Mag 28, 2020
Secondo il modello bio-psico-sociale la progressione del quadro clinico della Malattia di Alzheimer, seppur caratterizzato da un quadro clinico generale comune, è strettamente dipendente da alcuni fattori caratterizzanti la persona, come fattori psicologici, la storia di vita, le preferenze personali e le relazioni sociali.
Abbiamo parlato di numerosi fattori di rischio che possono aumentare la probabilità di sviluppare una forma dementigena, ma cosa si sa rispetto all’occupazione che abbiamo svolto durante la vita?
La riserva cognitiva
Il nostro cervello è un organo molto plastico e questa proprietà gli consente di modificarsi in base alle esperienze che facciamo durante il corso della vita.
In particolare, secondo gli studi di Stern (2002; 2009; 2012) la riserva cognitiva consiste nello sviluppo di network neuronali aggiuntivi rispetto a quelli innati per lo svolgimento di alcuni compiti. Tali network, consentirebbero di mettere in atto strategie alternative per svolgere un determinato compito, nel momento in cui il cervello dovesse essere danneggiato a causa di una patologia quando i processi legati all’invecchiamento ne ne modificano la funzionalità.
Lo svolgimento di una data occupazione, costituisce certamente una delle esperienze di vita che contribuiscono allo sviluppo della riserva cognitiva.
Lavoro e Alzheimer
Già all’inizio degli anni ’90 è stato osservata l’associazione tra lo svolgimento di lavori manuali e un maggiore rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer (Fratiglioni et al., 1993) e altri numerosi studi hanno legato il minor impegno cognitivo durante il lavoro svolto principalmente nel corso della vita con un peggiore stato cognitivo da anziani.
Uno studio condotto nel 2003 (Qui et al., 2003) ha confermato l’associazione tra maggior rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer e aver svolto un lavoro manuale, in particolare nella produzione di beni a livello industriale. Nello specifico, alcuni dei lavori presi in esame sono stati sarti, costruttori di case e operai del settore, fabbricanti di mobili e falegnami, tecnici meccanici, formatori, tipografi, saldatori e metalmeccanici
Tale associazione sarebbe più forte per le donne, nel gruppo di “anziani giovani” e con un basso livello di istruzione.
Secondo gli autori, tale risultato potrebbe essere legato in parte ai cambiamenti che sono avvenuti dopo gli anni ’50 nelle industrie, e che hanno condotto a una maggiore esposizione a sostanze inquinanti, ritenute neurotossiche. Inoltre, le categorie di lavoratori prese in esame corrispondono a coloro con un livello più basso di reddito, fattore che è risultato negli anni legato a peggiori condizioni di vita generali e a una maggiore adesione a comportamenti non salutari come fumo, consumo di alcolici e minori interazioni psicosociali.
Bibliografia
Fratiglioni L, Ahlbom A, Viitanen M, Winblad B. 1993. Risk factors for late-onset Alzheimer’s disease: A population-based, case-control study. Ann Neurol 33:258–266
Qiu, C., Karp, A., von Strauss, E., Winblad, B., Fratiglioni, L., & Bellander, T. (2003). Lifetime principal occupation and risk of Alzheimer’s disease in the Kungsholmen project. American journal of industrial medicine, 43(2), 204-211.
Stern, Y. (2002). What is cognitive reserve? Theory and research application of the reserve concept. Journal of the international neuropsychological society, 8(3), 448-460.
Stern, Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia, 47(10), 2015-2028.
Stern, Y. (2012). Cognitive reserve in ageing and Alzheimer’s disease. The Lancet Neurology, 11(11), 1006-1012.
Mag 28, 2020
Quante volte ci siamo sentiti dire, o abbiamo detto a qualcuno, questa frase?
La prevenzione è importantissima anche nell’ambito delle patologie neurodegenerative. Se per le demenze, infatti, non esistono cure, è ormai sempre più certo che uno stile di vita sano e attivo dell’esistenza di una persona è il fattore chiave per diminuire in maniera consistente il rischio di sviluppare un decadimento cognitivo da anziani.
E farlo a poco a poco, attuando dei piccolo cambiamento durante tutto l’arco di vita, quindi già in giovane età è la chiave per una prevenzione efficace!
Fattori di rischio e fattori di protezione
In base a numerosi fattori concomitanti nella vita di un individuo è più o meno probabile che egli si ammalerà di demenza.
I fattori di rischio e protezione, però, non devono essere intesi come “cause” o “scudi” certi per lo sviluppo di una patologia.
La presenza di un fattore di rischio, infatti, non significa che sicuramente si svilupperà una malattia, ma ne aumenta la probabilità. Nello stesso modo, un fattore protettivo diminuisce la probabilità di ammalarsi.
La cosa interessante, è che se sono presenti più di un fattore di rischio, le loro percentuali non si sommano semplicemente, ma accresce in modo esponenziale la probabilità di sviluppare il disturbo.
Come prevenire efficacemente
Secondo la Lancet Commission (Livingston et al., 2017) già durante i primi anni nella nostra vita possiamo adottare comportamenti che ci proteggono. Infatti, nel corso della vita, ben il 35% dei fattori di rischio per le patologie neurodegenerative sono potenzialmente modificabili. Ecco i fattori su cui possiamo lavorare, divisi per fasce d’età e con la percentuale di cui aumentano la probabilità di sviluppo di una demenza
Giovinezza:
Mezza età
- Perdita di udito 9%
- Ipertensione 2%
- Obesità 1%
Anzianità
- Fumo 5%
- Depressione 4%
- Inattività fisica 3%
- Scarsa socialità 2%
- Diabete 1%
In che modo la prevenzione protegge?
La prevenzione di fattori di rischio elencati sopra agisce su tre fattori:
- Riduce danno cerebrale
- Riduce infiammazione cerebrale
- Ottimizzazione della riserva cognitiva
In conclusione, è necessario sottolineare che sebbene sia importante agire già precocemente per attuare uno stile di vita sano e attivo, non è mai troppo tardi per cambiare alcune abitudini negative, riducendo così l’esposizione a fattori di rischio che possono condirre a sviluppare una patologia neurodegenerativa.
Mag 25, 2020
Parliamo spesso anche su questo sito delle manifestazioni sintomatologiche della Malattia di Alzheimer (AD).
Meno spesso, però, ci occupiamo di descrivere quelli che sono i cambiamenti osservabili nel cervello delle persone che ne soffrono, anche se è molto importante conoscere queste modificazioni che costituiscono la causa dei sintomi che vediamo.
Il cervello della persona malata di Alzheimer
I sintomi e i segni che tutti noi vediamo quando incontriamo una persona affetta dalla Malattia di Alzheimer sono causati da alcuni cambiamenti che avvengono negli anni a livello cerebrale e che secondo le più recenti evidenze sembrano avvenire parecchio tempo prima rispetto alla manifestazione dei sintomi, tanto da essere arrivati a definire l’esistenza di una fase preclinica della malattia.
Al contrario, però, è anche ormai evidente che è possibile alla morte trovare segni della Malattia di Alzheimer anche in individui i quali non hanno manifestato alcun sintomatologia durante la vecchiaia. Secondo alcuni studi, questi ultimi individui sarebbero stati “protetti” dalla propria riserva cognitiva, cioè da quelle connessioni che si sarebbero sviluppate nel corso della vita grazie a uno stile di vita sano e attivo a livello cognitivo, fisico e sociale.
In questo senso la “Malattia di Alzheimer” non è sempre coincidente con la patologia presente a livello cerebrale.
Neuropatologia della Malattia di Alzheimer
Tra le lesioni cerebrali caratteristiche dell’AD, i grovigli neurofibrillari e le placche senili sono considerati essenziali per la diagnosi neuropatologica.
I grovigli neurofibrillari sono causati dal malfunzionamento della proteina tau, che conduce alla creazione di questi “nodi” che impediscono il corretto passaggio delle informazioni tra i neuroni. All’inizio della malattia, i grovigli sono rilevabili principalmente nelle strutture limbiche del cervello, per poi essere osservabili anche nella corteccia associativa, in alcuni nuclei subcorticali o in regioni del tronco encefalico. A seconda dello stadio della malattia, è possibile osservare precisi posizionamenti dei grovigli, che influenzano l’avanzamento della sintomatologia.
La seconda componente fondamentale del cambiamento neuropatologico della malattia di Alzheimer sono le placche senili. Queste ultime sono dei depositi extracellulari dei peptidi beta-amiloide, cioè un frammento di proteina con effetto tossico sul funzionamento cerebrale.
Bilbiografia
Hyman, B. T., Phelps, C. H., Beach, T. G., Bigio, E. H., Cairns, N. J., Carrillo, M. C., … & Mirra, S. S. (2012). National Institute on Aging–Alzheimer’s Association guidelines for the neuropathologic assessment of Alzheimer’s disease. Alzheimer’s & Dementia, 8(1), 1-13.
Mag 16, 2020
Le difficoltà finanziare possono condurre a una totale perdita di speranza, ma con le giuste soluzioni economiche e psicologiche pre prevenire il suicidio è possibile risollevarsi.
Nel periodo dal 2012 al 2018, in Italia ci sono stati 937 suicidi per motivazioni economiche, oltre a 661 tentati suicidi. Un totale di 1598 persone che hanno pensato di non avere più speranza di risollevare la propria situazione finanziaria (dati tratti dall’Osservatorio “Suicidi per motivazioni economiche”, coordinato dalla Link Campus University).
Eppure, in Italia dal 2012 vige una la legge n. 3/2012, detta appunto “legge antisuicidio”, che nasce in seguito alle tristi conseguenze della crisi finanziaria del 2008-2010, in cui già si erano osservati numerosi suicidi per motivazioni economiche.
Purtroppo tali misure non sono abbastanza conosciute tra la popolazione, e molte persone che si trovano in difficoltà non sono a conoscenza della possibilità di applicare le giuste soluzioni economiche e psicologiche per prevenire i suicidi e uscire dallo stato di crisi.
In che cosa consiste la legge antisuicidio? Perché è così importante conoscerla? E perché ne parliamo in un blog di psicologia?
La legge antisuicidio
L’obiettivo della legge antisuicidio (e delle successive modifiche) è creare le condizioni affinché cittadini, negozianti, piccoli imprenditori, liberi professionisti ecc., abbiano la possibilità di uscire da una situazione di blocco finanziario, risolvendo il proprio stato di crisi o di insolvenza, chiamato in termini tecnici sovraindebitamento.
Per sovraindebitamento si intende la situazione di chi è impossibilitato a sostenere i propri impegni economici e a rimborsare finanziamenti o altri debiti. Esso può derivare dall’eccessivo ricorso alla rateizzazione degli acquisti, oppure da imprevisti dovuti alle condizioni del mercato globale, di salute, familiari (Camera di Commercio odi Milano).
Le procedure previste dalla legge antisuicidio, oltre a essere fondamentali per il risanamento economico, hanno una grandissima valenza sociale, in quanto sono dirette a chi non avrebbe la possibilità di accedere alle classiche misure (per es. fallimento, concordato preventivo, ecc.), permettendo loro di risanare la propria situazione economica e riacquistare un ruolo attivo nell’economia.
L’importanza di questa legge consiste proprio nel fatto di non essere rivolta a grandi società, ma ai cittadini comuni e ai lavoratori autonomi (piccoli imprenditori e liberi professionisti) che si trovano in situazioni di difficoltà finanziaria.
Crisi economiche: le conseguenze psicosociali
La crisi, denominata Grande Recessione, che ha colpito l’economia americana ed europea a partire dal 2007 è stata la peggiore crisi economica globale dopo la Grande Depressione del 1929 (Mattei et al., 2019).
Come abbiamo detto sopra, tra il 2012 e il 2018 l’Osservatorio Suicidi per motivazioni economiche ha rilevato 1598 casi di suicidi o tentati suicidi. L’Osservatorio sottolinea come le caratteristiche del fenomeno siano mutate negli anni, coinvolgendo fasce differenti di popolazione e in particolare coinvolgendo sempre più persone disoccupate o soggetti che pur avendo un lavoro soffrono per precarietà e instabilità lavorativa ed economica. Inoltre, i dati mostrano un aumento anche degli anziani, che non riescono fronteggiare le spese quotidiane con la pensione.
Sono stati quindi analizzati gli effetti della situazione economica sulla salute, rilevando come non sia la crisi di per sé a produrre uno stato di fragilità psicologica e sociale, ma la carenza di un sistema di welfare in grado di farvi fronte, e in particolare le scelte governative mirate all’austerity al posto dell’implemento di programmi attivi per il mercato del lavoro (Stuckler & Basu, 2013).
Alcuni studi mostrano come in particolare in Italia, la crisi economica abbia aumentato le problematiche di salute quali i disturbi ischemici cardiologici, la mortalità per problematiche cardiovascolari, il consumo di nicotina. Inoltre si è registrato un maggior consumo di farmaci più economici e un aumento del comportamento di binge drinking, accompagnato dall’utilizzo di alcolici più scadenti (Mattei et al., 2019).
E quali saranno le conseguenze del lockdown?
Il lockdown presumibilmente avrà delle conseguenze economiche addirittura peggiori rispetto alla Grande Recessione, almeno secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale.
In particolare, molti tra attività medio-piccole e lavoratori rischiano di perdere il lavoro, o comunque di registrare una forte contrazione delle proprie entrate economiche, a fronte di spese rimaste immutate. Oltre alle conseguenze psicologiche derivanti dal prolungato isolamento sociale, molto probabilmente ci troveremo a fronteggiare difficoltà emotive legate alla perdita o alla dimunuzione del lavoro.
Abbiamo già parlato dei risvolti della disoccupazione, che includono conseguenze a livello professionale, sociale e personale. Nella nostra società, infatti, il lavoro non è soltanto un’occupazione, ma spesso contribuisce a plasmare la nostra identità, a definirci come persone. Se il lavoro va male, quindi, andremo incontro a sperimentare un evento di vita stressante, dovuto alla perdita non solo del nostro sostentamento, ma anche dei benefici ad esso connessi, quali autostima, status sociale e contatti interpersonali.
Oltre alla perdita vera e propria del lavoro, però, la chiusura globale che ci troviamo ad affrontare potrebbe avere come risvolto una contrazione delle entrate economiche di piccoli commercianti e imprese, ma anche di cittadini comuni.
Questo stato di cose, può innescare un circolo vizioso per il quale l’individuo, nel tentativo di salvaguardare il proprio status socio-economico (e quindi in qualche modo la propria identità), contrae sempre più debiti dovuti per esempio ad acquisti ottenuti con rateizzazione e finanziamenti, fino a non riuscire più a sostenerli economicamente, ritrovandosi nello stato di sovraindebitamento descritto sopra. In queste situazioni, possono emergere dei veri e propri stati depressivi, accompagnati dalla sensazione di essere senza via d’uscita. Nei casi più gravi, si può arrivare a pensare che l’unica via d’uscita sia la morte.
La via d’uscita c’è
L’obiettivo che perseguiamo con il nostro lavoro, è mostrare alle persone che una via d’uscita ci può essere!
Le problematiche di cui vi abbiamo parlato in questo articolo costituiscono un complesso fenomeno psico-economico, a cui far fronte è molto complicato.
Non possiamo sapere con certezza (anche se purtroppo le probabilità sono molto alte) se l’emergenza sanitaria attuale si tradurrà in una recessione economica. Crediamo fermamente, però, che per ottenere dei buoni risultati, sia necessario agire d’anticipo, al fine di contrastare gli eventuali effetti negativi e soprattutto di avvalersi di professionisti esperti del settore.
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E il lavoro più efficace che possiamo attuare in questo momento è un lavoro multidisciplinare, che coinvolga esperti del mondo “psi” ed esperti del mondo economico, impostando soluzioni economiche e psicologiche per prevenire i suicidi legati alle motivazioni economiche.
Per questo, il team di NEPSI, in collaborazione con Tiziana Corsi, Dott.ssa Commercialista esperta in procedure fallimentari, ha inaugurato un progetto appositamente studiato per le persone che stanno affrontando una situazione complessa dal punto di vista economico e psicologico, al fine di trovare soluzioni economiche e psicologiche per prevenire i suicidi.
Per informazioni sul progetto di Psicoeconomia clicca qui.
Mag 15, 2020
L’oggettivazione sessuale è la valutazione di un individuo solo per la sua funzione sessuale, rappresentandone solo le parti del corpo tipicamente erotiche: glutei, seno, inguine.
Nei media, essa è presente ogniqualvolta una donna viene rappresentata in modi erotici vicino agli oggetti da pubblicizzare: per esempio una ragazza semi-nuda e in pose sensuali che indossa un orologio, un gioiello o una automobile.
L’Italia ricopre un triste primato, in quanto è una delle nazioni in cui la pubblicità è più sessiste al mondo: le donne vengono spesso rappresentate come sessualmente disponibili.
Conseguenze dell’oggettivazione sessuale
È un problema se una donna vuole mostrarsi in modo erotico? Assolutamente no!
ll problema emerge nel momento in cui i media fornisco quasi esclusivamente questo modello di donna: nel 2006 il 53% delle donne era muta, il 46% associata a temi inerenti il sesso, la moda la bellezza, solo il 2% a temi sociali o professionali.
Queste rappresentazioni, veicolando significati sociali, concorrono al rafforzamento degli stereotipi di genere, che sono già enormemente radicati nella nostra cultura. Tali immagini danneggiano sia le donne (e bambine) sia gli uomini, in quanto contribuiscono a peggiorare i rapporti tra i generi.
Adolescenza: la costruzione dell’identità
L’adolescenza è un periodo della vita in cui l’influenza dei modelli imposti dalla società e dal gruppo dei pari è molto forte. È il momento di passaggio in cui le ragazze passano dall’infanzia alla vita adulta, strutturando la propria personalità e la propria identità
È facile capire come una rappresentazione femminile di questo genere, in una società in cui l’educazione di genere è già di per sé molto carente, possa contribuire alla diffusione di un modello di donna-oggetto: questo si traduce da parte dei compagni maschi, alla valutazione della donna prevalentemente sulla base degli attributi fisico-sessuali; a livello soggettivo, invece, le ragazze impareranno a vedere se stesse come oggetti, valutandosi attraverso il desiderio suscitato.
La mancata corrispondenza a questi stereotipi femminili, inoltre, porta a sperimentare una sensazione di inadeguatezza tale da causare un peggioramento del benessere psico-fisico.
Bibliografia
Martini SA (Ed). (2020) Voci di donna. Il complesso intreccio tra psicologia e femminismo. Edizioni underground
Mag 14, 2020
Gli stereotipi di genere che caratterizzano il nostro contesto sociale e culturale pongono delle grandi limitazioni alle donne per quanto riguarda lo sviluppo di obiettivi lavorativi coerenti con la loro preparazione.
Come si manifestano queste limitazioni?
Si è sempre libere di scegliere di stare a casa ad accudire i propri figli?
In ambiente di lavoro come vengono percepite le donne in alte posizioni?
Maternità e lavoro
Secondo un Rapporto Istat sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, nella fascia d’età tra i 18 e i 64 anni sono oltre 10 milioni i genitori con figli minori di 15 anni e la responsabilità della loro cura grava nella maggior parte dei casi sulle donne, che risultano penalizzate nel mondo del lavoro.
Il tasso di occupazione delle madri è, infatti, molto inferiore sia rispetto a quello dei padri, soprattutto se i bambini hanno meno di 6 anni, sia rispetto a quello delle donne senza figli. Le differenze tra donne che lavorano sono molto accentuate a livello territoriale: nel sud italia sono molte di più le donne inoccupate. Anche il titolo di studio è una variabile importante, in quanto tra le madri laureate l’80% lavora, a fronte del 34% tra le donne con la licenza media. Il divario con le donne senza figli scende da 21 punti percentuali se il titolo di studio è basso a 3,7 punti se pari o superiore alla laurea.
Nel momento in cui si hanno dei figli, i cambiamenti nell’attività lavorativa riguardano quasi esclusivamente le madri, di cui il 50% interrompe la propria attività. Nel momento in cui invece riprendono a lavorare, moltissime riferiscono difficoltà nel conciliare l’accudimento dei figli, soprattutto se piccoli, con gli orari lavorativi. A questo consegue una rimodulazione del lavoro, (che riguarda il 38 3 % delle madri a fronte dell’11,% dei padri) che consiste nella diminuzione o del cambiamento delle ore.
Gli stereotipi di genere, che spesso agiscono implicitamente, conducono le famiglie (e le donne stesse) a creare la narrazione di se stesse come prevalentemente donne-madri, unico ruolo che le renderebbe complete nella propria identità.
La leadership è donna?
Le donne fanno molta fatica ad affermarsi ad alti livelli lavorativi, tanto che è stato coniato il termine leadership labyrinth per indicare il tortuoso percorso che devono affrontare per arrivare in posizioni di responsabilità.
Se abbiamo chiarito che non esistono differente cognitive e innate, come mai avviene questo?
Anche nel momento in cui una donna riesca ad affermarsi in una buona posizione lavorativa, è difficile per gli altri riconoscerle come leader, proprio perché il “ruolo di leader” e il “ruolo di donna” corrispondono a stereotipi molto diversi tra loro nell’immaginario comune.
La continua adesione al modello che gli altri e il mondo hanno scritto per noi, può addirittura condurre a vivere delle esperienza di vita in cui non siamo i protagonisti del racconto, ma solo i personaggi, con conseguente perdita dell’autenticità della propria esperienza. Il problema emerge soprattutto quando l’adesione alla strada tracciata da altri diventa fondamentale per il mantenimento del nostro senso di stabilità personale, per sentirci noi stessi.