Mag 12, 2020
Il termine “demenza” indica una serie di sindromi caratterizzate dalla progressiva perdita delle abilità cognitive e funzionali. Ce ne sono diverse, a seconda della patologia cerebrale sottostante. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia ci sono più di un milione di persone affette da patologie neurodegenerative. Circa 3 milioni sono invece i familiari coinvolti nella loro cura.
Gender gap: le donne che si prendono cura
I caregiver sono coloro che si prendono cura di una persona non autosufficiente. Secondo il World Alzheimer Report del 2013 la maggior parte dei caregiver sono donne.
Assistere un familiare con una demenza è a tutti gli effetti un lavoro non retribuito, che può arrivare a occupare circa 20 ore la settimana. Spesso queste persone, con un’età che va dai 45 ai 60 anni circa, non si prendono cura solo del genitore (o suocero, o familiare) anziano, ma sono chiamate a provvedere ai bisogni dei figli, magari adolescenti, e a gestire la propria attività lavorativa. Tale fetta di popolazione è definita Sandwich Generation, perché si trova schiacciata tra le necessità di diverse generazioni.
Nel caso della demenza, la complessità dell’assistenza di un malato è molto elevata, e spesso il caregiver, soprattutto se è un membro della famiglia, non è preparato ad assolvere questo compito. Tale situazione può condurre a sperimentare un intenso carico psico-fisico, chiamato caregiver burden.
Questo disagio emotivo spesso è legato strettamente al ruolo che si viene chiamati a ricoprire: si può sperimentare l’ansia di non fare la cosa giusta nell’assistenza, oppure si può temere di non dedicare abbastanza tempo ai figli e al proprio lavoro. Frequentemente, non si ha abbastanza tempo per sé, per svolgere attività piacevoli e legate all’interazione sociale. Il carico di lavoro dedicato alla cura può portare alla diminuzione o addirittura all’abbandono della propria attività lavorativa, sperimentando un senso di perdita di prospettive e di obiettivi che può condurre a sintomi depressivi.
Le caregiver donna, inoltre, sono più a rischio di sperimentare sia il caregiver burden, sia lo stigma relativo all’essere un caregiver. Una delle spiegazioni potrebbe essere l’ingente carico di altre responsabilità nell’ambito familiare, oltre che a un approccio alla cura più orientato all’utilizzo di strategie di resilienza emotivamente focalizzate (Kahn et al., 2016).
Il motivo per cui nella stragrande maggioranza dei casi sono le donne a farsi carico delle esigenze familiari è, come sempre, culturale: già da bambine, impariamo l’arte dell’accudimento e della comprensione. Se in una famiglia qualcuno deve rinunciare all’attività lavorativa, quasi sempre è la donna, anche a fronte delle minori possibilità di guadagno.
Bibliografia
Kahn, P. V., Wishart, H. A., Randolph, J. S., & Santulli, R. B. (2016). Caregiver stigma and burden in memory disorders: an evaluation of the effects of caregiver type and gender. Current gerontology and geriatrics research, 2016.
Prince, M. J., Prina, M., & Guerchet, M. (2013). World Alzheimer report 2013: Journey of caring: an analysis of long-term care for dementia. Alzheimer’s Disease International.
Mag 12, 2020
Il gioco è un’attività chiave nello sviluppo dei più piccoli. Attraverso tale esperienza, infatti, i bimbi acquisiscono numerose competenze cognitive, emotive e sociali. Inoltre, esso contribuisce fortemente allo sviluppo dell’identità di genere: la scelta dei giochi “da maschio” o da “femmina” è operata dagli adulti che accudiscono il bambino e proietta su di esso tutte le aspettative legate ai ruoli di genere.
Ieri abbiamo visto come il diverso insegnamento delle materie scientifiche può contribuire allo sviluppo di interessi differenti.
Può succedere anche con i giochi?
Identità e ruolo di genere
Quando si parla di identità di genere ci si riferisce alla relazione tra il proprio sesso biologico e i vissuti relativi ad esso. Il ruolo di genere, invece, è costituito dalle aspettative che le altre persone hanno rispetto ai comportamenti “appropriati” di un maschio o di una femmina.
Il ruolo di genere viene appreso tra i 3 e i 7 anni, attraverso l’apprendimento di ciò che è considerato caratteristico del proprio genere.
I principali luoghi di questo tipo di apprendimento sono la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari, e soprattutto gli adulti condizionano il modo di comportarsi di bimbi in modo che si conformino alle norme sociali previste per il loro genere.
Giochi da maschio e giochi da femmine
Entrando in un negozio di giocattoli per bambini è molto facile identificare il reparto femmine e quello dedicato ai maschi. Il primo è caratterizzato dalla presenza di giochi pensati per indurre una maggiore espressione emotiva, proponendo loro attività in cui ci si prende cura degli altri (bambole, accessori per la cucina) o di se stesse (trucchi, vestiti).
Nel reparto dei maschietti, invece, troveremo per lo più giochi che tendono a valorizzare la competizione e l’aggressività (supereroi, guerra) oppure a svolgere alcune attività (palle, giochi scientifici).
Spesso i bambini si adattano a questi stereotipi, chiedendo loro stessi i giochi che noi adulti riteniamo più adatti. Come si spiega questo comportamento?
Già da molto piccoli, impariamo ch verremo maggiormente apprezzati dagli altri se confermeremo le loro aspettative: chider e utilizzare i giocattoli “giusti” è un ottima strategia per farsi accontentare dai grandi (per esempio è molto più facile che un genitore sia propenso ad acquistare una bambola a Giovanna piuttosto che a Luca) e per essere accettati nel gruppo dei pari.
Quali giochi proporre quindi?
Ogni bambino, maschio o femmina che sia, dovrebbe essere lasciato libero di esplorare qualsiasi attività trovi interessante.
Proporre ai piccoli giochi pensati per entrambi i generi, contribuisce allo sviluppo di una serie di capacità emotive, cognitive e relazionali che dovrebbero essere trasversali alle persone e non legati al proprio genere!
Bibliografia
Martini SA (Ed). (2020) Voci di donna. Il complesso intreccio tra psicologia e femminismo. Edizioni underground
Mag 11, 2020
Le differenze nel modo in cui vengono trattati uomini e donne e i ruoli sociali ad essi richiesti sono spesso giustificati asserendo che esistono delle diversità a livello di strutture cerebrali, che darebbero luogo all’esistenza di un “cervello maschile” e un “cervello femminile”. Secondo questa posizione, l’esistenza di due categorie così distinte a livello cerebrale si rifletterebbe in tutta una serie di caratteristiche comportamentali, cognitive, psicologiche, relative agli atteggiamenti e alla personalità tipicamente maschili e femminili.
In Europa, per esempio, la maggior parte dei laureati in materie tecnico-scientifiche (com per esempio ingegneria, matematica, biologia, ecc.) sono uomini.
È possibile che ciò accada perché i maschi sono più “portati” per questo tipo di materie, mentre le femmine sono maggiormente propense a condurre studi in ambiti quali la psicologia, l’educazione che generalmente conducono a svolgere lavori dii cura della persona.
Insegnare la scienza
Già ben prima dell’età scolare, per esempio, i bambini sono esposti a tematiche scientifiche in modo informale attraverso il web, la tv, le visite ai musei e le attività che svolgono con i propri genitori.
Alcuni studi evidenziano che, al momento dell’inizio della scuola, i bambini possiedono già delle teorie scientifiche ingenue, per spiegare eventi ed entità biologici, psicologici, fisici e geologici. Lo sviluppo di tali teorie dipende in larga parte da come negli ambienti quotidiani i genitori hanno affrontato tematiche relative alla spiegazione della struttura causale di eventi e fenomeni. La modalità in cui i genitori favoriscono la spiegazione di tal relazioni, può facilitare di molto lo sviluppo delle abilità scientifiche e di risoluzione dei problemi.
È stato dimostrato che i genitori, però, sono più propensi a fornire spiegazioni scientifiche durante le visite ai musei ai bambini maschi rispetto alle femmine, già dall’età di 1-3 anni. Questo comportamento, probabilmente inconsapevole, favorisce la creazione di un gap di genere, che porterà le bambine a partire svantaggiate quando inizieranno la scuola.
Le differenze evidenziate nello spiegare argomenti scientifici permane anche durante gli anni di scuola: già negli anni ’90 sono stati eseguiti molti studi che osservavano come le conversazioni insegnante-studenti fossero diverse a seconda del genere: gli insegnanti incoraggiano molto più spesso i maschi nel fare domande, commenti integrativi e spiegare il proprio pensiero.
Sebbene probabilmente questo atteggiamento è frutto dell’applicazione di stereotipi inconsapevoli, conduce i maschi allo sviluppo di una conoscenza concettuale della scienza più approfondita, che sfocia in un maggior interesse nella prosecuzione degli studi in tale ambito.
Cervello maschile e femminile
Abbiamo visto che le differenti propensioni per la scienza di maschi e femmine derivano almeno in parte da come fin da piccoli si viene educati. Anche a livello cerebrale, non sembra esistere una netta differenza tra “cervello maschile” e “cervello femminile”.
Daphna Joel e il suo team, infatti, hanno studiato attraverso la risonanza magnetica funzionale le immagini cerebrali di 1400 individui, mostrando come le caratteristiche della sostanza bianca, della sostanza grigia e delle connessioni cerebrali fossero sostanzialmente sovrapposte tra i due generi. Secondo questi ricercatori, difficilmente esistono cervelli che si situano ai poli del continuum femminile-maschile, ma le caratteristiche cerebrali degli individui si distribuirebbero “a mosaico”.
Pochi mesi dopo questa diatriba, nel novembre 2016, è apparsa una review sul Journal of Neuroscience Research, a cura di Anna Grabowska, che tentava di sistematizzare i vari risultati.
Secondo questa autrice esistono effettivamente alcune differenze strutturali tra maschi e femmine, ma non tutte darebbero luogo a caratteristiche comportamentali distinte, quanto piuttosto potrebbero essere la conseguenza delle diverse richieste sociali.
In conclusione, più che da una propensione innata o dal differente funzionamento cerebrale e cognitivo, le differenze nello studio delle materie scientifiche sono più efficacemente spiegate dal modo in cui fin da piccoli, maschi e femmine vengono spinti a interessarsi a ciò che culturalmente, a scuola e in famiglia, noi adulti riteniamo più adatto a loro.
Bibliografia
Crowley, K., Callanan, M. A., Tenenbaum, H. R., & Allen, E. (2001). Parents explain more often to boys than to girls during shared scientific thinking. Psychological Science, 12(3), 258-261.
Grabowska, A. (2017). Sex on the brain: Are gender‐dependent structural and functional differences associated with behavior?. Journal of Neuroscience Research, 95(1-2), 200-212.
Joel, D., Berman, Z., Tavor, I., Wexler, N., Gaber, O., Stein, Y., … & Liem, F. (2015). Sex beyond the genitalia: The human brain mosaic. Proceedings of the National Academy of Sciences, 112(50), 15468-15473.
Mag 10, 2020
Nel 2006 ho impostato la mia tesina di maturità sul tema del neofemminismo.
Ho inserito nel mio lavoro la storia del movimento, l’analisi del testo Dalla parte delle bambine, pubblicato nel 1973 da Elena Gianini Belotti, di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf e della figura di Simone De Beauvoir per le lingue inglese e francese.
In fondo, però, a 18 anni ero convinta che al giorno d’oggi, negli anni 2000, noi non dovessimo più scontrarci con questo genere dii problemi. Da tempo ormai ho perso questa illusione, e durante questa quarantena ho iniziato ad approfondire l’argomento degli stereotipi di genere, e di quanto il mondo sia costruito a misura d’uomo.
Negli ultimi 10 giorni, poi, sono girate sui social alcune notizie: la prima, tratta da un articolo del Corriere della Sera, mostra i risultati di un’intervista condotta alla popolazione italiana e danese sul rapporto tra cura dei figli e lavoro.
Ciò che lascia molto perplessi nell’osservare questa immagine è che anche le donne stesse ritengono che la vita lavorativa non sia conciliabile con l’essere una figura materna significativa e che, se è necessario scegliere, è la madre che dovrebbe rimanere a casa ad accudire i figli.
Il colpo finale, però, l’ho avuto leggendo il post di una collega, che mostra i dati annuali circa il reddito degli psicologi, ricavato dalla presentazione del bilancio annuale di ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi), che mostra comea fronte dell’84% dei professionisti donne, in media gli uomini guadagnano di più (24.117€ vs 16.826€).
Perché accade tutto ciò, se le donne sono mediamente più istruite, rappresentando il 60% dei laureati?
Gli stereotipi di genere
Gli stereotipi di genere costituiscono fondamentalmente degli ostacoli che l’ambiente pone davanti a una donna nel perseguire la propria affermazione personale.
Essi possono agire conducendo una donna a sperimentare un’incongruenza tra le proprie aspettative e i propri progetti e la cultura in cui è immersa, o peggio ancora, possono essere così radicati da influenzare in modo invisibile la costruzione dei propri progetti e desideri.
In generale, un stereotipo può essere concepito come una scorciatoia di pensiero che, fornendoci dei modelli sul mondo e sugli altri, ci indica cosa aspettarci anche da noi stessi.
Nel caso specifico dello stereotipo di genere, esso costituiscono una “narrazione dominante, un copione che semplifica la realtà e le aspettative che ogni uomo e ogni donna si pone sulle questioni di genere“, generalizzando e attribuendo “caratteristiche, desideri, inclinazioni e comportamenti a donne e uomini, senza considerare la specificità e unità della persona“, facendo riferimento esclusivamente al genere di appartenenza (tratto da “Voci di Donna. Il complesso intreccio tra psicologia e femminismo, pag. 92).
Stereotipi di genere in ottica fenomenologica: la limitazione delle possibilità
Nell’ottica fenomenologica, l’identità di un individuo prende forma a partire dal mondo in cui esso vive, nel quale si dispiega la storia personale di ognuno di noi. Il contesto in cui viviamo costituisce una comune rete di rimandi, che permette di condividere il senso e il significato di ciò che accade nella quotidianità (Liccione, 2011). Il proprio senso di stabilità personale emerge dalla congruenza della propria esperienza con la narrazione che si fa di se stessi. L’identità personale, inoltre, è da vedersi in ottica temporale: si fonda sui nostri progetti di vita ed è tanto più stabile quanto ci progettiamo coerentemente con le nostre possibilità nel mondo.
In un mondo interpretato al maschile, in cui predominano gli stereotipi di genere, le donne esperiscono una contrazione delle proprie possibilità nel mondo, a seconda dei limiti imposti dalla cultura dominante.
La donna stessa, infatti, condivide (magari anche implicitamente) il contesto storico-culturale in cui è immersa, e potrà progettarsi solo alla luce delle aspettative legate al genere.
Ecco quindi perché nel 2020 abbiamo ancora bisogno dei movimenti femministi: per poter creare un mondo in cui le possibilità di vita di ognuno possano aprirsi senza limitazioni legate al genere di appartenenza.
Bibliografia
Martini SA (Ed). (2020) Voci di donna. Il complesso intreccio tra psicologia e femminismo. Edizioni underground
Liccione, D. (2011). Psicoterapia cognitiva neuropsicologica. Bollati Boringhieri.
Ricoeur, P. (1988). Tempo e racconto (Vol. 165). Editoriale Jaca Book.
Ricoeur, P. (1993). Sé come un altro (Vol. 325). Editoriale Jaca Book.
Mag 8, 2020
Eccesso. Questa è la parola d’ordine nel documentario Tiger King. Traffici illeciti, una ricerca sfrenata di soldi e la presenza costante di droghe, danno vita ad una grama rappresentazione del genere umano.
Vediamo più da vicino la tematica delle dipendenze. Sappiamo che esistono due tipologie: la dipendenze fisica e quella psicologica.
- Per dipendenza fisica si intende quel cambiamento del nostro cervello in termini di sensazioni piacevoli e spiacevoli a seguito dell’utilizzo ripetuto di una droga. I sintomi dell’astinenza sono la conseguenza di questo cambiamento e causano tremori, dolori e nausea.
- Per dipendenza psicologica si intende quel bisogno incontrollabile di utilizzare una certa sostanza col fine di modificare il proprio umore.
Sono numerosissime le sostanze d’abuso e i loro effetti, a seconda dei casi, sono sedativi o stimolanti. Tra le sostanze più comuni troviamo la cocaina, l’alcool, l’eroina, gli allucinogeni, gli inalanti, gli oppiacei ma anche le metamfetamine, il tabacco, gli steroidi, l’MDMA e la marijuana.
Tutte le sostanze che vengono assunte in eccesso attivano direttamente il sistema cerebrale di ricompensa. L’attivazione di questo sistema è così intensa che le normali attività possono venire trascurate. I meccanismi farmacologici attraverso i quali ciascuna classe di sostanze produce una ricompensa sono differenti.
Secondo il DSM 5, un disturbo da uso di sostanze rappresenta “un pattern problematico di uso della sostanza che porta a disagio o compromissione clinicamente significativi”.
E’difficile rintracciare delle cause univoche ma sicuramente giocano un ruolo importante i fattori di rischio che si possono suddividere in biologici, ambientali e di sviluppo. Ad esempio individui con livelli inferiori di autocontrollo, che possono riflettere compromissioni dei meccanismi cerebrali inibitori, possono essere particolarmente predisposti a sviluppare disturbi da uso di sostanze. Ma anche persone con una storia familiare di dipendenze o la mancanza di un supporto familiare possono influenzare la probabilità di sviluppare una dipendenza.
Come trattare una dipendenza?
Innanzitutto bisogna interrompere l’assunzione della sostanza, facendo molta attenzione affinché non si verifichino della ricadute. Esistono diversi approcci tra trattamenti farmacologici e di psicoterapie evidence based. A seconda del paziente e della sostanza può essere scelto un trattamento rispetto ad un altro o si può optare per una loro combinazione.
Mag 7, 2020
In Tiger king si parla di animali, di grossi felini tenuti in cattività all’interno di zoo privati. Tra gli allevatori intervistati Carole Banski mostra la sua totale dedizione per le tigri in ogni contesto della sua vita. Nemmeno l’arredo o il suo abbigliamento tradiscono la sua passione, quella che viene raccontata come la sua ragione di vita.
Quando l’amore per il proprio animale può diventare l’espressione di un malessere sottostante?
Si chiama pet addiction quella condizione di asservimento psicologico e fisico nei confronti del proprio animale domestico. Prestare cure e attenzioni ai proprio amici a quattro zampe (e non solo) è doveroso ma quando questi gesti diventano espressione di un legame eccessivamente simbiotico?
Vediamo qui di seguito alcuni fattori:
- Sperimentare una forte angoscia quando non si è in compagnia del proprio animale;
- Non riuscire ad allontanarsi da lui anche se per poco tempo (anche solo per poche ore);
- Avere bisogno di stare sempre a contatto con lui tenendolo in braccio o dormendoci insieme;
- Dedicare numerose attenzioni all’animale tanto da rispondere immediatamente ad ogni suo segnale.
Questi atteggiamenti devono metterci in guardia quando assumono un’intensità tale da non farci vivere serenamente, quando il nostro mondo finisce con il ruotare esclusivamente attorno al nostro fedele amico.
In relazione al rapporto patologico tra uomo e animale troviamo nel DSM 5, all’interno dei disturbi ossessivo-compulsivo, l’accumulo di animali. In questo caso avere un gran numero di animali porta spesso all’impossibilità di fornire loro standard minimi di nutrizione, di igiene e di cure veterinarie. La maggior parte delle persone che accumula animali vivono in condizioni antigieniche che possono essere una conseguenza di spazi ingombri.
Perché si accumulano animali?
Cercando di trovare un senso a questa particolare tipologia di accumulo ci vengono in mente due considerazioni sul piano affettivo.
La prima è sul versante del controllo : L’animale ti vuole bene incondizionatamente. L’uomo sa quindi di esercitare un controllo su questa affettività;
La seconda riguarda la moltitudine: Avere tanti animali significa poter distribuire il proprio affetto. Nel caso sfortunato in cui qualcuno di loro dovesse morire, ci si può quindi consolare con gli altri.