web, la tv, le visite ai musei e le attività che svolgono con i propri genitori.
Alcuni studi evidenziano che, al momento dell’inizio della scuola, i bambini possiedono già delle teorie scientifiche ingenue, per spiegare eventi ed entità biologici, psicologici, fisici e geologici. Lo sviluppo di tali teorie dipende in larga parte da come negli ambienti quotidiani i genitori hanno affrontato tematiche relative alla spiegazione della struttura causale di eventi e fenomeni. La modalità in cui i genitori favoriscono la spiegazione di tal relazioni, può facilitare di molto lo sviluppo delle abilità scientifiche e di risoluzione dei problemi.
È stato dimostrato che i genitori, però, sono più propensi a fornire spiegazioni scientifiche durante le visite ai musei ai bambini maschi rispetto alle femmine, già dall’età di 1-3 anni. Questo comportamento, probabilmente inconsapevole, favorisce la creazione di un gap di genere, che porterà le bambine a partire svantaggiate quando inizieranno la scuola.
Le differenze evidenziate nello spiegare argomenti scientifici permane anche durante gli anni di scuola: già negli anni ’90 sono stati eseguiti molti studi che osservavano come le conversazioni insegnante-studenti fossero diverse a seconda del genere: gli insegnanti incoraggiano molto più spesso i maschi nel fare domande, commenti integrativi e spiegare il proprio pensiero.
Sebbene probabilmente questo atteggiamento è frutto dell’applicazione di stereotipi inconsapevoli, conduce i maschi allo sviluppo di una conoscenza concettuale della scienza più approfondita, che sfocia in un maggior interesse nella prosecuzione degli studi in tale ambito.
Cervello maschile e femminile
Abbiamo visto che le differenti propensioni per la scienza di maschi e femmine derivano almeno in parte da come fin da piccoli si viene educati. Anche a livello cerebrale, non sembra esistere una netta differenza tra “cervello maschile” e “cervello femminile”.
Daphna Joel e il suo team, infatti, hanno studiato attraverso la risonanza magnetica funzionale le immagini cerebrali di 1400 individui, mostrando come le caratteristiche della sostanza bianca, della sostanza grigia e delle connessioni cerebrali fossero sostanzialmente sovrapposte tra i due generi. Secondo questi ricercatori, difficilmente esistono cervelli che si situano ai poli del continuum femminile-maschile, ma le caratteristiche cerebrali degli individui si distribuirebbero “a mosaico”.
Pochi mesi dopo questa diatriba, nel novembre 2016, è apparsa una review sul Journal of Neuroscience Research, a cura di Anna Grabowska, che tentava di sistematizzare i vari risultati.
Secondo questa autrice esistono effettivamente alcune differenze strutturali tra maschi e femmine, ma non tutte darebbero luogo a caratteristiche comportamentali distinte, quanto piuttosto potrebbero essere la conseguenza delle diverse richieste sociali.
In conclusione, più che da una propensione innata o dal differente funzionamento cerebrale e cognitivo, le differenze nello studio delle materie scientifiche sono più efficacemente spiegate dal modo in cui fin da piccoli, maschi e femmine vengono spinti a interessarsi a ciò che culturalmente, a scuola e in famiglia, noi adulti riteniamo più adatto a loro.
Bibliografia
Crowley, K., Callanan, M. A., Tenenbaum, H. R., & Allen, E. (2001). Parents explain more often to boys than to girls during shared scientific thinking. Psychological Science, 12(3), 258-261.
Grabowska, A. (2017). Sex on the brain: Are gender‐dependent structural and functional differences associated with behavior?. Journal of Neuroscience Research, 95(1-2), 200-212.
Joel, D., Berman, Z., Tavor, I., Wexler, N., Gaber, O., Stein, Y., … & Liem, F. (2015). Sex beyond the genitalia: The human brain mosaic. Proceedings of the National Academy of Sciences, 112(50), 15468-15473.